venerdì 6 maggio 2016

Libanesi, palestinesi e siriani


 
 
 
 
Libanesi, palestinesi e siriani - Di Muhammad Ali Farhat. Al-Hayat (05/05/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri. Nel contesto della suddivisione in Stati risultato dell’accordo Syk
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Di Muhammad Ali Farhat. Al-Hayat (05/05/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri.
Nel contesto della suddivisione in Stati risultato dell’accordo Sykes-Picot, alcuni centri di studi americani ritengono il Libano, l’Iraq e i territori palestinesi come ‘Stati falliti’, senza menzionare la Siria perché, anche se sembra destinata a cadere, forse è ancora aperta a diverse possibilità.
Il Libano è con lo Yemen in testa alla classifica dei paesi più corrotti, tra i quali compaiono anche Egitto, Sudan, Marocco, Algeria, Palestina, Giordania e Tunisia. La lista è stata pubblicata dall’organizzazione Transparency International, che ha espresso inoltre la propria preoccupazione per la situazione libanese.
Il paese ha perso la sua forza regionale e internazionale, la maggior parte dei funzionari stranieri in visita si preoccupa solo dei profughi siriani e della sicurezza ai confini con Israele, al punto che gli ambasciatori stranieri si muovono nel paese senza il permesso del ministero degli Esteri. Questo può essere considerato un segnale della disgregazione dello Stato. Il governo libanese si accontenta di mantenere la propria base popolare per mantenere il potere, come se fosse a capo di un cantone e non fosse responsabile degli altri cittadini al di fuori della propria setta o fazione. Sono sempre meno i club, le associazioni e le istituzioni politiche che comprendono cittadini di diversa affiliazione settaria, mentre crescono le sottoculture religiose, settarie o regionali a scapito della cultura comune, che ha fatto dei libanesi i pionieri della modernizzazione fin dagli inizi del XX secolo.
Assistiamo alla dissoluzione dello Stato libanese, delle sue istituzioni politiche e della sua società, mentre chi è al potere osserva, come in attesa che il fuoco divampi. Sembra inspiegabile questa calma e fiducia della gente al potere in Libano, soprattutto considerando la situazione nella vicina Siria, che si dirige verso un destino forse peggiore di quello della Palestina.
Nel 1948 il fondatore del Partito Falangista, Pierre Gemayel, prendeva parte alle operazioni di accoglienza dei profughi palestinesi; dopo 27 anni scoppiava la guerra libanese, e le due principali fazioni opposte erano le organizzazioni armate palestinesi e i falangisti libanesi. L’esodo dei siriani dal 2013 potrebbe ripetere la storia, soprattutto se gli sfollati hanno perso la speranza di ritornare alle proprie case in una Siria come la conoscevano. Il Libano non può sospendere i suoi problemi di corruzione e di divisione settaria di fronte agli sfollati siriani, ma forse agirà senza aspettare 27 anni come nel caso palestinese. La guerra civile (1975-1991) si è conclusa dopo aver portato all’esodo di più di un milione di libanesi. Se il Libano fosse diretto verso una guerra simile, i candidati alla fuga sarebbero molti. Sempre se sarà permesso loro di fuggire, poiché gli Stati hanno cominciato a chiudere le frontiere.
Il Libano è al limite, e nessuno invidia chi è al potere. Se chi al potere fosse veramente responsabile!
Muhammad Ali Farhat è giornalista per Al-Hayat.

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