martedì 10 maggio 2016

Rashid Khalidi : Elezioni Usa, attacchi agli attivisti e un discorso in evoluzione

di Rashid Khalidi*   al-Shabaka
Roma, 10 maggio 2016, Nena News – Nel suo libro Brokers of Deceit: Come gli Stati Uniti hanno compromesso il processo di pace in Medio Oriente – pubblicato nel 2013 – il Policy Advisor di Al-Shabaka, Rashid Khalidi delinea i tre tratti principali che hanno caratterizzato le scelte politiche statunitensi dal conflitto del 1948: la compiacenza dei leader Arabi che hanno bisogno del sostegno statunitense contro la loro stessa gente; la premura presidenziale per l’elettorato nazionale; e il disinteresse per la causa palestinese.
Nel corso di un’ampia conversazione con Khalidi, l’Executive Director di al-Shabaka, Nadjia Hijab, ha discusso della misura in cui l’attuale momento storico statunitense potrebbe scardinare – o rinforzare – ‘i tratti di continuità’ che caratterizzano il suo libro. La discussione ha affrontato il problema degli attacchi agli attivisti impegnati nel boicottaggio di Israele (BDS) negli Stati Uniti; i cambiamenti di narrativa e come questi possono interessare la politica; l’amministrazione Obama, il clima nocivo creato dalle relazioni tra Washington e i paesi del Golfo; e la nuova alleanza tra questi ultimi e Israele.
L’evoluzione del discorso
La narrativa dominante sta cambiando; in parte per ragioni generazionali, in parte a causa dell’avvento di nuove forme di comunicazione. Ed è precisamente tale cambiamento che rende possibile la nascita di una campagna come il BDS; così come la candidatura di Bernie Sanders e il discorso che quest’ultimo ha pronunciato a Idaho – lo stesso che non ha replicato ad AIPAC – sul fatto che Israele controlli l’80% delle riserve idriche in Cisgiordania. La gran parte dei sostenitori di Sanders sono giovani e liberali; e riflettono un più ampio cambiamento in corso alla base del partito democratico.
Esiste una costruzione mentale sbagliata riguardo al terrorismo palestinese e la sicurezza d’Israele; utilizzata per descrivere la situazione in Medio Oriente e alla quale la maggior parte dei politici fanno meccanicamente riferimento. Il fatto che gente come Sanders o il senatore Patrick Leahy stia iniziando a decostruire pubblicamente tali costrutti è indice di un cambiamento profondo.
Questo è il momento in cui ci troviamo. La campagna di boicottaggio lanciata dal BDS rappresenta una tattica cui la gente può pensare di ricorrere. La gente non trova appoggio dal fronte politico. Il movimento nazionale palestinese è paralizzato, congelato e sabotato dall’interno; mentre il mondo arabo è tormentato da settarismi violenti, e dominato da regimi corrotti e antidemocratici. Al contrario, la guida sta iniziando a provenire dalla società civile, e il suo messaggio fa appello a un elettorato diversificato che è profondamente scettico nei confronti dei media principali. I miei studenti sanno che i media mainstream mentono e si relazionano a loro con profondo scetticismo. Ciò non vuol dire che diventeranno tutti attivisti della causa palestinese, ma semplicemente che non seguono i media principali, a differenza delle generazioni precedenti.
Non vi è dunque dubbio che le narrative dominanti stiano cambiando. Sono solito visitare i campus universitari di tutto il paese e non c’è confronto con ciò che si sarebbe potuto osservare una decina di anni fa. L’attivismo dei giovani è facilmente riscontrabile anche in altri luoghi; come ad esempio nelle chiese, nelle sinagoghe e in altri luoghi di aggregazione. Nei decenni precedenti, non c’era nient’altro che la narrativa sionista; ora ce ne sono molte altre – sia dal fronte palestinese sia dallo stesso fronte sionista. È proprio questo libero mercato delle idee che il sionismo di destra sta cercando di oscurare.
Gli attacchi contro gli attivisti
Ogni azione implica una reazione opposta ed eguale. In questo caso, la reazione all’attivismo palestinese negli Stati Uniti si è dimostrata tutt’altro che eguale. Si tratta di un fenomeno di ampie proporzioni, manipolato e finanziato da miliardari e da decine di organizzazioni che hanno budget multi-milionari; ognuna delle quali è impegnata a contrastare l’attivismo studentesco.
La virulenza e le finalità delle reazioni sono un indicatore di quanto il cambio di narrativa sia reale. I politici conservatori e i leader della comunità ebraica americana (i quali sono ben più a destra dei movimenti che dicono di rappresentare) sono sempre più nervosi di fronte a tale cambiamento, e reagiscono con ferocia.
Si tratta di uno straordinario contrattacco ai danni di una rete di persone motivate che pensano di fare ciò che è giusto. Ci sono stati alcuni esiti distensivi sulla libertà accademica e di parola; e alcune limitazioni sulla volontà della gente di uscire dal coro. Ma c’è anche un contrattacco contro il contrattacco; basato sui valori liberali americani, e che ha aperto un dibattito sul sionismo e l’anti-semitismo. Ci sono anche problemi riguardo le forze sioniste che non vogliono un dibattito aperto. La maggior parte delle loro posizioni sono fondamentalmente false: hanno argomentazioni fragili e non possono resistere in un dibattito aperto. Pensano di potersela cavare con la propaganda, ma non si possono pretendere di ingannare moltitudini di studenti e giovani con questo tipo di argomentazioni; e così il contrattacco sionista ha generato un dibattito che ha liberato una falsa narrativa. Il BDS rappresenta una strategia per aprire il dibattito. Non è finalizzato a cambiare gli equilibri di potere al Congresso: tutto ciò è finalizzato ad aprire il dibattito. La gente saprà che le è stato sempre mentito.
Dal discorso alla politica
Mentre alcune parti della società statunitense sono molto più attratte dalla verità, nulla è cambiato per quanto riguarda il modo in cui le élite statunitensi definiscono gli interessi strategici di Washington in Medio Oriente, e quindi nulla è cambiato riguardo lo status-quo.
Prima che si possa tradurre il cambiamento discorsivo analizzato sopra in una trasformazione di tipo politico, occorre che tale cambiamento sia trasportato sul piano della politica. Ciò che fa l’amministrazione – attuale o futura – sarà determinato da come i suoi membri vedono gli interessi strategici e materiali statunitensi e dalla politica interna; e non penso che il modo in cui tali interessi sono visti sia cambiato di molto.
La maggior parte di ciò che sta accadendo nei campus universitari, nelle chiese e nella società civile non ha nulla a che fare con la politica. Non vi sono decine di rappresentanti nella Camera dei Rappresentanti o governatori eletti per le loro posizioni sul problema. Siamo ancora molto lontani da un cambiamento significativo nella sfera politica. Ci sono alcuni segnali che suggeriscono ciò che potrebbe o non potrebbe succedere; come Leahy o Sanders e altre figure sopravvissute ai cambiamenti demografici interni al partito democratico, e più in generale del paese. Ma salvo un cambiamento nel modo in cui gli interessi statunitensi sono visti e percepiti, non vedremo un cambiamento politico. Potrebbe verificarsi molto velocemente, ma non c’è alcun segnale ora e adesso.
Le posizioni di Sanders sul conflitto israelo-palestinese mirano alla alla propria base elettorale. Egli è immune a molti degli attacchi di altri politici perché è ebreo ed ha vissuto in Israele. Il fatto che egli abbia assunto il giovane ebreo, attivista contro l’occupazione, Simone Zimmerman, in qualità di suo coordinatore delle attività esterne, è coerente con la composizione del suo elettorato (Zimmerman era stato precedentemente sospeso a causa di alcuni commenti Facebook critici nei confronti di Netanyahu e Hillary Clinton).
La realtà è che la leadership della comunità ebraica non rappresenta i propri membri. I conservatori più ricchi e anziani dominano le federazioni locali e la maggior parte delle organizzazioni civili, ma molti ebrei americani non sono né ricchi, né anziani, né conservatori. I membri di spicco dell’establishment, come Haim Saban e Sheldon Adelson, sono più di destra anche di Netanyahu; mentre un alto numero di ebrei americani non ha visioni così di destra sulla questione israelo-palestinese. Sanders ha dimostrato che tra i gruppi più giovani c’è infinita apertura e volontà di parlare diversamente.
Quando si tratta di tradurre tutto ciò in nuove linee politiche, la dimensione americana non è la sola. Sarebbe molto importante avere un rivitalizzato movimento nazionale palestinese capace di articolare gli obiettivi palestinesi in modo convincente. Ciò non si verifica da molto tempo. La società civile palestinese o statunitense rappresenta solo sé stessa e ciò che essa è capace di fare. Per quanto ciò sia fondamentale, è diverso dall’avere un movimento nazionale palestinese dinamico e in grado di articolare una strategia di liberazione. Quando ciò accadrà, le cose incominceranno a cambiare. Sicuramente, ciò implica fare le giuste scelte strategiche, cosa che i palestinesi in passato non sono sempre stati capaci di fare.
Gli interessi strategici israeliani e repubblicani fianco a fianco
Il fatto che l’amministrazione Obama abbia garantito più sostegno a Israele di quanto non abbiano fatto le amministrazioni precedenti non è stato evidenziato a sufficienza. Questo a causa dell’avversione viscerale che buona parte della società israeliana prova per lui; che è in parte motivata dall’aperto e spudorato razzismo che caratterizza il discorso politico israeliano. Israele era solito essere guidato da ‘buoni liberali’ e intellettuali che, almeno retoricamente, non erano razzisti. Ora la natura inerentemente discriminatoria dello stato israeliano non è più mascherata, come per esempio si evince dal modo in cui vengono trattati gli ebrei africani. È dunque evidente come non siano in grado di nascondere i loro pregiudizi nei confronti di quest’uomo.
C’è un legame tra la politica statunitense e quella israeliana che non è sufficientemente dibattuto. Molti politici israeliani, inclusa una buona parte del governo attuale, sono soltanto un’estensione del partito repubblicano. Adelson,uno tra i più grandi finanziatori dell’ala destra del partito repubblicano e della stessa destra israeliana, ne è un esempio abbastanza chiaro. La destra israeliana e statunitense sono dunque ben collegate; ed esiste una continua connessione tra i bigotti, razzisti e demagoghi che oggi dominano il partito repubblicano e i loro omologhi della politica israeliana. Odiano il presidente Obama perché credono sia un musulmano o appartenente a una razza inferiore.
L’altra ragione per cui lo odiano, qualsiasi cosa Obama abbia fatto per sostenere Israele – sanno che lui lo sa meglio di loro – è perché ha demolito il concetto per cui ‘l’Iran è il più grande pericolo al mondo; demone che Israele aveva agitato per anni. Dunque, sebbene Obama sia il presidente più a favore di Israele quando si tratta dei diritti palestinesi, ha dato agli israeliani e ai loro alleati statunitensi un buon motivo per odiarlo, smascherando la demonizzazione conservatrice dell’Iran e ridisegnando un nuovo scenario strategico della regione.
Potrà mai l’amministrazione Obama sostenere una risoluzione riguardo il conflitto Israelo-Palestinese? Riguardo ciò vi è un ampio dibattito ma poca informazione e sarei preoccupato se ciò accadesse. Attualmente rimaniamo bloccati ai parametri stabiliti da Bill Clinton, sebbene Israele non li abbia mai presi sul serio. In ogni caso, date le condizioni sconfortanti in cui versano il panorama politico palestinese, il mondo arabo e la politica israeliana, non sono sicuro che ciò avrebbe un qualche impatto.
Un cambiamento nelle relazioni arabo-statunitensi
Se c’è una cosa che i politici americani e l’establishment economico hanno iniziato a realizzare, è che tre dei maggiori alleati statunitensi – Israele, Arabia Saudita e Turchia – creano grandi problemi a Washington; pur essendo ancora considerati come partner vantaggiosi. Prendiamo ad esempio l’Arabia Saudita: gli Stati Uniti hanno sostenuto e finanziato il radicalismo wahhabita – padre di una delle più virulente forme di fondamentalismo – attraverso il loro appoggio a Riyadh, e ciò ci riconduce a re Faysal negli anni ’60. Una vecchia strategia americana.
In molti a Washington stanno iniziando a realizzare che questa potrebbe non essere una strategia vantaggiosa. Tuttavia, l’abilità di queste persone di fare qualcosa a riguardo è limitata a causa degli interessi economici americani, che non possono fare a meno delle ricchezze petrolifere del Golfo. Ciò include l’industria del petrolio, il settore bancario, l’edilizia, l’aviazione e le armi. Così, mentre i politici sono consapevoli dei problemi, molti tra i più forti interessi dell’economia americana sono completamente intrecciati allo status quo saudita. Ogni tipo di problema è causato dall’Arabia Saudita, così come da Israele e dalla Turchia: l’Iran sembra molto differente sotto questo aspetto. Tutti e tre sono molto strettamente legati agli Stati Uniti attraverso interessi strategici e materiali e, nel caso di Israele, dagli escamotage narrativi che i sionisti hanno messo in atto negli Stati Uniti.
Il presidente e la sua amministrazione stanno auspicando un cambiamento senza troppa determinazione. Rimane da vedere se la prossima amministrazione vedrà le cose sotto quest’ottica. Nel frattempo, il clima tossico emanato dall’integralismo saudita ha aiutato a creare un’alleanza tra Gerusalemme e Riyadh. C’è ora infatti un’alleanza aperta tra le autocrazie del Golfo e Israele; simboleggiata dall’accordo per il sistema anti-missilistico Raytheon, la cui costruzione avverrà negli Emirati Arabi Uniti per mano di una compagnia statunitense e sotto supervisione Israeliana. Ciò ha tutta l’aria di essere un’alleanza militare.La realtà dell’ambiente in cui stiamo operando è che gli autocrati che governano nel Golfo e hanno dominato la politica araba per decenni sono sempre più vicini a Israele.
L’egemonia saudita e la sua posizione sulla questione palestinese non è nuova; e risale ai tempi di Ibn Sa’ud e Truman. Nuova è però la pericolosa alleanza tra Riyadh e Gerusalemme. Oltre ad essere ovviamente dannosa per i diritti nazionali palestinesi, per non parlare di ogni tipo di ordine decente, democratico ed equo nel mondo arabo. Nena News
(Traduzione di Giovanni Pagani)


 
 
 
 
 
 
Rashid Khalidi delinea i tre tratti principali che hanno caratterizzato le scelte politiche statunitensi dal conflitto del 1948
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