mercoledì 25 maggio 2016

Paola Caridi: articoli Marzo -Aprile


Offensive diplomatiche

Gli eventi si possono leggere attraverso occhi diversi. E cosi è anche per il tour europeo del grand Imam di Al Azhar, Ahmed al Tayyeb. C’è una lettura religiosa, profonda, nell’incontro con Papa Francesco e nella ricomposizione di una distanza tra il Vaticano e al Azhar iniziata con il pontificato di Benedetto XVI. Aveva ragione, allora, all’indomani dell’infelice discorso di Ratisbona, un  prelato arabo che a Gerusalemme commentò a caldo le parole di Papa Ratzinger. “Per la riconciliazione se ne parla al prossimo papa”, aveva detto seccamente.  Read more

Anime Arabe

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Appuntamento a Torino, dal 12 al 16 maggio. Lucia Sorbera e io siamo soddisfatte, stanche il giusto, incuriosite: il nostro viaggio verso Torino sta per cominciare, dopo mesi di lavoro, tessitura, confronto, fili lanciati tra Sambuca di Sicilia e Sydney, e poi assieme verso Torino. God save Skype! Perché grazie a Skype quella cittadinanza nomade di cui parliamo e alla quale siamo molto affezionate si è reificata in un’amicizia e in uno sguardo comune.
Chi vuole leggersi il programma, e farsi un’idea, può collegarsi al sito del Salone del Libro.
Noi due, in questa storia, in questa storia lunga otto mesi, abbiamo imparato molto. Da Ernesto Ferrero e da tutte le persone che assieme a lui fanno il Salone: Andrea Gregorio, Marco Pautasso, Maria Giulia Brizio.
Concedeteci un ringraziamento speciale, specialissimo. Alla nostra Rosa, a Rosita Di Peri. Solare, brillante, concreta.

l’11 maggio, a Torino….

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Per chi è a Torino, l’11 maggio. E il giorno dopo è al Salone del Libro, nella prima giornata dell’edizione 2016. Proviamo a parlarne, assieme ai giuristi, al direttore di Amnesty International Italia, ad arabisti italiani e stranieri. c’è una parte bella di questa storia che parla di diritti negati, di repressione, di vite violentate. Ed è la parte che riguarda il lavoro assieme di questi mesi. Lavoro a distanza, uniti da uno sguardo comune e dall’impegno quotidiano.

25 aprile, al Cairo

Erano un centinaio. Non di più. Un centinaio di manifestanti (pacifici) in una delle piazze più conosciute del centro residenziale del Cairo. Piazza al Messaha. Per chi ha vissuto al Cairo, la piazza dove ci sono una delle migliori pasticcerie della città, il McDonald e il Goethe Institut. Una piazza della media borghesia egiziana, in un quartiere comeDoqqi, che è lo stesso dove viveva Giulio Regeni.
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Elegia per Gaza. Firmata Hany Abu Assad

È un gran bel film. Ed è un film da andare a vedere, sempre nella speranza che “The Idol” non faccia solo una timida comparsa nelle sale cinematografiche italiane. Una timida comparsa e un’altrettanto veloce uscita di scena, come succede a molti film che non hanno il crisma della cassetta.
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“The Idol” è un gran bel film. L’ennesimo gran bel film di Hany Abu Assad, Read more

Ve lo ricordate di andare a votare?


Ehi, ve lo ricordate che domani si va a votare? Non è una elezione, certo. Ma il referendum è una bella cosa. Ce ne sono stati di necessari, rilevanti, meno importanti. Sono stati comunque un gesto di democrazia. Di alta democrazia, o meglio, di democrazia attiva.  Read more

 
 

Caso Regeni. Privacy e tortura

Privacy. Inviolabile. Fa una strana impressione leggere le indiscrezioni sul lungo (e infruttuoso) incontro tra i magistrati inquirenti italiani e i magistrati egiziani a Roma sull’omicidio di Giulio Regeni. Privacy inviolabile: i  magistrati egiziani avrebbero addotto questa giustificazione per evitare di consegnare i tabulati telefonici richiesti.
Privacy inviolabile: per chi è stato per un po’ di tempo al Cairo il concetto di privacy è un concetto che ha poco a che vedere con la inviolabilità. Read more

La vera Realpolitik passa dai diritti


Questo articolo lo avevo pubblicato un mese e mezzo fa. Parla di stabilità e diritti. Oggi, dopo le rivelazioni provenienti dal Cairo sul caso di Giulio Regeni, mi sembra il caso di riproporlo. Soprattutto a chi usa la Realpolitik senza etica.
Una terra distrutta da bombardamenti devastanti. Popoli piegati da morte, sofferenza e crudeltà, milioni in fuga dalle proprie case. Fame, povertà. Massacri deliberati. Dittatori spietati. No, non è la descrizione per titoli del disastro in cui versano ampie aree del Medio Oriente e il Nord Africa. È la descrizione dell’Europa a cavallo della seconda guerra mondiale. Un continente in preda a un’instabilità che poggiava su molte, complesse ragioni, ma che aveva nella mancanza dei diritti più elementari il suo peccato originale. image Read more

I tour teatrali son faticosi

….scusate l’assenza da blog. Ora provo a rimettermi in carreggiata.
Oggi Cafè Jerusalem è all’Auditorium Parco della Musica della mia Roma. Sala Petrassi, alle 21. Qualche biglietto è ancora disponibile, per la nostra Notte a Gerusalemme, spettacolo teatrale e poi concerto dei Radiodervish.
Stay tuned.
 
 

Ho letto tante interviste a Hosni Mubarak

… e ho letto anche l’intervista ‘esclusiva’ di Repubblica ad Abdelfattah al Sisi. Presidente della repubblica egiziana Mubarak, sino a che – nel 2011 – il vertice dell’esercito non gli ha imposto le dimissioni per evitare il peggio. Presidente della repubblica egiziana Al Sisi. Non è questa l’unica analogia, tra i due uomini. Anche le modalità dell’intervista, il luogo in cui è stata fatta, il palazzo di Heliopolis, e soprattutto le risposte.
Le risposte dei presidenti egiziani sono spesso simili. Read more

Il Calamaio di Nura


abu elias 2“I baffi di Abu Elias erano lunghi. Lunghi e neri. Così lunghi, neri e ispidi che Nura rimaneva tutte le volte a bocca aperta, senza riuscire a staccare gli occhi dal suo viso. Sembrava come se un calligrafo si fosse divertito a disegnarli, quei baffi, sul volto di Abu Elias mentre il vecchio dormiva, grasso e pesante, sul materasso steso per terra, sulla terrazza della sua casa a Gerusalemme.
Era da poco che Nura scriveva. Piccola, sì, era piccola. E aveva, quindi, da poco preso in mano gli attrezzi per scrivere. Già sapeva, però, di non avere una bella grafia.  Non ci riusciva proprio ad avere la mano sicura, a girarla verso sinistra e a riempire la pagina del quaderno di tutti quegli archi, di quei segni tondi e fermi che fanno l’arabo bello ed elegante. Riusciva bene solo coi puntini sopra e sotto le lettere. Nura amava i punti, era precisa fino all’ossessione. E aveva invece paura delle linee.
Per questo i baffi di Abu Elias le facevano impressione. Erano come enormi lettere, stampate sulla sua faccia grande e arcigna…”
Questo è l’inizio del racconto per bambini (ma forse non solo per bambini) scritto da me e ambientato a Gerusalemme. Le illustrazioni del racconto sono di Maria Teresa De Palma, che ha anche ‘ambientato’ le atmosfere dei brani di Cafè Jerusalem, l’ultimo album dei Radiodervish.
Il Calamaio di Nura è “lavori in corso”. Tra un po’ avrete i dettagli sulla sua pubblicazione. E anche in questo caso, com’è successo per tutto il percorso di Cafè Jerusalem, c’è un elemento che connota questa piccola avventura: la libertà. 
Il Calamaio di Nura fa parte della narrazione collettiva di Gerusalemme voluta e ospitata da QCode Mag. Grazie, dunque, a Christian Elia e Angelo Miotto!

Gerusalemme: una, nessuna, centomila

È la città in cui si prega tre volte Dio in tre lingue diverse, tre modi diversi, tre templi diversi. È la città in cui si sogna di tornare, l’anno prossimo. È la città da cui si è partiti per convertire il mondo. E quella dalla quale si è ascesi per vedere il paradiso e ascoltare la Parola. È la città che è entrata dentro molti di noi come una parola, un mito, un sogno.
Come si coniuga, però, il mito con la città reale? La Gerusalemme celeste con la molto più terrena città in conflitto, ieri, oggi, novecento anni fa?
Abbiamo pensato di raccontarla, Gerusalemme, come una nessuna e centomila. La città che non esiste, se non nei desideri, e quella che permea e sconvolge la vita dei suoi dimenticati abitanti. È un cammino di avvicinamento a un appuntamento singolare, la rappresentazione di Cafè Jerusalem al Teatro Menotti di Milano, il prossimo 3 aprile.
Il testo l’ho scritto io, ed è stato il mio modo di vomitare ciò che di Gerusalemme non ero riuscita a dire. A nessuno, o quasi. In un caffè dimesso, Nura racconta la sua città, calata dentro una Storia più grande dei suoi abitanti. E racconta la sua vita, il suo amore nascosto e (quasi) impossibile per Moshe. Racconta Musa e le sue umiliazioni. Racconta l’incapacità (spesso maschile) di incrociare sguardi, e dunque inquinare il proprio. Carla Peirolero e Pino Petruzzelli (che cura la regia) danno corpo e anima ai personaggi, mentre si alza la musica di chi, come in ogni caffè arabo che si rispetti, suona per il pubblico degli avventori. I Radiodervish, dunque, sono nella scena e nell’azione. Perché Gerusalemme è fatta dei suoi suoni intrecciati.
QCode Mag ci sostiene, in questo cammino, in un modo particolare e intrigante. Vorrebbe raccontarla, Gerusalemme, componendo un mosaico. Le tessere saranno le diverse narrazioni di chi vorrà riflettere su una città che è ora persino più di una metafora e di un archetipo.
Comincio io, a raccontare. O almeno, a mettervi a parte di alcune immagini e di altrettante domande.

C’era una penitenza, a Roma. C’era quando io ero piccola. Gli amichetti si ponevano in due file, una di fronte all’altra, e il malcapitato era costretto a passare in mezzo alle due ali di bambini pronti a colpire. Il penitente incrociava le mani sul petto e si batteva, ripetendo a ritmo cadenzato la stessa frase. “Vado a Gerusalemme senza ridere e senza piangere”. E i bambini, lungo questa imberbe via dolorosa, cercavano di far ridere o piangere il loro coetaneo, già sconfitto nel gioco. Facce spaventose, o al contrario ridicole, linguacce, urla, il peggio veniva mostrato per costringere il penitente a sbagliare. Sbagliare, tornare indietro e ricominciare.
Non ci avevo mai pensato prima, ma forse è proprio questa la ragione per la quale dei bambini di 6, 7 anni, dei bambini delle elementari usavano quella frase così fantasiosa e al tempo stesso così piena di richiami storici e religiosi. “Vado a Gerusalemme”. Ci vado da pellegrino. E ci vado “senza ridere e senza piangere”. Doveva essere un piccolo calvario. La via dolorosa in cui l’astante, la gente del pubblico non parteggia per lo sconfitto. Anzi, lo dileggia. Come successe a Gesù Cristo, per chi ci crede.
Poi, più nulla. Di Gerusalemme non ho saputo nulla, dopo aver abbandonato per più di qualche anno chiesa, catechismi, sacerdoti e suore. Gerusalemme, lontanissima. Senza alcun peso, per me. Lontana da qualsiasi programma di vita. E persino da qualsiasi curiosità.
Gerusalemme mi è stata imposta dalla vita. Un giorno, era l’agosto del 2003, sono arrivata  a Gerusalemme per fare la giornalista. Lavorare e viverci.  E la città che ha fatto irruzione della mia esistenza era altro, rispetto al mito, alle frasi delle penitenze, ai continui richiami nelle omelie e nelle trame architettoniche delle chiese capitoline. Una città reale, sotto l’ombra di un mito plurimillenario che la ricopre, e la rende invisibile a tutti. Al mondo.
L’ho sopportata malamente, Gerusalemme. Non ne ho mai colto il sapore spirituale. L’ho trovata, al contrario, terribilmente prosaica. Una città crudele, senza  pietà verso i suoi abitanti. Spartana, senza alcun fronzolo, dunque senza neanche un briciolo di pietà. Scolpita nella pietra, non solo la fede, anche la vita reale. Tracciata nelle pietre la via dolorosa di allora, e il calvario contemporaneo.
Poi, quando me ne sono andata dopo dieci anni di vita e lavoro, quell’astio si è pian piano sedato. Ho guardato Gerusalemme da lontano, come si osserva un panorama. Ho ricordato. Ricordato i passi sulle pietre. I volti degli uomini e delle donne di Gerusalemme. Ricordato, soprattutto, l’aria tersa, la luce accecante che copre la città.
La domanda è rimasta lì, dov’è rimasta per dieci anni.
“Perché proprio a Gerusalemme?
Proprio a Gerusalemme, dentro le Mura. Se non tutto, molto, e per tanti. Perché lì, a Gerusalemme, non è tersa solo l’aria, ma i contorni dell’animo umano. Perché dunque gli ipocriti sono nitidamente ipocriti, e i coraggiosi altrettanto? Perché non c’è bisogno di spiegare la ragione del gesto del Samaritano, a Gerusalemme, ed è invece impossibile farlo comprendere qui?”
Nessuna risposta. Come non c’è risposta a quel “Vado a Gerusalemme senza ridere e senza piangere”. Tante riflessioni, però, sì. Gerusalemme costringe a pensare, a prendere posizione, a distinguere il bene dal male, e il necessario dall’inutile. Soprattutto, Gerusalemme costringe ad aver meno paura. O ad avere pietà della paura. Empatia per chi è nella polvere. Disprezzo per chi usa e abusa il potere. Mai riuscirò a ripagare Gerusalemme per questo dono.
La risposta, forse, è qui.
Posted in Medioriente politico
 
 

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