mercoledì 25 maggio 2016

Paola Caridi : Offensive diplomatiche

 
 
 
 
 
 
Gli eventi si possono leggere attraverso occhi diversi. E cosi è anche per il tour europeo del grand Imam di Al Azhar, Ahmed al Tayyeb. C’è una lettura religiosa, profonda, nell’incontro con Papa Francesco e nella ricomposizione di una distanza tra il Vaticano e al Azhar iniziata con il pontificato…
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Gli eventi si possono leggere attraverso occhi diversi. E cosi è anche per il tour europeo del grand Imam di Al Azhar, Ahmed al Tayyeb. C’è una lettura religiosa, profonda, nell’incontro con Papa Francesco e nella ricomposizione di una distanza tra il Vaticano e al Azhar iniziata con il pontificato di Benedetto XVI. Aveva ragione, allora, all’indomani dell’infelice discorso di Ratisbona, un  prelato arabo che a Gerusalemme commentò a caldo le parole di Papa Ratzinger. “Per la riconciliazione se ne parla al prossimo papa”, aveva detto seccamente. 
Vi è però, accanto a una lettura tutta all’interno della diplomazia interreligiosa, una chiave decisamente politica che mette assieme Roma e Parigi. Non a caso le capitali che, in modo spesso speculare, sono state nei mesi più recenti gli interlocutori del regime egiziano. Interlocutore molto critico il governo italiano, in risposta al l’uccisione di Giulio Regeni. Interlocutore molto attento al regime egiziano, al contrario, la Francia, che in un momento di forte tensione europea nei confronti del Cairo gioca in proprio e non si pone problemi di sorta nella visita del presidente François Hollande in Egitto..
All’occhio dell’analista, la visita di sheykh Al Tayyeb è sembrata anche una vera e propria offensiva diplomatica. Per Al Azhar, certo. E  per il regime di Al Sisi. Non bisogna mai dimenticare che la nomina a grand Imam è una prerogativa dello Stato. E in un momento come questo, l’Egitto di qualche buon lavoro di pubbliche relazioni ne ha bisogno.
Quest’analisi su potere e religione l’ho scritta per Affari Internazionali circa un anno fa.
Il fronte dei tradizionali alleati dei paesi occidentali in terra araba si è definitivamente rinsaldato e lo ha fatto sotto l’ombrello dell’Islam.
Come se il Secondo Risveglio arabo si fosse condensato in una tempesta inattesa, dura, ma alla fine governata dai soliti abili nocchieri. I pilastri della pluridecennale strategia economica e geopolitica euro-americana nell’area.
Egitto e Arabia Saudita si riprendono il ruolo che era stato messo in forse nel 2011 e rispondono alle richieste pressanti dell’opinione pubblica statunitense ed europea, proponendo una riforma religiosa che blocchi l’estremismo. E dunque il terrorismo definito islamico.
Islam riformato
Da tempo, sia da Ryadh che soprattutto dal Cairo, sono stati lanciati messaggi preoccupanti e allo stesso tempo rassicuranti: la minaccia dell’autoproclamatosi “stato islamico” non è da sottovalutare ed è per questo che occorre incidere sull’educazione, sulla lettura dei sacri testi, sui programmi scolastici per evitare che i giovani vengano sviati e spinti verso l’estremismo.
Islam e sicurezza, in sostanza, debbono camminare assieme: anzi, è l’islam “riformato” che bloccherà il terrorismo, secondo una vulgata ormai diffusa.
Una lettura ripetuta anche – e non sembra un caso – in una conferenza di tre giorni della Lega Mondiale Musulmana tenutasi dal 22 febbraio alla Mecca, sotto l’egida della famiglia reale saudita. Protagonisti, appunto, studiosi e reali sauditi, assieme a Ahmed al-Tayeb, il grand imam della moschea di Al-Azhar al Cairo, la più prestigiosa istituzione culturale della tradizione sunnita.
Al-Sisi il nuovo Lutero?
Ora, la questione sta proprio nella “riforma” o nella “rivoluzione” religiosa che sarebbe già in corso nella regione araba, guidata da colui che è stato già definito come il Martin Lutero dell’Islam, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi.
Un uomo che, in se stesso, dovrebbe mettere assieme due ruoli: il campione di un Islam moderato, pio e non violento, e allo stesso tempo il difensore in armi della civiltà contro lo “stato islamico”. Il Corano in una mano, e la spada nell’altra, stavolta – però – al servizio della civiltà.
È questa la realtà? Può Al-Sisi rappresentare veramente una riforma nell’interpretazione dei sacri testi tale da tagliare l’erba sotto i piedi del radicalismo retrivo del Califfato? I dubbi ci sono e non sono pochi.
Robert Springborg, uno dei più importanti studiosi dell’Egitto contemporaneo, aveva già anticipato nel maggio del 2014 quale sarebbe stato il nodo della presidenza di Abdel Fattah al-Sisi: il modo in cui avrebbe utilizzato la religione. “Al-Sisi si appoggerà molto di più sull’islam per legittimare il suo regime autocratico – scriveva Springborg in un articolo comparso su Foreign Affairs -, più di quanto abbia fatto credere agli osservatori egiziani e stranieri”.
Così è stato. Al-Sisi ha subito indicato la cifra politica del regime egiziano (ri)nato con il coup del 3 luglio 2013, laddove il controllo del consenso e del conformismo religioso è parte integrante della strategia che ridisegna e consolida il sistema istituzionale ed economico di questo ultimo capitolo della repubblica egiziana.
Sulla scia dei presidenti che lo hanno preceduto, anche Al-Sisi ha infatti di nuovo contenuto Al-Azhar entro i limiti definiti già ai tempi di Gamal Abdel Nasser. È ancora oggi lo Stato a decidere chi guida Al-Azhar, ma artefice principale del rinnovato peso del centro sunnita nel periodo postrivoluzionario è proprio Al Tayyeb.
Al-Azhar e la nazionalizzazione dell’Islam
Abile nel conservare ad Al-Azhar l’abito della terzietà e nel controllare le spinte interne differenti dal suo sostanziale centrismo, Al-Tayyeb è stato sin da subito uno dei grandi sostenitori di Al-Sisi e ha consolidato Al-Azhar come lo strumento principe per la “nazionalizzazione” dell’Islam.
Di questa nazionalizzazione fanno parte diverse azioni intraprese da Al-Azhar e dagli organismi competenti dentro la macchina burocratica, prima fra tutte la stretta sugli imam, per rendere capillare il controllo della predicazione e diminuire il peso della Fratellanza musulmana.
Si tratta, in fondo, di una strategia che è tradizionale, nella storia repubblicana dell’Egitto. Il cambiamento sta, semmai, nella religiosità di Al-Sisi.
Proveniente da uno dei quartieri più importanti del Cairo, dal punto di vista della religiosità popolare, Al Sisi è portatore di un islam conservatore, più che moderato. E, molto di più dei suoi predecessori, non separa Cesare da Dio. Al contrario, intende dare a Cesare una funzione di guida – si passi il termine – teologica, che serva il raggiungimento di due obiettivi.
Uno interno, e cioè il controllo del consenso al regime attraverso l’incensamento della religiosità conservatrice della maggioranza silenziosa. Uno esterno: la costruzione dell’immagine di Al-Sisi come del Martin Lutero dell’islam sunnita.
Già sostenuta dalla macchina mediatica dei settori di destra statunitensi ed europei, questa idea serve a un paese che si attrezza a essere non solo l’avamposto contro l’autoproclamatosi “stato islamico” e i radicalismi violenti e armati, ma anche il difensore di una stabilità finanziata dalle potenze regionali del Golfo. Proprio quelle potenze regionali in cui vige una lettura tradizionalista, conservatrice e antiprogressista dell’Islam. – See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2991#.dpuf



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