martedì 3 maggio 2016

La musica dei Mashrou’ Leila sta cambiando il Medio Oriente

La scorsa settimana, le autorità politiche e religiose giordane hanno cancellato all’ultimo momento il concerto del gruppo indie-pop libanese dei Mashrou’ Leila, previsto per il 29 aprile ad Amman. Secondo i giordani, il concerto era contrario alla “autenticità” del luogo dove avrebbe dovuto svolgersi, il suggestivo anfiteatro romano della città.
La notizia ha scatenato le reazioni dei fan e della rete, che insieme a decine di intellettuali e artisti arabi hanno espresso solidarietà al gruppo attraverso flash mob, petizioni online e tweet. Anche i mezzid’informazione internazionali, tra cui The Guardian e Libération, hanno dato grande risalto alla vicenda. E alla fine il governatore di Amman ha dovuto fare marcia indietro concedendo al gruppo il permesso di suonare. Peccato però che fosse ormai troppo tardi: sarebbe stato impossibile riorganizzare il concerto in 24 ore (anche se i fan giordani possono stare tranquilli, il concerto si farà in futuro).
In realtà, l’iniziale cancellazione dell’evento ha a che fare molto di più con la libertà di espressione e la censura artistica che con un presunto valore storico del sito, visto che in passato i Mashrou’ Leila si sono esibiti lì ben tre volte.
“Abbiamo saputo in via non ufficiale che non potremo mai più suonare in Giordania a causa delle nostre convinzioni politiche e religiose e per il nostro sostegno all’uguaglianza di genere e alla libertà sessuale”, avevano scritto in un comunicato pubblicato su Facebook, dopo aver appreso della cancellazione della data.
I Mashrou’ Leila sono amatissimi nel mondo arabo. Nati a Beirut nel 2008, questi cinque ventenni libanesi hanno portato il pop cantato in arabo nei club di mezzo mondo, Europa e Nordamerica incluse. Fanno concerti che registrano il tutto esaurito al Cairo e a Dubai, ma anche a Londra e a New York. In occidente la loro musica è stata associata alle rivolte arabe e il cantante del gruppo, Hamed Sinno, è saltato agli onori della cronaca per la sua omosessualità dichiarata. I loro testi parlano dei tabù della società, di libertà sessuale, di omosessualità, di lotta contro il patriarcato e l’oppressione sociale. Hanno cambiato il modo di fare musica nel mondo arabo e portano avanti battaglie sociali e civili in cui si riconoscono le giovani generazioni arabe.
Pare che la richiesta di annullare l’evento fosse partita inizialmente da alcune autorità politiche e religiose giordane, con un esercizio di censura bipartisan che vede coinvolti religiosi cristiani e musulmani. Padre Rifaat Bader, direttore del Centro cattolico per gli studi e i media, aveva affermato al quotidiano online giordano 7iber che la canzone Jinn (Spirito) “estrapola alcuni dei simboli religiosi più sacri della cristianità per inserirli in un contesto immorale”. E ancora: “Le loro canzoni sono immorali e rappresentano una degenerazione culturale che non appartiene affatto alla società giordana”.
Per Bassem Battoush, deputato del parlamento giordano, il concerto andava annullato perché le canzoni del gruppo parlano di “sesso, omosessualità e incitano alla rivoluzione sociale”. Secondo altre fonti, il concerto era contrario ai valori, alle usanze e alle tradizioni della società giordana.
I mezzi d’informazione internazionali hanno sottolineato l’aspetto omofobo della censura, legato alla presenza del cantante gay, ma in Giordania l’omosessualità non è reato, anche se non sempre è ben tollerata: “La scena lgbt è abbastanza attiva e la situazione è meno pericolosa che in altri paesi della regione, specialmente nelle zone urbane. Nel 2014 e nel 2015 ad Amman si è svolta la giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia e in città esistono molti locali gay friendly”, mi scrive Serena Tolino dell’università di Amburgo, dove si occupa di diritto islamico, sessualità e genere.
“La comunità gay qui è grandissima”, mi racconta Valentina Giudizio da Amman, dove e vive e lavora come ricercatrice presso il Phenix center for economic and informatics studies. “Ci sono locali e serate lgbt, ma il tutto viene tenuto nascosto. O meglio, tutti lo sanno, ma nessuno ne parla. Dal punto di vista culturale e sociale i passi da fare sono ancora moltissimi (insomma, la stessa situazione che abbiamo in Italia)”.
È la musica dei Mashrou’ Leilaa essere stata messa sotto attacco, insieme alla forza dei loro testi, più che la presenza del cantante gay. Non a caso, le loro canzoni sono state accostate alle rivolte arabe: di quelle rivolte e di quelle richieste di giustizia sociale e libertà di espressione il gruppo si è sempre fatto portavoce, fin da prima del 2011.
I cinque ragazzi di Beirut hanno denunciato a gran voce su Facebook, con un altro post, la censura di cui sono stati oggetto in quanto artisti, e hanno condannato le politiche di repressione che colpiscono in ogni angolo nel mondo le voci libere, affermando che ogni artista ha il diritto di esprimere se stesso con la propria arte:
Dire che il nostro gruppo non ha il permesso di esibirsi in Giordania perché le nostre canzoni si occupano di sessualità, omosessualità e di diritto a protestare democraticamente contro i problemi sociali o politici, equivale in poche parole a dire che ogni artista che si occupa di diritti umani tramite la propria opera dovrebbe essere censurato. Riteniamo che questo tipo di atteggiamento sia dannoso e vada contro il processo democratico e i diritti umani.
Anche se il concerto non si è tenuto, l’intera vicenda è comunque un segnale positivo. Ci dice che, se le persone lo vogliono, lo status quo può cambiare, che la cultura ha un ruolo determinante nel modellare le società e che il futuro del mondo arabo è in buone mani, a patto che si dia la possibilità a figure giovani e indipendenti come i Mashrou’ Leila di scriverlo con le proprie mani.
Lo ha detto perfettamente il cantante del gruppo, Hamed Sinno, qualche giorno fa su Facebook: “Voi avete i vostri valori, noi l’amore; voi avete le vostre usanze, noi la musica; voi avete le vostre tradizioni, noi abbiamo il futuro” .

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