domenica 26 giugno 2016

Abraham Yehoshua: "Europa aiutaci 
a fare la pace con i palestinesi"

Israele, Abraham Yehoshua: "Europa aiutaci 
a fare la pace con i palestinesi"

di Wlodek Goldkorn   


Abraham Yehoshua
Voi europei siete vili e anche poco dignitosi. Siete oltre mezzo miliardo di persone; benestanti; da decenni non avete conosciuto la guerra; avete creato una struttura unitaria che nonostante le apparenze è forte. Ma poi vi lamentate, vi presentate come deboli, pensate alle vie di fuga separatiste: tutto questo per evitare di misurarvi con i problemi del mondo; eppure la vostra ministra degli Esteri Federica Mogherini è brava e competente.

L’Europa nel Medio Oriente può fare moltissimo; e per quanto riguarda il conflitto tra noi israeliani e i palestinesi, può e deve essere decisiva, visto che tutto quello che fanno gli States è nocivo e distruttivo e che Washington è ormai ostaggio della destra israeliana. Dovete spingere il nostro governo e i palestinesi a tornare al tavolo dei negoziati. Purtroppo, la viltà vi sembra più comoda dell’assunzione di responsabilità...

Dalla sua casa di Tel Aviv, Abraham Yehoshua alza la voce mentre lancia la sua invettiva contro l’indolenza del Vecchio Continente e fa un appello perché noi europei usciamo dal torpore per salvare almeno una parte del mondo ai nostri confini. L’occasione per questa intervista è la lectio magistralis che lo scrittore terrà a Milano il 6 maggio al Festival dei diritti umani e che ha come titolo “Dalle donne ebree alle donne d’Israele”. E allora, procediamo con ordine e parliamo delle donne, prima di tornare alle vicende di geopolitica e geostrategia.

Yehoshua, per Flaubert, Emma Bovary è una donna ribelle, ma la sua è una rivolta poco sensata. Tolstoj racconta Anna Karenina come una schiava d’amore, e per questo, incapace di vera felicità. Le donne nevrotiche di Amos Oz sono il lato femminile dell’autore. Nei suoi romanzi invece...
«Nei miei primissimi racconti le donne erano assenti. Poi, lentamente, sono entrate a far parte della narrazione; ma da figure dell’immaginazione del protagonista maschio. È con “Il viaggio alla fine del Millennio” del 1997, che una protagonista donna giudica, prende posizione. Ester Mina, questo è il suo nome, si oppone alla bigamia e agisce di conseguenza. Nella “Sposa liberata” del 2002, un’altra protagonista è l’arbitro di ciò che è lecito e illecito. Non era una mia invenzione. Semplicemente le donne in Israele sono una presenza massiccia nel sistema giudiziario: tra avvocati e magistrati. Nel mio più recente romanzo, “La comparsa”, la protagonista assoluta è finalmente una donna. Potrei dire che alla soglia degli 80 anni (lo scrittore li compie quest’anno, ndr) mi sono sentito abbastanza maturo e forte per capire il mondo femminile».

Parliamo di Israele, oggi. Ci sono donne, partorienti, che rifiutano di essere ricoverate nella stessa stanza d’ospedale con le arabe. Un deputato alla Knesset, Bezalel Smotrich, ha addirittura teorizzato il diritto delle ebree a non condividere la camera con le madri di potenziali futuri assassini dei loro figli...
«È in crescita il razzismo e il nazionalismo. L’incitamento all’odio fa parte della strategia politica del premier Benjamin Netanyahu. Ciò detto: il deputato Smotrich è semplicemente una persona cattiva, uno cui piace il Male. E perfino i suoi colleghi di destra lo hanno condannato. Del resto, nel sistema della sanità i contatti tra ebrei e arabi sono frequentissimi. Abbiamo tanti medici e tantissimi infermieri arabi. Le vite degli ebrei e degli arabi sono ormai intrecciate e non separabili».

Stiamo parlando di cittadini israeliani. E nei Territori?
«Lì è tutto assurdo. I fondamentalisti ebrei vanno ad abitare all’interno dei quartieri e delle città palestinesi».

Perché è assurdo?
«Perché il sionismo consiste nel legare l’identità ebraica alla lingua e al territorio; il contrario dell’identità diasporica. E i nostri fondamentalisti cosa fanno? Rinunciano a questa conquista; vanno ad abitare nei luoghi che non gli appartengono e in mezzo alla gente che non parla l’ebraico. Ma l’assurdità maggiore è un’altra».

Quale?
«Da un lato, vivono in mezzo ai non ebrei, ma dall’altro sono razzisti. Per loro, i non ebrei, gli arabi sono esseri umani inferiori».

Finora chi pensava a una pace possibile, aveva in mente il progetto di due Stati e il ritorno ai confini del 1967. È un’ipotesi ancora valida?
«Diversi anni fa avevo proposto che i coloni rimanessero là dove stanno, in quanto minoranza ebraica, sottoposta alla legge dello Stato palestinese a venire. Ma ho cambiato idea. Temo che oggi tirare fuori dalla Cisgiordania centinaia di migliaia di ebrei non sia più possibile. E non è, purtroppo, immaginabile stabilire una frontiera che divida in due la Palestina storica, e tanto meno la città di Gerusalemme. Non solo per l’opposizione dei coloni e delle nostre destre; sono convinto che neanche i palestinesi vogliono la separazione dagli israeliani. Siamo in una specie di limbo».

Ha un piano alternativo ?
«Sì. Anziché parlare di due Stati e continuare a seminare illusioni circa il ripristino dei vecchi confini, bisogna preparare un progetto della costruzione di una confederazione tra Israele e i palestinesi. Ho in mente un piano che rispecchi la realtà e non i sogni».

Insomma, uno Stato binazionale. E allora, con il sionismo, con l’idea di uno Stato tutto per gli ebrei, come la mettiamo?
«Il sionismo ha realizzato quello che si è prefigurato. Esiste una nazione israeliana. Esiste la lingua ebraica. E del resto, perfino dentro i confini del 1967 siamo uno Stato un po’ binazionale. Il 20 per cento della popolazione israeliana è arabo; e questo fatto non è in contraddizione con il sionismo. Però a me interessa un altro aspetto della questione: forse potremmo realizzare la più grande rivoluzione degli ultimi duemila anni; forse abbiamo una chance di separare l’aspetto religioso da quello nazionale della nostra identità. Ma forse, da scrittore, corro troppo con l’immaginazione».

Nel frattempo si va nella direzione opposta. Movimenti di destra accusano lei e i suoi colleghi Amos Oz e David Grossman di essere agenti del nemico. Il romanzo di Dorit Rabinyan, “Borderlife” (pubblicato in Italia da Longanesi), in cui si narra dell’amore tra un’israeliana e un palestinese è stato ritirato dalle scuole. La ministra della Cultura vuole negare finanziamenti a chi non riconosce il carattere ebraico dello Stato.
«Non mi stupisco. La destra fa la destra. Alla radice del problema c’è la debolezza del mondo arabo, in preda a guerre civili e disgregazione degli Stati. La nostra destra non ha più paura degli arabi e così il suo disprezzo nei loro confronti aumenta. Certo, il terrorismo - le bombe sugli autobus o gli accoltellamenti - rende la vita difficile, ma non è una minaccia all’esistenza del Stato d’Israele. E così la destra prende di mira la cultura. Ma la cosa non mi preoccupa più di tanto. Anzi, penso che la nostra sinistra sia fissata troppo sulle questioni di cultura a scapito della politica. All’epoca di Internet è impossibile limitare la libertà di parola. E ciò vale pure per i nostri avversari: non è possibile limitare la libertà di coloro che incitano all’odio contro persone come me. I social media poi rendono il tutto più volgare; chiunque può dar fiato a ciò che pensa e nella maniera che pensa. E per quanto riguarda Dorit Rabinyan: l’hanno attaccata, ma il suo libro in pochissimi giorni è diventato un bestseller. Ciò detto, siamo malati di razzismo e di xenofobia. Ma sono convinto che sia un bene che le nostre malattie si manifestino apertamente».

Davvero?
«Sì, perché così possiamo affrontarle. Una volta si parlava dell’“etica ebraica” e della “purezza delle armi” e poi si agiva in un modo che contraddiceva ogni etica. Oggi, tutto è in Rete. Un soldato che uccide o umilia un palestinese, viene fotografato e ne nasce un dibattito».

Torniamo all’Europa. È giusto segnare i prodotti dei Territori occupati? È giusto boicottarli?
«Sono contro. Nelle fabbriche di proprietà israeliana nei Territori lavorano i palestinesi. Vogliamo privarli dello stipendio? E poi, Israele vende merci alla Cina, all’India. Là nessuno chiede dove e chi le ha prodotte. Il boicottaggio serve solo all’autocompiacimento della sinistra europa».

In Europa, abbiamo il problema dell’Islam, dell’integrazione, dei rifugiati...
«Per contrastare il fondamentalismo islamico in Europa, bisogna cercare aiuto delle comunità islamiche: gente che vive tra di voi da decenni. Bisogna rafforzare le comunità. Non dovete aver paura dell’altro che risiede tra di voi».

E con lo Stato islamico lei cosa farebbe?
«Abbiamo vinto una guerra contro la Germania nazista e oggi pensiamo di non essere in grado di costruire una coalizione capace di spazzare via il Daesh, un esercito di straccioni, armato di qualche pickup e pochi fucili?»

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