lunedì 6 giugno 2016

Giuseppe Gigliotti : Alià boomerang?

 

http://www.hakeillah.com/2_16_12.htm

Ancora una volta, il cerchio sembra essersi concluso. Messo sotto ricatto da membri della sua instabile coalizione, Benjamin Netanyahu ha infine concesso l'autorizzazione a finanziare l'alià degli ultimi 9000 Falashmura (etiopi presumibilmente discendenti da Beth Israel costretti nei secoli precedenti alla conversione al cristianesimo) nell'arco di cinque anni. O questo è per lo meno quanto si possa dire al momento. Perché quella che potrebbe apparire una semplice procedura d'ordinaria amministrazione nello Stato ebraico fornisce invece un'importante lezione di cui tenere conto. Circola al riguardo una battuta che sarebbe stata fatta da un diplomatico etiope all'allora Ministro per l'Assorbimento Yuli Edelstein, una volta approvata la prima decisione di trasferire in Israele i Falashmura: "Invitatemi alla cerimonia per il milionesimo immigrato". Che sia vera o no, questa storia coglie il succo di un dilemma con cui Israele sta iniziando a confrontarsi: come negare il diritto di alià ad un numero pressochè illimitato d'immigrati, pronti ad utilizzare la Legge del Ritorno per soddisfare ragioni ben lontane da quelle dell'ideale sionista? Per chiunque non fosse esperto nella questione, bisogna ricordare che la stessa vicenda dell'alià etiope, lungi dall'essersi esaurita agli inizi degli anni Novanta, sembra costituire un pozzo senza fondo. Non appena concluso il ciclo di assorbimento dell'ultimo gruppo, immancabili sbucano nuove migliaia di persone, legate da vincoli familiari con i novelli cittadini israeliani. E, posti di fronte alle accuse di razzismo ("se si fosse trattato di russi con gli occhi azzurri ed i capelli biondi, non li avreste lasciati marcire lì", è un motivo più volte utilizzato dalla comunità etiope in Israele), i governi israeliani finiscono ogni volta per capitolare, spalancando i cancelli ad un nuovo "finale" gruppo di olim. Sennonché i potenziali candidati di dubbia ascendenza ebraica non hanno mai fine. Ed infatti, i sipari sulla precedente "alià finale etiope" si erano appena spenti, che già NGOs attive nel recupero di "ebrei perduti" cominciavano a discutere sulla necessità di "riportare a casa" i Bnei Menashe (una popolazione vivente nell'India nordorientale) e d'incrementare gli sforzi per ricondurre all'ovile gli anusim di ascendenza sefardita o sud-italiana. Le radici alla base di tale ragionamento sono ben note a chiunque sia addentrato nell'ideologia dominante in Israele. Indurre alla risalita gli ebrei perduti costituisce una delle massime aspirazioni del sionismo, e garantisce il permanere della maggioranza ebraica, su cui poggia la ragion d'essere dello Stato ebraico. Il problema è che nel lungo periodo gli effetti di simili scelte rischiano di arrecare danni di gran lunga superiori ai benefici. La prima vittima di questa politica è la stessa legittimità della Legge del Ritorno. I principali argomenti utilizzati dagli ebrei israeliani per convincere i loro fratelli in Diaspora (specie quelli americani) a supportare una legislazione sempre più spesso demonizzata, tanto in ambienti di estrema destra che di estrema sinistra, sono sostanzialmente due: che essa supporta coloro che possano provare una sicura ascendenza ebraica, e che il suo automatismo sia necessitato dal salvare ebrei in pericolo. Ciò non sembra però esservi nei casi in questione. Tanto i Falashmura, quanto i Bnei Menashe e gli Anusim non provengono certamente da paesi a rischio di genocidio ebraico. Anzi, India ed Etiopia sono considerate tra i migliori alleati israeliani. Nè il loro legame ebraico può considerarsi così stretto da soddisfare gli stringenti requisiti richiesti dalla Legge del Ritorno. Non a caso, la possibilità di usufruire della stessa è stata in tutti i casi vincolata ad una previa conversione all'ebraismo. Cosa induce allora queste persone a compiere un simile passo? La risposta è ovvia: in tutti i casi, la prospettiva di poter abbandonare aree in drammatica recessione economica o povertà, motivi ben estranei alle nobili radici che avevano originato, nel 1950, l'emanazione della Legge del Ritorno. Ancora più gravi dei riflessi morali sono però le conseguenze di ordine demografico e politico-ideologico. Il presunto diplomatico etiope non si era certamente lasciato andare a puro sarcasmo: è difatti evidente che, una volta fatta eccezione per una categoria, questo tipo d'immigrazione non potrà più essere arrestata nel lungo periodo. Ciò comporterebbe per Israele il rischio di essere inondata da milioni d'individui privi di reale ascendenza ebraica (non potendo difatti nel lungo periodo il requisito della conversione ortodossa essere richiesto al crescente numero di ebrei identificantesi solo su base etnica), una prospettiva da incubo per qualsiasi sionista. Ma anche se questa possibilità venisse evitata, è quanto mai dubbio che la legittimazione morale d'Israele potrebbe permanere intatta, sia agli occhi dei propri cittadini non ebrei che a quelli dell'opinione pubblica mondiale. Al riguardo, fiumi di parole sono stati spesi sulla necessità di legare allo Stato ebraico gli arabi israeliani, inducendoli ad abbandonare il sostegno alla loro leadership estremista. Sennonché continuare ad investire milioni di shekel a favore di stranieri con tenui legami ebraici, rischia semmai di confermare tra i cittadini arabi un sentimento d'inferiorità, distruttivo per le prospettive di coesistenza. E poiché ciò che è male per Israele costituisce una manna per i suoi nemici, simili scelte rischiano d'ingrossare le fila del BDS. Quest'ultimo è stato sinora bloccato da una robusta serie d'iniziative legislative, sulla base che Israele non agisse in maniera differente dal resto della famiglia occidentale. Ma la vicenda dei Falashmura descrive un racconto diverso. Se Israele volesse assorbire individui in stato di necessità non dovrebbe impegnarsi ad aereotrasportarne migliaia da angoli remoti del globo. Basterebbe assorbire quelli affollanti il centro di raccolta di Holon od impegnati in lavori umili nei quartieri meridionali di Tel Aviv. Che lo stato ebraico si stia ciò nonostante attivamente impegnando a liberarsene, investendo nel contempo denaro ed energie per agevolare l'immigrazione d'individui non in stato di pericolo mina i principi cardinali della famiglia occidentale, di cui lo Stato ebraico dichiara di volere essere parte. Ed un'entità politica che tradisca valori morali considerati "sacri" può divenire legittimo bersaglio di una campagna d'isolamento completo. Ovviamente, si potrà obiettare che Israele è uno Stato sovrano. Ma quel che è certo è che molti non ebrei rischiano di ricevere da simili episodi la medesima, rovinosa impressione espressa da Raviv Ducker su Haaretz: "tutto ciò che [noi israeliani] dovremmo fare è dare ai migranti per ragioni economiche/rifugiati che sono già qui diritto di cittadinanza, invece di dar loro la caccia nelle strade ed espellerli brutalmente. Ah, mi spiace, dimenticavo. Quei neri sono un "cancro", mentre quegli altri sono ebrei". [http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.711234]

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