domenica 5 giugno 2016

Giorgio Berruto : I ragazzi delle colline e il messianismo fondamentalista .

http://www.hakeillah.com/2_16_01.htm


“Siamo noi, oggi, i veri pionieri”. Parla a gran voce e ride Nati Rom, fondatore di Lev Haolam e di cinque villaggi ebraici in Samaria, tutti illegali ma di fatto tollerati nel contesto di un processo da decenni sfuggito al controllo delle autorità israeliane. Di recente, a Gerusalemme, ho avuto occasione di ascoltarlo. Perciò ho imparato che, oltre all’edificazione di insediamenti illegali in territori che non fanno parte dello Stato di Israele, Nati Rom ha un’altra passione: salire sul monte del Tempio dove da tredici secoli si ergono le moschee della Roccia e di al Aqsa e cercare, attraverso la provocazione, di suscitare la reazione violenta di gruppi di arabi - che approfittano quasi sempre volentieri del pretesto fornito loro. Nel suo programma, infine, figura l’edificazione del terzo Tempio, si presume in seguito alla distruzione delle moschee, e il rovesciamento dello Stato di Israele, da sostituire con una monarchia messianica. “La politica non mi interessa e non aderisco a partito alcuno”, chiosa Rom, “prendo ordini soltanto dal Messia”. E conclude, a scanso di equivoci: “Sono ottimista: il bene e l’amore trionferanno”.

Nati Rom
Nati Rom non è il solo fanatico tra gli ebrei che risiedono nella West Bank, e a quanto pare neanche il peggiore. Come ha scritto con grande chiarezza Sergio Della Pergola su Pagine ebraiche e su Moked alcuni mesi fa, il fanatismo dei “ragazzi delle colline” coinvolge oggi decine di migliaia di individui e procede per cerchi concentrici. Non tutti sono terroristi capaci di uccidere i non ebrei o gli ebrei giudicati traditori - neanche Nati Rom, d’altronde, rientra in questa categoria. Intorno ai criminali, però, si estendono aree via via più vaste, occupate progressivamente da chi non uccide ma approva, non approva ma tollera, non tollera ma capisce, non capisce ma non critica, critica ma non fa nulla per evitare. “Così si arriva al crimine”, conclude Della Pergola.
Non voglio dilungarmi in una discussione del problema politico del fanatismo e del terrorismo ebraico, anche se si tratta di una realtà solida e in costante ascesa ancora gravemente e colpevolmente sottovalutata sia in Israele - soprattutto da parte dei partiti di destra, non di rado disposti a chiudere un occhio per discutibili motivi di consenso - sia da parte di quegli ebrei europei e anche italiani che forse ritengono di fare un buon servizio a Israele esaltando gli indubbi successi del Paese ma sottacendo i suoi problemi, che pure non mancano. Sono convinto che gli israeliani che non condividono le posizioni di Rom e dei suoi camerati - e sono senza dubbio la maggioranza - dovrebbero domandare con forza crescente al proprio Paese di reagire contro questi personaggi, non solo perché sarebbe giusto farlo, ma anche perché sono deleteri per Israele come e persino più di coloro che, con gli occhi fissi a una minuscola porzione del vasto quadro, appoggiano il boicottaggio di Israele nel consesso delle nazioni e nelle arene dell’economia e della cultura “per il suo stesso bene”.
Cercherò, invece, di riflettere sull’affermazione di Nati Rom con cui ho esordito e di concludere con due brevi spunti teorici alla discussione. Rom, come tanti altri fanatici ebrei che risiedono oltre la linea verde, si ritiene un pioniere e un vero sionista, erede ideale di coloro che cento anni fa diedero vita all’esperienza del kibbutz. Siamo davvero sicuri che le cose stiano in questo modo? Io credo che il ritorno alla terra dei kibbutznikim rimandasse al principio ebraico di tikkun haolam, riparazione e miglioramento del mondo, e che il ritorno a una terra ben precisa e insostituibile, la Terra di Israele, volesse tradursi nel punto di partenza per tentare di mettere in pratica un rinnovato umanesimo globale e proporre un modello di abitare e coabitare inedito. Niente di tutto questo sopravvive nel messianismo teocratico di Rom e di tanti come lui: per costoro è il possesso della terra l’obiettivo, giustificato in base a letture spesso idiosincratiche di testi ebraici e alla predicazione di folli invasati o di loschi faccendieri che antepongono al bene collettivo il perseguimento di carriere personali. Dimenticano forse le parole con cui il Signore si rivolge al popolo ebraico in un celebre passo della Torah: “Mia è la terra, perché voi siete forestieri e residenti provvisori presso di Me” (Levitico, 25,23).
 A mio modo di vedere in entrambe le esperienze lo sforzo ideale messianico tipicamente ebraico ha un ruolo decisivo: nel caso dei kibbutzim, però, è stato declinato politicamente, mentre il messianismo dei “ragazzi delle colline” è apolitico, o meglio anti-politico, perché contiene in sé il radicale rifiuto della politica stessa, intesa come serie di regole date dagli uomini a se stessi per organizzare la reciproca convivenza. “Non sostengo nessun partito”, dice Nati Rom, “sopra di me riconosco solo il Messia”.
Utilizzando liberamente due categorie della riflessione di Emmanuel Levinas, si può affermare che dove i kibbutzim e i fondatori dello Stato di Israele aspiravano al santo, i “ragazzi delle colline” cercano il sacro. Da una parte il rimando sempre presente a un Altro e a un Oltre, una relazione di apertura che scaturisce proprio dal vivere sulla terra, e non una regione qualsiasi: la Terra di Israele. Dall’altra la trasformazione della terra in qualcosa di statico: monumento, idolo da adorare e verso cui prostrarsi. E quando la terra da luogo su cui vivere diviene fine a cui tendere, da spazio di convivenza e residenza transitoria diviene proprietà; allora la Terra di Israele perde la propria specificità ebraica e si trasforma in una distesa di zolle immobili, oggetti inerti, idoli: non più Terra, ma terra. Non rete di relazioni e di rimandi, ma vitello d’oro di fronte a cui ci si può soltanto prostrare. Questo non significa espungere dall’ebraismo la dimensione dello spazio, ma sottolineare, con la migliore tradizione novecentesca che da Heschel conduce fino al recentissimo Con lo sguardo alla luna di rav Roberto della Rocca, che la vita ebraica è una vita nel tempo: ovvero che lo stesso vivere in un luogo significa vivere in un luogo che a propria volta è già da sempre inserito nel tempo.
Un’ultima riflessione. I fondamentalisti ebrei come Nati Rom rifiutano la politica e anche nel dominio della convivenza con gli altri si fanno sostenitori di un modello di agire fondato esclusivamente sulla relazione diretta con i dettami divini - nella forma spesso pretestuosa in cui declinano questi ultimi. Abbracciano, quindi, un modello etico che fa leva su principi nudi senza sfumature, e non sulla mutevolezza continua e colorata dei fatti nel mondo. Su valori proclamati assoluti, non sulla responsabilità. È un paradigma che vorrebbe scardinare l’idea stessa di politica, intesa come necessità di porre regole umane al convivere umano. Per farlo, ci sono persone disposte a tutto, anche a distruggere lo Stato di Israele. E si tratta di ebrei.
 

Nessun commento:

Posta un commento