giovedì 16 giugno 2016

PALESTINA. Abu Sakha, quando l’arte finisce dietro le sbarre Video







 di Rosa Schiano
Roma, 16 giugno 2016, Nena News – “Nessuna libertà per Abu Sakha. L’ordine di detenzione amministrativa è esteso per altri sei mesi. I nostri cuori sono pesanti”, recita così un comunicato della Scuola Circense palestinese situata nel villaggio diBirzeit, vicino Ramallah. Il testo è accompagnato da una fotografia che ritrae Abu Sakha sorridente mentre lancia un birillo, con una camicia arancione dai motivi bianchi e una salopette azzurra.
Insegnante ed artista circense, era stato arrestato il 14 dicembre 2015 mentre stava attraversando il checkpoint di Zaatara vicino Nablus per dirigersi alla scuola circense che frequenta dal 2007 e per la quale lavora dal 2011. Abu Sakha, che ha solo 24 anni, ha anche partecipato a varie esibizioni in Europa e Stati Uniti ed avrebbe dovuto partecipare in eventi internazionali di formazione nei mesi di marzo e giugno. L’ordine di detenzione amministrativa di sei mesi era stato emanato a partire dal 25 dicembre 2015 e la scadenza era stata fissata per lunedì. Un rilascio che molti hanno atteso invano, in quanto l’ordine è stato rinnovato per altri sei mesi, fino al prossimo 12 dicembre.
Una notizia che ha rattristito molti, soprattutto i tanti artisti e gruppi circensi che dapiù parti del mondo gli hanno espresso sostegno e chiesto la sua scarcerazione. L’organizzazione Amnesty International ed istituzioni culturali palestinesi avevano lanciato un appello per il suo rilascio. “La detenzione arbitraria di Mohammad Abu Sakha è un altro esempio vergognoso dell’uso abusivo della detenzione amministrativa da parte delle autorità israeliane. Ha già passato oltre sei mesi dietro le sbarre senza alcuna accusa e senza processo, gli è stata negata la minima parvenza di giustizia”, ha detto Philip Luther, Direttore del Programma per il Medio Oriente e Nord Africa di Amnesty International.
“Le autorità israeliane dovrebbero accusare Abu Sakha di un reale reato penale o ordinare il suo rilascio. Per decenni, Israele ha fatto uso della detenzione amministrativa, in molti casi come un’alternativa alla concessione ai palestinesi di un processo e l’ha utilizzata per reprimere il dissenso pacifico. Dovrebbero adottare misure urgenti per porre fine a questa pratica crudele una volta e per tutte”, ha concluso Luther.
Le autorità israeliane affermano di usare la detenzione amministrativa solo in casi eccezionali collegati alla sicurezza. Tuttavia, si legge nel sito della Ong, nella pratica questa misura è stata utilizzata per arrestare migliaia di persone, incluso quelli che Amnesty ha considerato prigionieri di coscienza. Gli ordini di detenzione amministrativa vengono emanati dai comandanti militari israeliani sulla base dell’ordine militare 1651 e possono essere rinnovati all’infinito.  Alcuni palestinesi sono stati tenuti in detenzione amministrativa senza capi d’accusa per anni. Haaretz riporta che il servizio di intelligence israeliano Shin Bet avrebbe riferito che Abu Sakha sia stato arrestato perché coinvolto in attività con il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, gruppo che Israele considera organizzazione terroristica eche in quanto tale rappresenti un rischio per la sicurezza. Eppure, Abu Sakha non è accusato di alcun reato. Le prove che testimonierebbero una sua colpevolezza sono tenute segrete, rendendogli quindi impossibile una difesa.
Quello di Abu Sakha non è un caso isolato. I cosiddetti “lavoratori della conoscenza” – artisti, accademici, giornalisti, docenti – sono spesso vittime di misure detentive e restrizioni in Cisgiordania come a Gaza. È il caso ad esempio dell’astrofisico Imad Barghouti, docente di fisica teoreticaall’Università Al Quds di Gerusalemme, arrestato il 24 aprile presso il checkpoint di Nabi Saleh (Ramallah). Il docente – i cui studi sono conosciuti a livello internazionale, ha lavorato per la Nasa ed ha ideato una teoria che spiega come gli ioni di ossigeno si propaghino dalla crosta terrestre nello spazio – considerato da Israele vicino ad Hamas, aveva ricevuto un ordine di detenzione amministrativa di tre mesi, poi ridotto a due grazie alla pressione di scienziati e accademici internazionali. Tuttavia, invece di eseguire l’ordine di scarcerazione, la procura militare israeliana lo ha accusato di “istigazione” attraverso i suoi post su Facebook.
Nello stesso periodo un ordine di detenzione amministrativa era stato emesso per il giornalista Omar Nazzal, nominato direttore della tv “Palestine Today”, stazione televisiva oggetto di un raid israeliano e dichiarata illegale lo scorso febbraio, attivo nel Fplp. Fare giornalismo di denuncia nei Territori Palestinesi Occupati significa spesso rischiare l’arresto o la confisca dell’attrezzatura. Le autorità palestinesi non sono immuni da tali violazioni, laddove hanno utilizzato la detenzione per reprimere il dissenso. Un trattamento ricevuto anche tanti docenti palestinesi durante lo sciopero della scuola del mese di marzo, quando l’Autorità Palestinese ha provato ad ostacolare chi voleva prender parte allo sciopero attraverso controlli e posti di blocco ed arrestando decine di insegnanti rilasciandoli solo dopo averli interrogati.
L’organizzazione per i diritti umani Addamer riferisce che nel mese di maggio sono 7.000 i prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Di questi, 715 si trovano in detenzione amministrativa mentre 414 sono i minori. Un responsabile della comunicazione di Addamer, Hasan Safadi, era stato arrestato il primo maggio mentre attraversava il valico di Allenby dalla Giordania verso la Cisgiordania. Da lì era stato trasferito per essere interrogato a Gerusalemme. Secondo la procura militare, Safadi è legato ad una organizzazione illegale ed ha visitato uno stato “nemico”, ossia il Libano più di una volta.
Secondo la procura avrebbe condotto attività illegali senza specificare quali. Secondo Addameer, Safadi è stato soggetto a privazione del sonno, lunghi interrogatori, tenuto in posizioni stressanti con le mani legate. Il 10 giugno avrebbe dovuto essere rilasciato su cauzione ma nella stessa giornata il ministro della difesa Liberman ha firmato un ordine di detenzione amministrativa per sei mesi a partire da venerdì, aggirando la decisione della corte.
Agli ordini di detenzione si accompagnano le difficoltà di spostamento dettate dalle restrizioni alla libertà di movimento di cui i palestinesi sono vittime. La settimana scorsa militari israeliani hanno bloccato Mustafa Sheta, membro dello staff del teatro del campo rifugiati di Jenin, il “Freedom Theatre”, mentre tentava di raggiungere la Giordania dalla Cisgiordania attraverso il valico di Allenby. Qualche giorno prima, un altro artista del Freedom Theatre, Osama Al Azzeh, era stato respinto allo stesso valico nel tentativo di arrivare in Giordania per un tour teatrale. Al Azzeh avrebbe dovuto partecipare in rappresentazioni teatrali dell’opera Return to Palestine (Ritorno in Palestina), basata su storie di Jenin ed altri campi di rifugiati in Cisgiordania.
Negli ultimi anni, diversi altri membri del Freedom Theatre non hanno potuto viaggiare a causa delle restrizioni israeliane. Sheta crede che il rifiuto derivi dal suo precedente arresto nel mese di marzo dell’anno scorso, dopo che è stato imprigionato per otto mesi a causa del suo attivismo contro l’occupazione militare e adesione al partito del Fplp. I residenti della Cisgiordania che vogliono richiedere un visto per gli Stati Uniti devono andare all’ambasciata ad Amman in Giordania o al consolato a Gerusalemme Est. Israele spesso blocca i palestinesi nel loro tentativo di raggiungere entrambi i luoghi.
I palestinesi di Gaza hanno invece bisogno di permessi speciali raramente concessi per poter uscire dal territorio assediato o vivono nell’attesa dell’apertura del valico egiziano. Tra mille difficoltà, riuscire è una vittoria. Qualche volta arriva. Così il 3 giugno quattro giovanissimi musicisti palestinesi sono riusciti, tra mille difficoltà, ad ottenere il visto – grazie all’intervento di membri del parlamento e di Gisha, una organizzazione israeliana per i diritti umani, che ha aiutato il gruppo ad ottenere i permessi israeliani per attraversare Erez – ed hanno raggiunto il Regno Unito per una esibizione in musica classica e contemporanea. È un sogno che si è avverato: poter rappresentare la Palestina all’estero attraverso la musica e chiedere libertà e pace. I quattro giovanissimi sono studenti della Gaza Music School, connessa al Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said. L’assedio infatti non solo limita l’entrata di strumenti musicali ma impedisce lo scambio di conoscenze e la tanto desiderata apertura al mondo. Nena News
Rosa Schiano è su Twitter: @rosa_schiano

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