giovedì 5 maggio 2016

Norman Finkelstein, Scott Roth e Phil Weiss :A proposito di Sanders, prima intifada, BDS e dieci anni di disoccupazione – Parti 1 e 2

NormanFinkelstein





di Norman Finkelstein, Scott Roth e Phil Weiss – 2 maggio 2016
Abbiamo intervistato Norman Finkelstein, il famoso studioso del conflitto israelo-palestinese, a Brooklyn l’8 aprile e abbiamo fatto seguito con scambi di e-mail. Il testo che segue contiene risposte scritte e orali alle nostre domande.
PARTE 1: SANDERS
Hai sollecitato voti per Bernie Sanders. Dicci perché sei così entusiasta.
Nella mia vita ho assistito a tre grandi movimenti sociali: il Movimento per i Diritti Civili, il Movimento Contro la Guerra e questo è il terzo. La campagna di Bernie ha preso il movimento Occupy, che era localizzato, e lo ha elevato a livello nazionale. Non so che cosa succederà poi. Dubito che qualcuno lo sappia. Ma è inebriante esserne partecipi.
Se mi aveste chiesto un anno fa se i giovani si sarebbero presentati in questi numeri mi sarei messo a ridere. La mia impressione era che erano drogati di chiacchiere in Internet e antidepressivi. Ma i giovani della campagna sono così seri, così intelligenti; mi ricordano quelli del Comitato di Coordinamento degli Studenti Nonviolenti (SNCC) dei primi anni ’60. Mi sono recato in Massachusetts in autobus per fare campagna a favore di Bernie. Ero uno dei cinque della brigata dei vecchi cagoni [‘alte kaker’, espressione yiddish, nell’originale – n.d.t.]. Il resto erano giovani. Mi ha colpito che tornando a casa non c’erano droghe, nessuno fumava marijuana, niente alcol. Siamo arrivati a casa a mezzanotte o all’una. Era una specie di austerità morale. Qualcosa, questa è una cosa seria, che non abbiamo intenzione di sminuire.
Devo dire che mi ha fatto sentire orgoglioso, per una volta, di essere statunitense. D’altro canto questi giovani hanno un buon motivo per essere seri. Stanno lottando per il loro futuro. Se da questo non verrà nulla, sarà davvero un buco nero per loro, un futuro privo di futuro. Frequentano l’università pagando tasse astronomiche; ne vengono fuori carichi di debiti astronomici; poi devono pagare tassi d’interesse astronomici e, quel che è peggio, non ci sono posti di lavoro là fuori. Dunque hanno un interesse materiale reale (come eravamo soliti dire) alla campagna di Bernie Sanders.
Se Bernie perde, potrebbe comunque venir fuori qualcosa da questo?
E’ sperabile che i giovani ideeranno il passo successivo. E’ indicativo quanto facilmente e intelligentemente hanno operato la transizione dal movimento Occupy. Occupy aveva un mucchio di elementi di un culto. Quella faccenda del microfono aperto; mi pareva di essere a un matrimonio del reverendo Moon. E la politica dell’unanimità; semplicemente non funzionava. Quando continuano a chiedere a Bernie, ragionevolmente, come si aspetta di far passare un programma radicale attraverso il Congresso egli continua a dire la stessa cosa: “Io non posso fare nulla da solo. Ci vogliono milioni di persone nelle strade”. Non dice mai di organizzarsi all’interno del Partito Democratico. Dice semplicemente: organizzatevi, organizzatevi, organizzatevi. Come può dissentire da questo messaggio chi si dice radicale?
Questa è l’occasione di una vita. Bernie ha una piattaforma nazionale. Un giorno sì e l’altro anche egli si accanisce contro Wall Street, indica Goldman Sachs, accusa la famiglia Walton – una sola famiglia – di accumulare più ricchezza del 40 per cento della nostra società. Lo dice in continuazione. Al punto che anche i suoi sostenitori se ne lamentano. Ma Bernie capisce che deve continuare a ripetere il messaggio se esso deve ottenere seguito. I suoi sostenitori devoti possono aver già sentito questa parte del suo discorso migliaia di volte, ma la maggior parte delle persone lo sente una volta sola. Per loro non è noioso: è una rivelazione. Tuttavia non si saprebbe mai dai media dominanti ciò che lui va dicendo. Non si saprebbe che sta dicendo un decimo dell’un per cento possiede maggior ricchezza del 90 per cento. E’ un’affermazione semplice e lui continua a ripeterla. Ma il New York Times non la riferisce mai. Tuttavia neppure la contesta mai. E’ semplicemente sbianchettata. Invece, quando Sanders ha avviato la campagna a New York, il Times è uscito con un articolo agiografico sulla Goldman Sachs, parlando di quanto fico e alla moda era il posto, poiché il principale addetto alle informazioni era un latino gay. Per quello che ne sanno tutti, lo stesso era Dracula; ma è comunque un vampiro.
Hillary continua a dire: “Dobbiamo costruire su Obama”. Ma che cosa ha realmente fatto Obama su cui si presume noi dobbiamo costruire? Ha ridotto le tasse universitarie o il debito studentesco? Ha creato posti di lavoro con un orario normale, da 40 ore la settimana, a un salario decente? Ha ridotto la disuguaglianza di reddito? Se il suo mandato in carica è stato un clamoroso successo – cosa che ora proclamano postulanti ansiosi di potere come Paul Krugman – siete in grado di dirmi perché tanta gente si sta schierando dietro Trump e Sanders? Avete mai visto in vita vostra una tale disaffezione di massa nei confronti della dirigenza politica e del sistema che essa rappresenta?
Vedi provenire una reale riforma economica dalla campagna?
Non nel breve termine. L’un per cento è tenace; c’è in gioco molto per loro. L’ex sindaco di New York e miliardario Michael Bloomberg potrebbe essere ridotto a possedere solo dieci case. Anche se Bernie vincesse la candidatura la dirigenza politica, e i miliardari che la controllano, tenterebbero di distruggerlo. Lo “stato vero” (come lo chiamano gli egiziani) farà tutto quello che può per rovinarlo, in modo da impartire una lezione alla gente: non provocate il sistema. La dirigenza Repubblicana preferirebbe che vincesse Hillary se fosse nominato Trump e la dirigenza Democratica preferirebbe che vincesse Trump se fosse nominato Sanders. Gli apparatcik di entrambi i partiti stanno tremando, perché il potere sta loro sfuggendo di mano. “Com’è successo tutto questo?” Per loro il partito è stato dirottato. Il loro veicolo per il potere è stato dirottato. I servi stanno togliendo loro il feudo da sotto i piedi. L’intero vertice è unito perché l’intera base sta scuotendo le travi. Ciascun partito preferirebbe perdere un’elezione piuttosto che perdere il controllo del rispettivo apparato.
Non è possibile che il Partito Democratico esploda proprio come i Repubblicani?
Molto dipende da Sanders. Un momento di svolta nella memoria politica della mia generazione è la Convenzione Democratica del 1968 a Chicago. Il nominato era Hubert Humphrey; era il vicepresidente di Lyndon Johnson. Molti hanno incolpato le proteste contro la guerra e le cosiddette rivolte fuori dalla convenzione e la successiva disaffezione nei confronti del Partito Democratico di aver causato la sconfitta di Humphrey e di aver portato al potere Richard Nixon. Ora, c’è una vera questione: se Sanders dovesse dire: “Vogliamo un milione di persone fuori dalla Convenzione Democratica che facciano sentire i loro sentimenti”, ciò sarebbe spettacolare. Ma lui sarà sotto una forte pressione a non ripetere la convenzione del ’68.
Riesci a immaginare Bernie che fa campagna elettorale per Hillary Clinton?
Sì, è difficile da immaginare. Noam Chomsky ha detto che naturalmente voterà per la Clinton se sarà lei la candidata Democratica. Poiché anche se le differenze di politica tra i candidati sono minime, quando si esercita un simile potere anche una differenza minima si traduce in una questione di vita o di morte per molti. Questo è un argomento stringente. Trump ha anche liberato detestabili impulsi latenti che, anche se esistono in molti, se non in tutti noi, vanno mantenuti repressi, e ha legittimato la violenza di strada e il teppismo. Questi argomenti mi persuaderanno? Non sono ancora in grado di dirlo. Ma dubito che persuaderanno la maggior parte dei giovani. Loro non avvertono di avere un interesse alla vittoria della Clinton; lei rappresenta semplicemente la solita minestra.
Citi Occupy. E che dire di Black Lives Matter [il movimento ‘Le vite dei neri contano’ – n.d.t.] come fattore?
Il voto afroamericano è stato il bastione della reazione in questa elezione. Sta affondando Bernie e tenendo a galla Hillary. Per quanto ispiratori siano il loro coraggio e la loro convinzione, e per quanto successo abbiano avuto nel suscitare la coscienza del pubblico, non posso concordare con gli attivisti di Black Lives Matter che affermano di essere sopra e oltre la politica elettorale. E’ un atteggiamento radicale, una posa e un darsi delle arie. Dicono che Sanders non parla alla … il neologismo in voga è ‘intersezionalità’. Dimmi, qual è il gruppo di persone oggi negli Stati Uniti che ha più da guadagnare da un programma di creazione di occupazione, di assistenza sanitaria universale e di istruzione universitaria gratuita? Il neologismo di moda oscura il fatto elementare che gli afroamericani sono quelli che soffrono di più nel nostro sistema economico e che trarrebbero il vantaggio maggiore se fosse attuata la piattaforma di Sanders. In gioventù ero un radicale e lo resto enfaticamente. Ma sono arrivato a capire che avevo torto su molte cose. E’ un aspetto deplorevole non solo della storia dominante ma anche di quella radicale che si concentrino su personalità attraenti, chic, fotogeniche che spesso non sono quelle che hanno realizzato il cambiamento reale, concreto. Prendiamo il caso delle diverse fasi del Movimento per i Diritti Civili. La fase che ha realmente cambiato il volto degli Stati Uniti non è stata il movimento del Potere Nero. E’ stata la prima fase del SNCC, le trasferte della libertà, i sit-in e la spinta agli elettori a registrarsi [per il voto – n.d.t.]; il periodo dall’inizio del boicottaggio dei bus a Montgomery all’approvazione delle Leggi sui Diritti Civili nel 1964 e 1965. Se si guarda a chi furono gli eroi della base, persone semplicemente mozzafiato per il loro coraggio, intelligenza, maturità e onestà – Bob Moses, Diane Nash, James Forman, James Bevel, Fanny Lou Hamer – della maggior parte di loro nessuno ha sentito parlare. Ma tutti conoscono Eldridge Cleaver, Bobby Seale, Huey Newton e Angela Davis (anche se non voglio essere duro su Angela; è una figura unicamente impressionante). Tutta conoscono le Pantere, ma chi conosce il SNCC? Il Movimento per i Diritti Civili è stato forse il capitolo più ispiratore della storia statunitense. Ma gli attivisti di oggi si concentrano sulla fase sbagliata di esso. Come me, sono stati sedotti dallo stile a spese della sostanza.
E il coraggio che hai visto in Palestina?
Sono stato personalmente testimone di un mucchio di coraggio durante la prima intifada. Era una specie di dissonanza cognitiva. Erano persone comuni, ordinarie e allo stesso tempo ciascuna di esse a proprio modo mostrava una forma di eroismo di cui io ero totalmente incapace. Ricordo di essere stato seduto nella cucina della casa in cui vivevo. Aveva una finestra panoramica. Ogni volta che fuori c’era uno sparo volevo gettarmi al riparo. Ma tutti gli altri semplicemente continuavano le loro attività come se non stesse accadendo nulla. Tutti erano impegnati, tutti mostravano un coraggio che incuteva soggezione. Una nonna – se un soldato cominciava a malmenare un bambino – affrontava il soldato, non aveva paura. Andava dritta dal soldato e diceva: “Dio è più forte di te”.
La prima intifada non è stata dissimile dal Movimento per i Diritti Civili. La domanda più ovvia quando si utilizza la nonviolenza è: “Chi si sta cercando di raggiungere con questa tattica?” Si tratta in effetti di una domanda complessa. Si sta cercando di convertire i sudisti bianchi, si sta tentando di raggiungere i nordisti bianchi, si sta tentando di indurre il governo federale ad agire? Era del tutto chiaro fin dall’inizio, si era reso conto il Movimento: i bianchi sudisti? Possiamo scordarceli; non saranno scossi dalle fotografie di neri (o bianchi) picchiati. La cosa non li toccherà. Erano come la maggioranza degli israeliani oggi che sono svuotati dentro, moralmente brutalizzati. Non saranno mossi a pietà. Non c’è nessuna possibilità che gli israeliani saranno raggiunti da scene di sofferenza palestinese; al contrario, sembrano goderne. Così se si sceglie come proprio pubblico, per così dire, il bersaglio sbagliato, si può finire per sprecare il proprio tempo. Ma il Movimento per i Diritti Civili comprese presto: “Il nostro bersaglio non sono i sudisti bianchi; il nostro bersaglio sono i nordisti bianchi liberali e il governo federale. Continuano a far finta di essere una democrazia, così noi li imbarazzeremo facendo qualcosa riguardo alla disemancipazione degli elettori e alla segregazione.”
A questo tipo di domanda non è stata data risposta quando si è trattato della prima intifada. Ha avuto vita troppo breve. Solitamente è datata dal dicembre 1987 a[gli accordi di] Oslo nel settembre del 1993, ma la prima intifada era già finita nel 1990. Ed è stato per questo che i palestinesi tifarono per Saddam Hussein e per i missili che lanciava contro Israele. Stavano tornando a cercare di essere liberati da qualcuno sopra o esterno a loro. L’intera idea della prima intifada era: “Ci emanciperemo”. Ma era già finita all’epoca dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam nel 1990, quando guardavano a lui come a un salvatore.
E per quanto riguarda la posizione di Sanders su Israele-Palestina?
All’inizio ho evitato di leggere le sue dichiarazioni. Sapevo che mi avrebbero provocato una smorfia. Penso addirittura che non credesse a molto di quanto andava dicendo. Suo fratello Larry è nel Partito Verde in Gran Bretagna; appoggia il BDS [Movimento per boicottaggio, sanzioni e disinvestimenti contro Israele – n.d.t.]. Bernie deve sapere che quello che sta succedendo è vergognosamente sbagliato. E, in realtà, le sue dichiarazioni recenti sono state tremende. La dichiarazione politica formale da lui fatta all’epoca del congresso dell’AIPAC (cui non ha partecipato) non era male. Ha esplicitamente chiesto la revoca del blocco di Gaza. Se gli abitanti di Gaza organizzassero una dimostrazione nonviolenta di massa per rompere il blocco, potrebbero avere Bernie al loro fianco. Il rapporto del Comitato dell’ONU per i Diritti Umani sull’operazione Protective Edge [Margine di protezione] (2015) è stato orribile, una disgrazia, ma c’era un paragrafo che lo riscattava. Sollecitava la revoca del blocco immediatamente e senza condizioni. A ciò si è aggiunto ora l’avallo inequivocabile di Bernie. Segnala che esiste la possibilità di convincere lui e il suo elettorato di massa, nonché vasti strati dell’opinione pubblica internazionale, a por fine al blocco disumano e illegale. Il suo appello, nel corso del dibattito con Hillary a New York, a una politica statunitense imparziale che riconoscesse l’umanità dei palestinesi è stata senza precedenti in una primaria democratica. Nonostante tutte le pressioni locali, e tutto ciò che era cavalcato nelle primarie di New York, non si è tirato indietro. Per inciso, il settantaquattrenne ebreo di Brooklyn ha perso il voto ebreo alle primarie ma sta conquistando dappertutto il voto mussulmano. Chi avrebbe potuto prevederlo? Deve toccarti – io sono ebreo – quando Bernie continua a conquistare il voto mussulmano. Chiedetevi: gli ebrei statunitensi voterebbero in maggioranza per un mussulmano? Mai, impossibile. Ma i mussulmani statunitensi si stanno schierando con Sanders anche se lui appoggia il riconoscimento di Israele e del suo diritto a vivere in pace. Perché? Perché si presenta come una persona corretta e onesta. E’ così commovente, magnifico, ispiratore! Fa sperare che un mondo migliore sia possibile.
PARTE 2: PALESTINA
Che cosa non avresti previsto dieci anni fa riguardo a dove ci troviamo ora nel conflitto?
E’ una domanda che ha molte dimensioni, ciascuna delle quali ha visto considerevoli svolte: i palestinesi, la regione, la comunità internazionale e la diaspora ebraica. Alcuni di questi cambiamenti avrebbero potuto essere previsti, altri hanno costituito un’assoluta sorpresa.
Sul fronte palestinese lo sviluppo saliente è stato la riuscita conversione della West Bank in una mini Giordania. Gli israeliani hanno fatto un calcolo nel 1993. Perché non possiamo creare una piccola Giordania nei territori palestinesi occupati? Pagheremo semplicemente abbastanza VIP dell’OLP e gli USA o la Giordania addestreranno i servizi di sicurezza. L’OLP allora condurrà tutte le torture, farà tutto il lavoro sporco e noi saremo sollevati dai due mal di testa maggiori, inflittici dalla prima intifada: la catastrofe in termini di pubbliche relazioni, causata da immagini mediatiche di soldati con mitra Uzi che picchiano bambini con sassi e l’onere di dover mobilitare le riserve per reprimere una rivolta di massa.
L’accordo di Oslo era progettato per liberare Israele da questi due mali di testa. Numero uno: facciamo fare tutto il lavoro sporco ai palestinesi. Questi gruppi liberali e per i diritti umani non ci staranno più addosso perché non saremo noi a condurre le torture. Ha funzionato. Non riesco a pensare a nessun singolo rapporto nello scorso decennio di una grande organizzazione per i diritti umani, come Amnesty International e Human Rights Watch (HRW), sulla West Bank. Occasionalmente diffondono rapporti organizzazioni locali israeliane e palestinesi per i diritti umani. Ma, per quanto preziosi, non sono di alto profilo; non guadagnano attenzione mediatica. Sono arabi che torturano arabi; a chi importa? E ora quando c’è un massacro israeliano a Gaza l’Autorità Palestinese (PA) reprime le dimostrazioni nella West Bank, cosicché sono necessari molto meno soldati e non c’è bisogno di richiamare i riservisti. La PA copre le spalle di Israele. E’ lo stesso ora, con la cosiddetta terza intifada. E’ la PA che reprime la ribellione su richiesta di Israele.
Ecco un altro dettaglio indicativo. La dimensione delle devastazioni condotte da Israele a Gaza nel corso dell’Operazione Protective Edge sfida l’immaginazione. Nell’Operazione Cast Lead [Piombo fuso] sono state distrutte 6.300 case. Ma sapete quante case sono state distrutte in Protective Edge? 19.000. In Cast Lead sono stati uccisi 350 bambini, 550 in Protective Edge. Ma ecco la cosa. Dopo Cast Lead sono stati diffusi qualcosa come 300 rapporti sui diritti umani, che hanno documentato la carneficina israeliana. Ma dopo Protective Edge c’è stato un silenzio di tomba. La sola grande organizzazione per i diritti umani che ha pubblicato rapporti su Protective Edge è stata Amnesty e i rapporti di Amnesty sono stati orribili. Il silenzio è stato in parte dovuto al fatto che i rapporti sui diritti umani non avevano prodotto niente dopo Cast Lead. Gli Stati Uniti, agendo in combutta con la PA, hanno impedito ogni azione. I rapporti non hanno fatto che raccogliere polvere, così le organizzazioni hanno smesso di interessarsi. E’ stato anche per il fatto che la comunità internazionale è divenuta assuefatta alle atrocità israeliane e al folle primo ministro d’Israele. Ma il motivo maggiore è stato la codardia – o, se preferite, la prudenza – della comunità dei diritti umani dopo la crocefissione di Richard Goldstone. Non sono in grado di dimostrarlo, voglio sottolineare questo, ma secondo me, sulla base di molte prove circostanziali, Israele ha scavato fuori dello sporco su Gladstone e lo ha costretto a capitolare. Dunque, il primo è stato Gladstone. La vittima successiva è stata Christian Tomuschat, un giurista tedesco. E’ stato cacciato dalla lobby israeliana da uno dei comitati di approfondimento su Cast Lead del Comitato per i Diritti Umani. Poi c’è stato William Schabas, un’insigne istituzione nella comunità dei diritti umani. E’ stato allontanato dall’inchiesta del Comitato dell’ONU per i Diritti Umani su Protective Edge dalla lobby israeliana. Era evidente che era meglio non avere nessuno scheletro nell’armadio se si attaccava Israele. Human Rights Watch ha pubblicato cinque rapporti sostanziosi dopo Cast Lead, alcuni dei quali molto buoni, come Rain of Fire [Pioggia di fuoco] sul fosforo bianco. Ma non ha detto praticamente nulla su Protective Edge, persino quando tale operazione è stata di gran lunga la più distruttiva. Le organizzazioni per i diritti umani si sono semplicemente astenute o, nel caso di Amnesty, sono regredite a sfornare scuse. Il Comitato dell’ONU per i Diritti Umani è stato un disastro ancora maggiore. Mary McGowan Davis, questo giudice dello stato di New York che ha sostituito Schabas, è stata un’autentica storia dell’orrore.
L’unica crepa nell’armatura di Israele dopo Protective Edge è stata Breaking the Silence [Rompiamo il silenzio]. Diversamente Israele ha intimorito tutti costringendoli alla passività. Non c’è stato nulla che si potesse citare contro la, so che la chiamano narrazione ma io la chiamo propaganda, ufficiale israeliana. Non ho potuto citare nulla. Le organizzazioni per i diritti umani sono tuttora scrupolosamente corrette nella raccolta dei fatti. Dove s’insinua la distorsione è nell’interpretazione giuridica dei fatti. E’ lì che si vede la mano di persone come Ken Roth del HRW. Era solito – non so se lo fa ancora – rivedere personalmente i rapporti su Israele-Palestina – erano i soli che rivedeva personalmente – perché è lì che entra in gioco la legge. E’ consentito descrivere cose agghiaccianti, ma poi nella sezione legale forse si afferma che erano indiscriminate, forse si afferma che erano sproporzionate, ma la cosa da cui ci si tiene alla larga è affermare che un attacco era deliberato, come nel caso dell’attacco deliberato contro civili. Così nel rapporto del Comitato per i Diritti Umani sono descritti in continuazione attacchi deliberati contro civili e infrastrutture civili, ma non li si vede mai nella conclusione legale. E’ lì che è entrata in scena Mary McGowan Davis. Ha spudoratamente mascherato le atrocità israeliane, proprio come faceva l’esperto legale di HRW nel 2006, nei suoi rapporti sull’uso israeliano di testate a grappolo nel Libano meridionale.
A parte segnalare le discrepanze tra quanto rilevato di fatto e le interpretazioni legali nei rapporti di Human Rights Watch e di Amnesty, non c’era molto che potessi dire riguardo alle atrocità israeliane durante Protective Edge. Non c’era documentazione di organizzazioni “neutrali” per i diritti umani che io potessi citare. Potevo citare organizzazioni palestinesi per i diritti umani, che sono, naturalmente, rispettabili e affidabili ma, sfortunatamente e ingiustamente, mancano di credibilità presso il vasto pubblico. La sola cosa che mi restava e cui ho fatto costante ricorso in un nuovo libro che sto scrivendo su Gaza è stata Breaking the Silence. E’ una fonte non incriminabile e le sue testimonianze oculari demoliscono la propaganda ufficiale. Se Israele riuscirà a zittire Breaking the Silence, se Israele riuscirà a spezzare Breaking the Silence, allora la prossima volta si tratterà semplicemente della parola di Israele contro quella dei palestinesi. E’ un disastro in attesa di verificarsi. Noto che alcuni palestinesi “radicali” in occidente si sono dati a screditare Breaking the Silence. E’ un’idiozia incomprensibile.
Così il calcolo di Israele nel 1993 si è rivelato più vincente di quanto chiunque avrebbe potuto concepire. I servizi di sicurezza della PA sono stati avviati come un’operazione insignificante. Oggi sono un’organizzazione professionale, addestrata dalla CIA e dalla Giordania. Forse, se scoppiasse una rivolta palestinese di massa, i servizi di sicurezza della PA crollerebbero. Ma per ora si sono dimostrati molto efficaci. Questo livello di collaborazione e cooperazione tra la PA e Israele l’avrei predetto? No. La PA ha sabotato il rapporto Goldstone, ha pregato per la vittoria di Israele in Protective Edge, ha agito da nastro trasportatore per il regime israeliano della tortura.
La dimensione successiva è quella regionale. Non avrei previsto che, mentre Israele stava massacrando gli abitanti di Gaza nel corso di Protective Edge, l’Egitto avrebbe appoggiato apertamente Israele, l’Arabia Saudita avrebbe appoggiato apertamente Israele, la Lega Araba avrebbe appoggiato apertamente Israele. La Lega Araba si è riunita una volta durante Protective Edge e ha sostenuto la cinica proposta di cessate il fuoco di Al-Sisi. Se Israele è stato in grado di condurre un massacro senza precedenti a Gaza è stato in parte perché non aveva solo l’appoggio tacito ma anche quello esplicito di così tanti paesi arabi. Quanto all’opinione pubblica occidentale, il ricatto dell’Olocausto funziona ancora a livello statale, ma non tra la gente comune. Sono trascorsi sette interi decenni dalla fine della seconda guerra mondiale, nel corso dei quali l’Olocausto è stato usato come uno shmatte, uno straccio multiuso. E’ stato svuotato del suo eco emotivo; non ha più la capacità di zittire gli europei e in ogni caso non le giovani generazioni.
D’altro canto sono stato forse il primo a notare il volgere delle correnti nell’ebraismo statunitense. Ero solito tenere conferenze in circa 40 università l’anno. Era diventato chiaro, parlando con quegli uditori, che Israele stava perdendo la battaglia per l’opinione pubblica. Nel 2007 ho tenuto una conferenza pubblica su questo tema presso la Judson Memorial Church, vicino all’Università di New York. Ho detto che i giovani ebrei statunitensi non difenderanno la condotta criminale di Israele. Israele ha sganciato qualcosa come quattro milioni di bombe a grappolo sul Libano meridionale nel 2006, nelle ultime 72 ore della guerra, quando essa era già finita. Ha sganciato fosforo bianco, che raggiunge una temperatura di 1.500 gradi Fahrenheit [circa 816 Celsius – n.d.t.] su ospedali e scuole nel corso di Cast Lead. Se sei un giovane ebreo statunitense probabilmente sei liberale e idealista; non difenderai roba di questo genere. Puoi esporti a fare il tifo contro Israele, ma abbasserai la testa per l’imbarazzo e la vergogna. Ho registrato lentamente questa metamorfosi. Qui sta succedendo qualcosa. I giovani ebrei stanno cambiando. Anche alcuni vecchi ebrei, ma non la maggioranza.
E l’intifada dei coltelli?
E’ una denominazione impropria chiamarla intifada. Quando la prima intifada stava morendo ci furono tutti quegli accoltellamenti, a Gerusalemme e altrove. Non erano un segno di speranza, bensì una manifestazione di disperazione. Questa cosiddetta terza intifada è cominciata con gli accoltellamenti; è cominciata su una nota di assenza di speranza, che è ciò che è un accoltellamento a caso. La prima intifada iniziò spontaneamente ma nel giro di giorni furono coinvolte tutte le organizzazioni di massa; crearono un Comando Nazionale Unificato di tutti i partiti politici (eccettuato Hamas, all’inizio). Distribuivano opuscoli ogni settimana. Era una cosa fatta professionalmente. C’erano bollettini che ti dicevano cosa fare. Oggi è una giornata di scioperi, oggi dovremmo fare questo, oggi dovremmo fare quest’altro. Può essere cominciata spontaneamente. Ma c’era una rete di organizzazioni di massa pronte a buttarsi dentro. Oggi non c’è nessuna organizzazione.
Questo segnala uno dei miti diffusi dalla dirigenza del BDS. Afferma di rappresentare quasi 200 organizzazioni della società civile palestinese. Se ci fossero 20 – scordiamoci 200, solo 20 – organizzazioni simili con una base reale in Palestina, la terza intifada dopo otto mesi non avrebbe ancora alcuna forma organizzativa? Se le organizzazioni che BDS afferma di rappresentare esistessero davvero, sarebbero balzate a colmare il vuoto, proprio come fecero le organizzazioni di massa nella prima intifada. E nella prima intifada tutti si rimettevano a esse, perché appartenevano a loro. Questa è società civile. Di fatto la caratteristica saliente di questa cosiddetta terza intifada è che è priva di organizzazione. Avete mai sentito di una genuina rivolta popolare che consista interamente in accoltellamenti a caso e nell’investire persone per la strada? La verità è che la “società civile palestinese” è un’illusione. Si tratta semplicemente di ONG finanziate dall’estero – squadre di una o due persone – che punteggiano il paesaggio privilegiato di Ramallah.
In generale c’è del romanticismo sul “popolo oppresso”. Lo vediamo negli Stati Uniti. Chi avrebbe predetto che gli afroamericani avrebbero affondato il candidato alla presidenza più radicale a memoria d’uomo? Nella mia giovinezza i neri erano definiti l’”Avanguardia della rivoluzione”, ma in questo ciclo elettorale si sono rivelati essere l’avanguardia della reazione. Guardate John Lewis. E’ stato un eroe genuino del Movimento per i Diritti Civili, non se ne discute. Ma oggi è un patetico lacchè della macchina razzista dei Clinton. Ha calunniato grottescamente il passato di Bernie nel Movimento per i Diritti Civili e ha rilasciato un certificato di sana costituzione ai Clinton. Analogamente, poiché i palestinesi sono stati romanzati, non è stato mandato giù che in questo momento – non farò previsioni per il domani, l’ho imparato dalla campagna di Sanders – i palestinesi sono un popolo sconfitto. Le cause e i sintomi di questo riguardano il cinismo nei confronti della politica dopo che tanti sacrifici e speranze hanno prodotto i frutti amari della continua occupazione e di altri insediamenti, una dirigenza collaborazionista, la lotta quotidiana per la sopravvivenza, il rifiuto della lotta collettiva a favore dell’”ognuno per sé”, l’assenza di organizzazioni popolari. Non so chi in occidente se lo sia inventata, ma una tattica abile è consistita nel prendere qualsiasi palestinese che avesse talento, qualsiasi palestinese che fosse eloquente, qualsiasi palestinese che potesse essere radicalizzato e nel dargli una ONG a Ramallah, dargli un computer e un ufficio, raddoppiare o triplicare il suo salario e poi chiarire che se va fuori dal seminato si ritroverà in strada. Ha funzionato come per magia. Il genere di persone che un tempo costituivano il personale delle organizzazioni popolari di massa ora sta seduto in un ufficio di Ramallah a scrivere rapporti trimestrali sull’economia palestinese, anche se l’economia palestinese è inesistente. Questo settore critico dei leader del futuro è stato pacificato.
Ma forse, se i palestinesi dei territori occupati sono sconfitti, il BDS è qualcosa che sta avvenendo nella diaspora, che non è sconfitta.
Gente sconfitta, per il momento. Non so cosa succederà in futuro. Guardate quanto mi sono sbagliato riguardo ai giovani negli Stati Uniti! L’élite dominante in occidente è molto sveglia. Commette errori, ovviamente, ma non andrebbe sottovalutata la sua intelligenza. Uno dei motivi per cui il Sudafrica abolì l’apartheid fu che guardò agli Stati Uniti nell’era post Diritti Civili e constatò che si può farla finita con la discriminazione formale, legale e tuttavia continuare a controllare l’economia. E ciò che è successo qui negli Stati Uniti. Non c’è stata alcuna ridistribuzione di ricchezza tra neri e bianchi, salvo la creazione di nuova borghesia nera post Diritti Civili. La Palestina è un luogo minuscolo. E’ stata schiacciata dalle grandi potenze che hanno calcolato e cospirato come neutralizzarla. Gli europei provvedono alla generosità per mantenere a galla la PA mentre i torturatori della CIA addestrano i servizi di sicurezza. Ci sarebbe voluta una forza d’animo sovrumana per resistere alle tentazioni e alle torture. Non posso dire di essere scandalizzato dalla sconfitta che è stata inflitta. Ma dovremmo essere onesti nel riconoscere che la situazione è senza speranza, per adesso. Non significa che dovremmo arrenderci. Io non mi arrendo. Ma dovremmo anche evitare di nutrire illusioni. Quando la bolla scoppia, non fa che alimentare ancora altro avvilimento e disperazione.ARTE 3: POLITICA
Hai detto che Breaking the Silence è efficace e, poco ma sicuro, tutti i leader israeliani al congresso del New Israel Fund dello scorso dicembre hanno attaccato Breaking the Silence. Ma lo stesso succede con il BDS. Non ci si può recare a un discorso di un leader su questo tema senza che quello attacchi il BDS. Non lesina le parole. E così le persone di coscienza sentono questo e dicono: “Avanti, BDS!”
In realtà il BDS si è dimostrato una manna per Israele. Innanzitutto, se si guarda alla genesi dell’attuale isterismo israeliano riguardo al BDS, è illuminante puntualizzare esattamente quando è cominciato. E’ cominciato subito dopo che Netanyahu è stato sconfitto riguardo al problema dell’Iran. Netanyahu e i suoi compari prosperano inventandosi nemici che si dice vogliano distruggere Israele. Così hanno fabbricato questo isterismo a proposito dell’Iran, ma non ha funzionato perché l’occidente voleva concludere un accordo. Non sono rimasto sorpreso che non abbia funzionato. Ho detto molte volte che quando si tratta di interessi cruciali degli Stati Uniti in politica estera la lobby israeliana è impotente. Sull’Iran la lobby non poteva nemmeno contare sul senatore afroamericano del New Jersey, Cory Booker, che era un cocco della lobby e uno dei fondatori della società ebraica di Yale. Quando l’Iran è stato cancellato dall’ordine del giorno, Netanyahu ha avuto bisogno di un nuovo Grande Satana che fosse dedito alla distruzione di Israele. Così si è attaccato al BDS. E’ diventato il nuovo pretesto per Israele per fare la vittima.
Secondo: Israele si stava innervosendo quando l’opinione pubblica internazionale gli si era rivoltata contro. Che cosa ha fatto? Ha affermato che tutte le critiche di Israele erano sostanzialmente BDS e che il BDS aveva come fine la distruzione di Israele. Gonfiando la minaccia posta dal BDS e ridefinendo il BDS a comprendere ogni opposizione al paese, includendo l’Unione Europea e iniziative delle chiese totalmente separate dal BDS e incorporando nella categoria BDS le campagne in occidente che attaccavano solo gli insediamenti e l’occupazione … esagerando la portata e la potenza del BDS Israele ha potuto delegittimare anche i suoi critici più tiepidi ma anche più minacciosi. Ha potuto a quel punto denunciare che anche loro, qualsiasi cosa potessero dichiarare, perseguivano la distruzione di Israele. L’ironia è che anche se Netanyahu ulula che il BDS vuole delegittimare Israele, in realtà è lui a manipolare il BDS per delegittimare critiche di principio contro l’occupazione e gli insediamenti.
Terzo: una volta che Israele ha cominciato a perdere il favore dell’opinione pubblica occidentale, ha avuto un’unica strategia: cambiate il tema. Se parlava di diritti umani non poteva vincere. Non vincerà sui diritti umani, non vincerà sull’occupazione. Così, ogni volta che si parla di diritti umani, Israele vuole parlare di antisemitismo. Ogni volta che si parla di occupazione, vuole parlare di doppi metri: e il Darfur? E la Siria? Continua a cambiare il tema. Questa è la sua strategia. Ora con il BDS è stato davvero brillante. Si deve riconoscere il merito a chi ce l’ha. Nessuno parla più del blocco di Gaza, solo di BDS: il BDS è antisemita? Il BDS vuole distruggere Israele? Riesce a giocare ancora una volta la carta della vittima. E’ riuscito a cambiare il tema. Ma si deve anche dire che il BDS ha reso la cosa molto facile a Israele, rifiutandosi di riconoscere la sua legalità come stato entro i confini ante giugno 1967. Il BDS ha consentito a Israele di indossare il mantello della vittima. Quando il New York Times apre le sue colonne a dibattiti sul sionismo, Mondoweiss dice che si tratta di una svolta storica. Ma gli israeliani in effetti ne gioiscono. Parliamo di sionismo. Parliamo di BDS. Parliamo di qualsiasi cosa, qualsiasi cosa … salvo che di ciò che Israele sta facendo ai palestinesi.
Aspetta. Nell’ottobre del 2012 hai affermato che non possiamo discutere del sionismo perché per gli statunitensi potrebbe trattarsi di una lacca per capelli. Ma è esattamente di questo che stiamo discutendo adesso.
State confondendo un dibattito interno agli ebrei con l’opinione pubblica più vasta. Se c’è una nuova ricetta per gli knish a Sao Paulo, è un articolo di prima pagina sul New York Times.
Ma eri quello che diceva che gli ebrei statunitensi sono un elettorato cruciale. Dunque questa è una conversazione all’interno della comunità ebraica sul sionismo, e sul tempo.
Se si vuole raggiungere un vasto pubblico ci si deve concentrare su cose come la storia di Israele riguardo ai diritti umani, all’occupazione, agli insediamenti e al blocco, cose cui gran parte dell’opinione ebrea liberale si oppone. Ma se si sposta la conversazione sul sionismo e l’antisionismo, molti ebrei finiscono per essere nauseati. Che cosa significa esattamente ‘sionismo’? Che cosa significa esattamente ‘antisionismo’? Se denota la dissoluzione di Israele non c’è partita tra gli ebrei e l’opinione pubblica in generale. Una simile conversazione non arriva da nessuna parte. La differenza tra sionismo e apartheid – che chiaramente è divenuto un termine di condanna – è che non c’è mai stato dissenso su che cosa significava l’apartheid. Tutti capivano che significava uno sviluppo separato ed effettivamente disuguale. Aveva un significato chiaro, non ambiguo. Così il dibattito non era sofisticato. Era in effetti parecchio semplice e in occidente nessuno tentava di difendere l’apartheid su basi ideologiche, perché era così antitetico all’etica dominante dell’era post Diritti Civili, che aveva appena ripudiato la dottrina della separazione e della disuguaglianza. Ma il sionismo non ha una definizione precisa ed è per questo che Chomsky e Netanyahu possono definirsi sionisti. E’ un termine molto più elastico. Storicamente è stato il contenitore di molte correnti contrastanti, alcune delle quali non erano spregevoli, anche se la tendenza dominante, che ha vinto, era ovviamente deleteria. Dunque, una volta che si entra in una conversazione sul sionismo, si parla di un fenomeno elusivo, che potrebbe essere utile da analizzare in un seminario per laureandi, ma non penso abbia molto a che fare con la politica. E’ semplicemente una distrazione, ed è per questo che Israele ama parlarne.
Nel 2012 hai parlato di un consenso mondiale a favore della soluzione a due stati. Beh, c’è stata una svolta in tale consenso. Tom Friedman dice addirittura: preparatevi all’era dello stato unico.
Il consenso globale non è stato indebolito di una virgola. Guardate alle sedi cruciali: l’Assemblea Generale dell’ONU, la Corte Internazionale di Giustizia, le organizzazioni per i diritti umani, quello che si potrebbe definire l’orizzonte politico dell’opinione pubblica progressista. Se si guarda a tali sedi non c’è alcuna indicazione di un’incrinatura nel consenso. La sola sede in cui lo stato unico è preso sul serio è la facoltà di studi umanistici dell’accademia, tra i radicali con una cattedra. Quando non convocano conferenze sul “Corpo nero” e i “Transessuali trasgressivi” (o sono le “Trasgressioni transessuali”?) fanno circolare petizioni a sostegno di uno stato unico in Palestina. (Dio non voglia che siano coinvolti nella campagna di Bernie Sanders; è così passè). Non riesco neppure ad attribuire un significato a ciò che dice Tom Friedman. Le sue pronunce sono politicamente irrilevanti. Lui semplicemente parla e passa oltre. Non è politica seria. Siamo coinvolti in una battaglia protratta, in salita; non twittiamo o scriviamo un articolo usa e getta e poi passiamo ad altro. Non è serio, non è serio. Dobbiamo riflettere a fondo su ciò che diciamo, su quali siano le conseguenze, le implicazioni, le ripercussioni, le ramificazioni. Thomas Friedman semplicemente si alza al mattino, si siede davanti allo schermo del computer e la prima domanda che gli viene in testa è: come posso suscitare scalpore su di me? E’ dipendente dai “mi piace” e dai “condividi”. E’ questa la sua ragion d’essere.
Anche il Segretario di Stato John Kerry e l’ambasciatore USA in Israele Daniel Shapiro hanno detto che vogliamo evitare la realtà di uno stato unico.
Lo dice anche Tzipi Livni: “Se non risolviamo il conflitto dovremo occuparci del BDS/stato unico.” Usano il BDS/stato unico come una tattica intimidatoria per costringere Netanyahu a rifugiarsi nel Muro. “Se non ti ci attacchi ora, dovremo trattare con BDS/Stato Unico poi”. Per inciso, ho avuto chiaramente torto riguardo al processo di pace di Kerry. Pensavo che gli USA stessero per esercitare su Israele una pressione sufficiente per giungere a un accordo. No, gli israeliani sono molto trincerati, mi sbagliavo. L’autoproclamato intellettuale radicale Perry Anderson – è alla guida dei bolscevichi nella mensa di facoltà dell’Università della California di Los Angeles (UCLA) – parla molto bene del BDS. Dice che è “la sola campagna contro lo status quo con una vera lama”. Ma Anderson concede anche che “dopo un decennio di azioni, il suo impatto pratico è stato prossimo a zero”. I fatti sono cose testarde, come soleva dire Lenin. “Prossimo a zero”. Quando ho letto un articolo su Mondoweiss di un leader del BDS che affermava che Israele era prossima a un “collasso imminente” a causa del BDS, ho dovuto chiedermi qual era la sua presa sulla realtà. Israele sta sfruttando il BDS. Sta facendo con il BDS esattamente quello che fa con i “missili” di Hamas. Non ci sono missili di Hamas. E’ una totale invenzione. Sono fuochi d’artificio pompati. Secondo dati dell’ONU Hamas ha lanciato 5.000 missili e 2.000 granate di mortaio nel corso di Protective Edge. La cifra ufficiale di Israele dice che Iron Dome ha deviato 740 dei missili di Hamas. Restano 4.200 missili che non sono stati disattivati. Ma, secondo rapporti israeliani, nel corso di Protective Edge è stata solo distrutta una casa israeliana. Si può forse sostenere che sono rimasti uccisi così pochi civili israeliani perché Israele ha un sistema sofisticato di preallarme e di rifugi. Ma la case non si riparano nei rifugi. Come può essere che solo una casa sia stata distrutta? Perché non erano missile, sono fuochi d’artificio pompati o, come ha detto un esperto, “razzi dilettanteschi”. E Israele non è la sola parte che perpetua questa finzione. La perpetua anche Hamas. Ha detto: “Vedete, la resistenza armata funziona davvero; guardate come sono spaventati dai nostri missili”. Ora, sia i leader israeliani sia i leader del BDS fanno finta che Israele sia di fronte a una catastrofe imminente a causa del BDS. E’ una finzione che conviene a entrambi.
Sto ora scrivendo una storia dei massacri israeliani a Gaza. La maggiore rivelazione personale, ne condurre la ricerca, è stata che tutto ciò che ci è raccontato sul conflitto è fantasia. Non ci sono missili di Hamas. Anche Iron Dome è una fantasia; probabilmente non ha salvato nessuna vita. Lo specialista missilistico del MIT Theodore Postol quantifica la sua efficacia al cinque per cento. Significa che ha intercettato con successo 40 razzi di Hamas. Anche i “tunnel del terrorismo” sono una fantasia. Il rapporto del Comitato dell’ONU per i Diritti Umani ha indicato che, anche se militanti di Hamas sono effettivamente arrivati in Israele attraverso i tunnel, non hanno attaccato nemmeno una volta civili israeliani, solo combattenti dell’IDF [esercito israeliano – n.d.t.]. In realtà gli stessi israeliani l’hanno ammesso. Alla fine Hamas l’ha capito: a Israele interessa solo se si uccidono o catturano combattenti. Israele è una società in stile Sparta, che piange prima di tutto e soprattutto la morte dei suoi soldati caduti. So che agli attivisti del BDS non piacerà che io dica questo, ma secondo me il BDS non è che un altro di quegli stratagemmi hasbara, come la minaccia “esistenziale” iraniana, i missili di Hamas, i tunnel del terrorismo e Iron Dome.
Quali sono le prospettive, secondo te?
L’anno prossimo, il 2017, segna un doppio anniversario. E’ in centesimo anniversario della Dichiarazione Balfour e il cinquantesimo anniversario della guerra del 1967 e della successiva occupazione. Su quale anniversario si concentreranno gli attivisti sarà indicativo delle loro politiche. Se ci si concentra su Balfour, allora si vuole disfare Israele. La Dichiarazione Balfour culminò nella creazione di Israele. Se ci si concentra sul cinquantesimo anniversario allora si vuole cancellare l’occupazione e trovare un qualche genere di – come si dice attualmente – “giusta” soluzione alla questione dei profughi. Si deve scegliere: su quale anniversario ci si concentrerà?
Io mi sto concentrando sul cinquantesimo anniversario. Perché? Beh, in cinquant’anni i palestinesi non sono stati in grado di costringere Israele a ritirarsi da un metro quadrato dei territori occupati, anche se l’intera comunità internazionale considera illegale l’occupazione. E’ un mantra: gli insediamenti sono illegali o, nella terminologia statunitense, “non sono d’aiuto”. (Dove si sono sognati quell’espressione, solo Dio lo sa. Qualcuno al Dipartimento di Stato deve aver pensato all’asilo infantile. “Questo non è molto d’aiuto, Johnny”) Dunque non sono riusciti a “liberare” un metro quadrato di Palestina nonostante l’intera comunità internazionale sia dalla loro parte. Come, allora, sperano i palestinesi di disfare una realtà che è radicata non solo da mezzo secolo, ma da un secolo intero, e che reclama completa legittima internazionale? Non ha un senso logico. Come si può sperare di riportare indietro l’orologio di un secolo intero e disfare Israele se non si riesce a disfare una realtà che è subita da metà di tale tempo e che non gode di alcuna legittimità?
O, per dirlo in termini attuali, ho usato in precedenza l’espressione, l’orizzonte politico dell’opinione pubblica progressista. In questo momento negli USA questo orizzonte è rappresentato dalla campagna di Sanders. Essa rappresenta il limite politico, oltre il quale si cade nel baratro di un culto. Se si leggono le dichiarazioni di Sanders, egli inizia sempre con il riconoscimento di Israele. Poi prosegue affermando che il blocco di Gaza deve essere revocato, l’occupazione è illegale, gli insediamenti devono sparire. Volete conquistare alla nostra campagna Bernie Sanders e la base che egli rappresenta? Io sì. Voglio che diventi parti del nostro movimento. Penso che sarebbe una gran pacchia avere qualcuno della sua attuale statura a far parte del nostro movimento. Ma se si equivoca sulla questione di Israele, allora lo si perderà. Allora siamo di nuovo nel ghetto. Abbiamo un’occasione di raggiungere l’opinione pubblica. Non voglio tornare a dov’ero quarant’anni fa. Ma lo vedo accadere in continuazione oggi. Negli anni ’70 scandivamo lo slogan “Dal fiume al mare, Palestina liberare”. Quell’irrazionalità e stupidità sono ora riemerse. Stiamo ricominciando tutto daccapo. Alcuni lo chiamano progresso. Ma è regresso. Pensate che l’idea di uno stato democratico laico sia venuta fuori dal nulla? Era la piattaforma dell’OLP negli anni ’70. Dal fiume al mare, Palestina liberare. Stiamo andando indietro e decisamente non nel futuro.
Dunque tu sei pragmatico?
Sono una persona politica. Non posso vivere di sole idee. Voglio rendere il mondo un luogo migliore. E’ di questo che si occupa la politica radicale. Voglio realizzare qualcosa prima di passare nel non prossimo mondo. Una delle domande più bizzarre che ho mai sentito è: “Sei per uno stato o per due stati?”. Come se fosse una preferenza personale, come prendere uno dalla colonna A e uno dalla colonna B di un menù cinese. Che cosa, prego di dirmi, ha a che fare questo con la politica? Resto un comunista: il libero sviluppo di ciascuno è la precondizione per il libero sviluppo di tutti; da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni. Naturalmente questi ideali non sono oggi all’ordine del giorno della storia. Così si procede non sulla base di ciò che si desidera, bensì sulla base di ciò che è possibile, senza contraddire il proprio ideale ultimo. Si deve valutare e soppesare a mente lucida l’attuale rapporto delle forze politiche, cercare possibilità realistiche e poi sfruttarle efficacemente e creativamente. Naturalmente non si guarda solo alla superficie. Si valutano anche le forze sotterranee, incipienti, in gioco. Ma non considero una forza sotterranea, incipiente sollecitare l’eliminazione di Israele. Esamino ciò che dice Sanders. Continua a dire che il riconoscimento di Israele è un prerequisito. C’è stata una certa regressione nella sua intervista a New York Daily News. Gli è stato chiesto se Israele doveva essere riconosciuto come uno stato ebraico. Ha risposto un po’ evasivamente: “Naturalmente … è questo lo status quo”. Come a dire: “Sì, anche se questa non è necessariamente la mia convinzione”. Questo è stato deplorevole. Ma se si fosse messo Sanders alle strette, dubito che egli avrebbe approvato uno stato in cui gli arabi fossero discriminati. Come si concilia questo con uno stato ebraico? Beh, è un dilemma per lui … e per chiunque altro appoggi uno stato “ebraico democratico”. A proposito, ci stiamo di fatto avviando a un terzo anniversario. Il 2017 segnerà anche il decimo anniversario dell’assedio di Gaza. Su questo Bernie è già a bordo. Porre fine al blocco è un obiettivo realizzabile se arriviamo ad agire insieme. Por fine all’occupazione è un obiettivo realizzabile nel medio termine. Por fine a Israele come stato con una maggioranza ebrea non lo è. Promuovere un tale obiettivo non fa che rendere più difficile una lotta già ardua. E’ come se, nel mezzo di una lotta per organizzare un sindacato in una cittadina industriale reazionaria, si distribuissero opuscoli che fanno appello alla Rivoluzione Comunista. E’ questo che fanno i provocatori, per affossare la lotta. Voglio perdere Bernie? Voglio entrare in una discussione con lui sul sionismo? Io no. E’ controproducente, futile e stupido.
Se io [Scott Roth] dovessi sintetizzare il mio dissenso direi: come fai a sapere qual è la realtà oggi? Non è sempre in mutazione oggi?
E’ una pia illusione. Il consenso è attualmente più forte di quanto sia mai stato. Dove vedi il mutamento nell’esistenza di Israele come stato, salvo che tra sedicenti accademici radicali? In realtà, dal punto di vista politico, fa a malapena differenza ciò che dice il BDS, poiché non c’è dirigenza in Palestina e in assenza di un movimento là, siamo stagnanti. L’idea che il BDS possa liberare la Palestina da fuori è anch’essa una fantasia. Il movimento delle sanzioni anti-apartheid avrebbe potuto por fine all’apartheid in assenza di un movimento di massa all’interno del Sudafrica? Si deve cominciare là e oggi non c’è nulla. Se e quando il movimento emergerà là, chiederà due stati. Come lo so? Guardate alla storia. L’OLP chiedeva un solo stato; è la Carta Nazionale della Palestina. Tuttavia la precondizione per il discorso di Arafat all’ONU nel 1974 – il discorso del “fucile e ramo d’ulivo” – fu che egli dovette appoggiare i due stati. Anche Hamas voleva liberare l’intera Palestina. Ma quando ha vinto le elezioni nel 2006 non doveva rispondere più solo alla sua base in Palestina. A quel punto operava sul palco mondiale. Così Hamas ha cominciato a diffondere dichiarazioni che in effetti sollecitavano i due stati. Nel momento in cui leader palestinesi cominciano ad agire nell’arena della politica internazionale, le esigenze di quella realtà si fanno sentire. Se e quando emergerà una nuova dirigenza in Palestina, chiederà i due stati. La piattaforma BDS diverrà un reperto storico. Ero nella West Bank quando Arafat chiese i due stati nel 1988 ad Algeri. Fu un momento straziante per i palestinesi, rinunciare alla loro rivendicazione dell’intera Palestina. Ma capirono che quello era ciò che era sul tavolo. La questione non era ciò che loro, come palestinesi, desideravano, bensì ciò che era politicamente fattibile.
Se potessi fare a modo mio, abolirei tutti gli stati. A questo punto gli stati sono totalmente irrazionali. Il mondo è un granello di sabbia che gira sul suo asse in un universo infinito. Tutte le sfide maggiori che l’umanità ha attualmente di fronte – cambiamento climatico, disuguaglianza e malfunzionamento dell’economia . possono essere risolte solo a livello globale. Ma quanti appoggiano l’abolizione degli stati? Il fatto che sia una soluzione razionale non la rende necessariamente fattibile politicamente. Ma appoggerei uno stato palestinese in cui Israele conserva la maggior parte dei blocchi di insediamenti e tutto il resto (incluse le cruciali risorse idriche) dietro il Muro? No. Può essere ancora conquistata una soluzione migliore. Non si è ancora rafforzato un consenso sufficiente in base al quale Israele riesca a tenersi tutto ciò che vuole nella West Bank, lasciando i palestinesi tra i rifiuti.
Ma a quelli che nella società israeliana si oppongono ai due stati il consenso internazionale non interessa, e i loro sogni si sono realizzati.
Ma incontrano ancora un ostacolo, che sin qui resta insuperabile, della mancanza di legittimità internazionale. La comunità internazionale non accetta gli insediamenti o l’occupazione. Ha fatto granché al riguardo? Naturalmente no. Ne sono perfettamente consapevole. Ma è un’arma potenziale. E’ come la sentenza della Suprema Corte statunitense del 1954 nella causa Brown contro il Consiglio dell’Istruzione. Nel 1960 solo nel 5 per cento era stata cancellata la segregazione; ebbe uno scarso impatto sul terreno. Ma era un’arma. Il Movimento per i Diritti Civili fece leva su quella sentenza e sul quattordicesimo emendamento alla Costituzione sull’”uguale protezione”. Il Movimento disse: “Tutto quel che vogliamo è che i governi statali e quello federale attuino la legge del paese”. Sfruttarono il potere latente della legge come un’arma. Il fatto che l’occupazione manchi tuttora di legittimità segnala che movimento palestinese nonviolento di masso può usare la legge internazionale come un’arma. Israele è sempre stato molto brillante al riguardo. Perché si ricorda la Dichiarazione Balfour o la Risoluzione sulla Partizione? Perché i sionisti e poi Israele si sono assicurati che non fossero dimenticate. Come disse Abba Eban, la Risoluzione sulla Partizione fu il certificato di nascita di Israele, il suo certificato di legittimità. Certificò che Israele non era un figlio bastardo del sistema internazionale, ma una progenie legittima. I sionisti compresero il potere dell’opinione pubblica e quanto potevano essere importanti la Dichiarazione Balfour, poi la Risoluzione sulla Partizione, nel mobilitare l’opinione pubblica.
Balfour fu il prodotto di edifici coloniali.
Sì, e lo stesso la partizione dell’Africa in stati. Significa che tutti gli stati africani possono o dovrebbero essere smantellati?
Saresti d’accordo che se il piano di partizione fosse votato presso l’ONU moderno …
Non sarebbe mai approvato nelle Nazioni Unite di oggi. Ma non vedo nessuna prova di un impegno concertato, persino nascente, a smontare la partizione. Si può dire, giustificatamente, che gli israeliani hanno sfruttato cinicamente l’Olocausto nazista al fine di giustificare l’esistenza di Israele come rifugio o porto sicuro per gli ebrei. E tuttavia lo sfruttamento è riuscito. Ha radicato la legittimità di uno stato ebraico post Olocausto.
Scordiamoci l’azione concreta di eliminare o smantellare. E riguardo a qualcosa di diverso? Se Israele implodesse?
Sì, e se la nonna avesse le ruote sarebbe una carrozzina. Non vedo nessuna prova del tuo ‘se’. Per citare Perry Anderson, Israele “ha registrato tassi di crescita costantemente più elevati dei suoi comparatori nell’OCSE. Dopo la più lunga espansione sostenuta della storia del paese, dal 2003 al 2007, Israele ha superato la crisi finanziaria del 2008 meglio di qualsiasi altra economia dell’Europa Occidentale e dell’America del Nord e da allora ha continuato a far meglio di esse”. Suona come un paese sull’orlo dell’implosione?
C’è un mucchio di contraddizioni interne in quella società. Io [Roth] non penso sia una ricetta per il successo.
Ogni società è spaccata da conflitti interni. Vero, Israele ha enormi disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, ma la disuguaglianza è più acuta negli Stati Uniti e gli Stati Uniti non stanno per implodere. Naturalmente Israele fabbrica anche Grandi Satana per zittire i suoi conflitti interni.
Potrebbero volerci trent’anni.
Non è possibile predire che cosa succederà tra trent’anni. Se avessi detto nel 1988 che l’impero sovietico stava per disintegrarsi nel giro di un anno saresti stato dichiarato irrecuperabilmente matto. La Siria è stata a lungo lo stato più robusto del Medio Oriente. Sembrava una roccia sotto Hafez al-Assad. Se avessi detto cinque anni fa che la Siria sarebbe presto implosa ti avrebbero riso dietro. Non ha senso predire che cosa succederà tra tre decenni.
Non posso consigliare ai palestinesi: “Tenete duro lì. Le cose potrebbero mettersi bene tra trent’anni.” Ho appena ricevuto questa e-mail dal figlio di un vecchio amico palestinese: “Sto ora cercando un’occasione a breve di viaggiare. Mi piacerebbe provare la sensazione di viaggiare in aereo e di vedere il mare da vicino. Ho compiuto 24 anni e non ho ancora visto il mare perché mi è vietato visitare le città palestinesi sulla cosa”. Che cosa dovrei dirgli? Che potrebbe vedere il mare quando avrà 55 anni? Non è più sensato, più umano, cercare di por fine all’occupazione in modo che egli possa sperimentare un po’ di ciò che la vita offre prima di diventare vecchio, se mai allora potrà farlo?
Il mio era un discorso ipotetico
Non ho interesse a essere dogmatico. Che cosa ci guadagno? Tu, ovviamente, sai che ho preso in anni recenti posizioni politiche che, a livello personale, sono state piuttosto costose. Ero solito vivere del mio insegnamento. Amavo stare in classe. Da quando mi è stata negata una cattedra, un decennio fa, sono rimasto disoccupato, salvo per un periodo di nove mesi di insegnamento in Turchia. Dieci anni di disoccupazione, fuori dalle classi, senza paga; non è stato una goduria. Ma onestamente non è questo che mi infastidisce di più. Potresti collegarmi alla macchina della verità e il mio polso non salterebbe un battito. Quello che mi secca è che ho investito circa 35 anni, la mia intera vita da adulto, in questa causa. E’ quasi tutto ciò su cui ho letto; è una vita molto noiosa. So molto; dovrei saperlo dopo tanti anni. Ma a causa di differenze politiche, sono escluso. Non mi è più chiesto di parlare. Persino Democracy Now! non mi manda più in onda. Un mese il programma di Mehdi Hasan ‘Up Front’ mi ha contattato. Volevano che partecipassi a un dibattito sul BDS. Ma i leader del BDS si sono rifiutati di apparire nel programma. E’ successo più volte di quanto mi dia la pena di ricordare. Un leader del BDS ha detto a Democracy Now!: “Perché discutere con Finkelstein? Non è importante. Dovremmo discutere con persone importanti”. Solevo tenere 40 conferenze l’anno. Ora ne tengo forse quattro. Ne conosco il numero a causa di quelle 1.099 ricevute che devo sottoporre al mio commercialista. Tre anni fa, prima che esplodesse la faccenda del BDS, gli ho consegnato 40 ricevute. L’anno scorso gliene ho date quattro. Mi ha detto: “Penso ci sia un errore qui. Come possono essere solo quattro?” Ora io mi chiedo: “Devo spiegare il BDS a questo commercialista? No, scordatelo.” Così gli ho detto: “Beh, sai, sto invecchiando e alla gente dei circuiti delle conferenze piacciono facce nuove”.
E’ frustrante. Non ho più un pubblico. Fondamentalmente scrivo per la storia. Così il sapere che ho accumulato sta finendo sprecato, politicamente. Gli stessi abitanti di Gaza non hanno bisogno di me. Conoscono la verità dalla vita reale. Chiamano i razzi di Hamas “danzatrici del ventre”, perché ruotano nella loro traiettoria quando salgono in aria. Tutti sanno là che sono una barzelletta. L’idea di resistenza armata è semplicemente una fantasia. Hamas ha avuto tre grandi scontri armati con Israele nel corso degli ultimi otto anni: Cast Lead, Pillar of Defense, Protective Edge. Ogni volta Hamas ha combattuto con un unico obiettivo in mente: cancellare il blocco. Ogni operazione è finita con la promessa israeliana di por fine all’assedio. Ma il blocco continua. La resistenza armata semplicemente non sta funzionando. Non è questione del diritto o meno di Hamas di far uso della violenza. Naturalmente ne ha il diritto. Ma c’è differenza tra se si ha il diritto – e Hamas ce l’ha – e se è una tattica politicamente prudente. Se non sta producendo risultati, allora perché non riconsiderare la propria strategia? Ma loro sono ostinati. La fissazione sulla resistenza armata è una caratteristica deplorevole della loro cultura politica. Hamas non può concepire l’idea di una resistenza nonviolenta, anche se la sua intifada ha avuto tanto successo. E’ strano. Quell’intero periodo glorioso è stato cancellato dalla memoria. Tutti la reputano un fallimento perché culminò a Oslo. Non fu un fallimento; fu un successo straordinario.
E’ una tragedia, davvero, che il capitolo più straordinario della lotta palestinese sia stato dimenticato, o cestinato come un fallimento.
Scott Roth e Phil Weiss sono giornalisti, editori e co-direttori di Mondoweiss.
Da ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org



https://zcomm.org/znetarticle/on-sanders-the-first-intifada-bds-and-ten-years-of-unemployment/
Mondoweiss

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