giovedì 12 maggio 2016

“Il protagonismo delle donne in terra d’Islam” di Leila Karami e Biancamaria Scarcia Amoretti


 
 
 
 
 
 
 
“Il protagonismo delle donne in terra d’Islam” di Leila Karami e Biancamaria Scarcia Amoretti - Uno dei temi che maggiormente affascina studiosi ed…
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Uno dei temi che maggiormente affascina studiosi ed opinione pubblica nell’ambito del mondo islamico è senza dubbio rappresentato dalla condizione della donna, dalle mille sfaccettature che la condizione ed il ruolo femminile riveste in tutti i paesi in cui la religione islamica permea in maniera più o meno determinante la vita pubblica e privata dei cittadini.
Ampie e numerose pagine sono state dedicate a questo argomento nel corso degli anni da studiosi di Islamistica sia in Italia che nel resto dei paesi occidentali, nel tentativo di comprendere e confrontarsi con un mondo per molti aspetti diverso e lontano dal nostro.
Recentemente è stato pubblicato da Ediesse un approfondito lavoro curato da Biancamaria Scarcia Amoretti, docente di islamistica all’Università La Sapienza di Roma, coadiuvata da Laila Karami, di origini iraniane, studiosa della storia delle donne in contesti musulmani.
Il lavoro delle due studiose è stato strutturato suddividendo questo vasto mondo in tre grandi contesti geopolitici: l’area mediterranea, l’area mediorientale e l’area del Golfo Persico e dell’Oceano Indiano.
Nell’ambito di ciascuna area sono state approfondite le tematiche legate alla condizione femminile nei singoli paesi, focalizzando l’attenzione dapprima su un excursus storico politico necessario per contestualizzare la realtà in cui viene a determinarsi il ruolo delle donne, la loro condizione all’interno del nucleo sociale e familiare.
Questo articolato e complesso lavoro di contestualizzazione appare particolarmente encomiabile in quanto permette di discriminare e differenziare le singole situazioni che altrimenti, nell’immaginario collettivo occidentale, tendenzialmente verrebbero accomunate in una sterile generalizzazione. Inquadrare storicamente le evoluzioni sociali e politiche dei singoli paesi aiuta a cogliere meglio e con maggiore obiettività i risvolti in tema di condizione femminile.
Ne deriva che difficilmente si può accomunare la condizione delle donne tunisine con quelle dell’Arabia Saudita, o di quella delle donne marocchine con quelle indonesiane.
Scopriamo quindi che in Tunisia le donne sono parte attiva della vita politica e sociale del paese più che altrove, l’associazionismo femminile ha radici antiche e la presenza femminile nelle professioni liberali è molto diffusa. Le donne tunisine godono di diritti molto simili a quelli delle donne occidentali e questo aspetto di modernità trae linfa proprio dalla spiccata vocazione alla laicità che contraddistingue il paese.
Un percorso simile caratterizza la situazione in Marocco e negli altri paesi del Maghreb. Probabilmente, questa tendenza alla modernità va in parte imputata anche all’esperienza coloniale che di fatto ha segnato la storia recente dei paesi che si affacciano sulla sponda sud del Mediterraneo.
Altro scenario è quello dell’area mediorientale dove paesi come Iraq, Iran e Afghanistan disegnano una realtà altrettanto poliedrica. Tuttavia, in tutte sembra delinearsi un percorso comune che vede le donne lottare per i loro diritti in un contesto sociale dominato dalla legge coranica, lotte che producono i loro effetti ma che inesorabilmente finiscono per regredire con il mutamento dello scenario politico dei paesi di riferimento. È per esempio il caso dell’Iraq, dove la parità di genere viene riconosciuta con l’entrata in vigore della Costituzione nel 1970, ma dove la condizione femminile subisce una brusca retromarcia all’indomani dell’intervento anglo-americano del 2003.
Un caso a parte è costituito dall’Iran, paese dalla storia millenaria in cui la presenza femminile sulla scena pubblica è tanto determinante quanto apparentemente nascosta. Sotto il regime di Khatami l’attivismo femminile è cresciuto in maniera significativa. Le donne si sono battute per modificare le leggi a loro sfavorevoli anche se i risultati sono stati spesso deludenti perché ogni riforma viene di fatto bloccata dal “Consiglio dei guardiani”. Tuttavia le donne hanno continuato e continuano a presidiare la scena politica, culturale e sociale del paese, assurgendo di conseguenza al ruolo di principale bersaglio della repressione. Una interessante riflessione viene fatta sul tema dell’imposizione dello hijab, da più parti considerato lo strumento di controllo per eccellenza sul corpo femminile. Ma paradossalmente proprio l’imposizione del velo ha permesso in Iran a molte donne di poter emanciparsi, uscendo di casa e partecipando alla vita pubblica. Senza velo, molte di queste donne appartenenti a classi sociali popolari e più tradizionaliste, non avrebbero avuto la possibilità di “uscire allo scoperto”.
L’area del Golfo rappresenta un caleidoscopio di differenti situazioni, molte in contraddizione tra loro: dalla rigidità dell’Arabia Saudita, dove comunque le donne hanno, seppur faticosamente, iniziato un percorso di emancipazione, alla modernizzazione dell’Oman dove le donne vengono considerate importanti attori sociali ed espressamente riconosciute cittadine della nazione al pari degli uomini.
Gli esempi citati servono semplicemente a disegnare un mosaico di situazioni differenti, a volte speculari e quasi mai sovrapponibili, che ci danno la misura della complessità del tema affrontato. L’universo femminile in terra d’Islam presenta coordinate e caratteri differenziati che meritano approfondimenti e contestualizzazioni nello scenario storico e politico che caratterizza ciascun singolo paese.
La dettagliata analisi delle due studiose ci parla quindi di un percorso di emancipazione più o meno complesso e difficile che le donne appartenenti al mondo musulmano hanno compiuto e continuato a compiere, un protagonismo, quello femminile, che non necessariamente va confrontato con le esperienze di emancipazione delle donne occidentali ma che va inserito in un contesto culturale profondamente diverso ed articolato.

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