martedì 7 giugno 2016

In Tunisia la svolta storica degli islamisti apre una nuova pagina

Un congresso gigante: 1.200 delegati, televisioni da tutto il mondo, ospiti stranieri. Tutti i testimoni che hanno partecipato al decimo congresso del partito tunisino Ennahda sono rimasti impressionati dalla grandezza dell’evento, che era invece stato convocato principalmente per eleggere il presidente della formazione politica. Elezione vinta senza molte sorprese dal suo fondatore e figura storica, Rachid Ghannouchi.
Ed è lì, a Hammamet, a sessanta chilometri da Tunisi, che Rachid Ghannouchi ha annunciato un cambiamento storico: il più importante partito islamico del Nordafrica ha deciso di abbandonare la dawa, ovvero le attività finalizzate alla diffusione del messaggio religioso, e con ciò la sua forte identità islamica. Dopo oltre trent’anni di messa al bando, dal 1981 al 2011, Ennahda è tornato sulla scena politica dopo la rivoluzione tunisina del 2011, ed è ora il primo partito del paese.
“Ennahda è cambiato”, ha sostenuto Ghannouchi. “Ha cominciato difendendo l’identità tunisina e assicurando poi la transizione democratica, e oggi vuole voltare pagina e concentrarsi sulla transizione economica”.
Il presidente del partito aveva annunciato il cambiamento in un’intervista a Le Monde nella quale affermava che Ennahda ora poteva “uscire dall’islam politico” per entrare nell’era della “democrazia musulmana”.
La svolta corrisponde alla volontà di Ennahda di normalizzarsi, di diventare un partito politico accettabile
Per i ricercatori che si occupano di Tunisia, riuniti all’Istituto europeo di Firenze per discutere della “rivoluzione conservatrice in Tunisia”, questa ufficializzazione non è una sorpresa.
Nadia Marzouki nota che “è una novità solo per l’opinione pubblica internazionale. Dall’inizio della rivoluzione nel 2011 il partito affronta la questione internamente e pubblicamente. Tra il 2012 e il 2014, nella costituente la separazione tra religione e politica era già presente. Ora corrisponde soprattutto alla volontà di Ennahda di normalizzarsi, di diventare un partito politico accettabile, con cui è possibile stringere alleanze, in particolare con il partito di Nidaa Tounes che rappresenta, in una certa misura, gli interessi del vecchio regime’.
Abbandonare la dawa per lasciarla a chi?
Il fatto di abbandonare la dawa significa in pratica lasciare le attività religiose ad altre organizzazioni o associazioni esterne al partito. Questo, secondo lo studioso Hamza Meddeb, potrebbe rivelarsi anche pericoloso. Nel contesto della Tunisia attuale, se Ennahda abbandona la dawa, chi rimane per sostituirlo? Di fatto, spiega Meddeb, “non c’è molta scelta sul mercato religioso. Invece, sarebbe importante occupare questa sfera per combattere i discorsi estremisti e violenti”.
Il fronte laico, dal canto suo, rimane scettico e accusa Ghannouchi di usare, come sempre, un “doppio linguaggio”. Lo scrittore Mustapha Tlili intitola il suo editoriale sul settimanale tunisino Leader: “Signore Ghannouchi, ci dimostri che è cambiato!”.
Tlili definisce il congresso tunisino “un favoloso esercizio d’illusionismo” che non convince tutti coloro che sono stati “abituati per tre anni a manipolazioni diaboliche”. L’autore chiede come “prova del cambiamento di iscrivere una volta per tutte la laicità nella costituzione del paese, ma non con la formulazione attuale che resta molto ambigua, ed è frutto delle manovre di Ennahda e della troika al potere dopo la rivoluzione”.
Un’evoluzione regionale
Per i vicini del mondo arabo questo cambiamento è chiaramente conseguenza della lezione egiziana. Su Asharq al Awsat l’editorialista egiziano Hani Assira paragona i Fratelli musulmani egiziani a Ennahda: “I Fratelli musulmani hanno cambiato leader otto volte in trent’anni, ma nessuno di loro, a parte il fondatore Hassan al Banna, era un intellettuale e cercava il cambiamento”. Ghannouchi, invece, ha saputo reinventare il suo partito e la sua ideologia diverse volte. Inoltre, il leader di Ennahda ha studiato e si è ispirato ad altri modelli, come l’Akp al potere in Turchia o il Pjd in Marocco, che ha accettato di collaborare con la monarchia.
Olivier Roy, politologo specialista dell’islam politico, ricorda inoltre che tutti i partiti islamisti del Nordafrica, dal Pjd marocchino al Fis algerino, hanno preso questa direzione. Ennahda, sottolinea però Roy, è più coerente degli altri.


Sull’esempio delle forze politiche democristiane europee, per Ennahda ora “i riferimenti islamici non sono più norme coraniche o disposizioni della sharia. Questi riferimenti sono diventati valori”, sostiene Roy.
Si tratta ora di capire, commenta il giornalista tunisino Seif Soudani su Le Courier de l’Atlas, se dopo questa svolta Ennahda riuscirà, come l’Akp turco, a mantenere il potere per altri dieci anni.

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