giovedì 26 maggio 2016

Il pianista di Damasco

16.13

Il pianista di Damasco

Entrando nella sala concerti, Aeham Admad non ha visto altro. Solo il pianoforte a coda Bechstein, tutto lucido, che avrebbe suonato quella sera sul palco del “Porto d’arrivo”, una sala concerti di Berlino dal nome più che mai azzeccato. Abbiamo appuntamento lì per un’intervista, durante le prove.


La prima cosa che ho notato io, invece, sono i suoi occhi enormi. E il suo zaino. L’ho riconosciuto subito: è lo stesso con cui, otto mesi fa, ha percorso le migliaia di chilometri che separano Damasco da Berlino. A bordo di autobus ammaccati, bagnarole di fortuna, treni lerci, a piedi. Come centinaia di migliaia di altri siriani scaraventati sulla strada dell’esilio e giunti qui, in Germania, stravolti e sfiancati.
Lungo quel cammino tortuoso, Aeham Ahmad ha postato su internet alcune foto che lo ritraggono con lo zaino in spalla e la miseria a tracolla. Afp ha seguito le sue peripezie tenendosi in contatto con lui sui social network e la mia collega Rana Moussaoui, vicedirettrice della sede di Beirut, ha raccontato la sua storia

Aeham Ahmad era pianista nel campo palestinese sotto assedio di Yarmouk, alle porte di Damasco. Possedeva un pianoforte vero che trasportava per le strade devastate del suo quartiere, in mezzo alle rovine. I figli della guerra si stringevano in cerchio attorno a lui e cantavano in coro, nonostante l’assedio dell’esercito siriano, i jihadisti del gruppo Stato islamico (Is), i bombardamenti e la carestia.
Incontro il giovane pianista in kefiah quando ormai se lo contendono dappertutto, fa concerti ai quattro angoli della Germania e ha ricevuto un premio per il suo impegno a favore dei diritti umani. Nonostante questi onori, divide con altri tre profughi una camera in un alloggio per migranti a Wiesbaden, nei pressi di Francoforte.
Questo musicista di 28 anni colpisce subito per la sua energia dirompente. In Siria ha lasciato una moglie e due figli. Avevano cominciato il viaggio verso l’Europa tutti e quattro insieme, ma la donna e i bambini sono tornati indietro, dissuasi dai tanti pericoli del viaggio.

“Non sono una star, sono un rifugiato!”

Dopo esserci sistemati per l’intervista (io su una sedia, lui naturalmente davanti al suo pianoforte), mi annuncia con un sorriso immenso e le braccia al cielo di aver ricevuto i documenti definitivi da rifugiato. Aveva già avuto tre permessi provvisori. Adesso potrà guardare un po’ più lontano. E meno male, perché ha concerti programmati fino al “dodicesimo mese di quest’anno”, ossia dicembre. Ahmad parla un inglese ornato da perifrasi arabeggianti che accrescono il suo fascino.
Mentre conversiamo accenna senza troppa enfasi al fatto che il presidente tedesco Joachim Gauck è già andato a sentirlo suonare “il 25 del quarto mese” e che la cancelliera Angela Merkel è attesa “il 31 del quinto mese”. Ma non fraintendete, “non sono una star, sono un rifugiato!”.
La sua storia unica e straordinaria ci racconta qualcosa degli sconvolgimenti che sta vivendo la Germania con l’arrivo dei rifugiati siriani. Negli ultimi due anni ho fatto numerosi reportage dai centri per richiedenti asilo a Berlino. I primi profughi che ho intervistato nell’ottobre del 2014 erano alloggiati in una stanzetta di una scuola in disuso in un quartiere popolare. Erano una famiglia di ingegneri e medici di Homs, il figlio maggiore parlava un inglese oxfordiano.
Quel reportage mi aveva sconvolta. Quando il capo redattore che mi aveva chiesto come fosse andato l’incontro, avevo risposto: “Per tutta la durata dell’intervista non ho smesso di pensare che in quell’alloggio per profughi potevamo esserci noi, io e te, se la guerra fosse qui e non in Siria”.
Quando alcune testimonianze raccolte a Berlino mi apparivano insostenibili, pensavo alle spiagge di Bodrum o di Lesbo, dove il mare restituisce i corpi dei naufraghi. Di madri, di bambini. In Germania i profughi dormono su letti di fortuna, ma non rischiano più di morire. Me lo ripeto da mesi, e così tengo a bada la commozione davanti a queste persone scampate alle prove peggiori che la vita può riservare.

Aeham Ahmad e un suo amico siriano trasportano il pianoforte all’interno del campo palestinese di Yarmouk, il 26 giugno 2014.
Un giorno i profughi arrivano davanti a casa mia. Centocinquanta tra siriani, iracheni, afgani sbarcano da tre autobus, un venerdì sera, poco prima della mezzanotte. Incapace di gestire le decine di migliaia di profughi in arrivo, il comune di Berlino ha deciso di trasformare una palestra non lontana dal mio palazzo in un centro d’accoglienza d’emergenza. Il caos è inverosimile.
I soldati della Bundeswehr, spediti in fretta e furia a sistemare la palestra, non hanno neppure avuto il tempo di montare i letti a castello dell’Ikea che i camion ammassano davanti al portico. Per la loro prima notte in Germania, uomini, donne e bambini dormono raggomitolati su materassi o direttamente per terra, sotto i canestri, senza la minima privacy, con i loro sogni di una terra promessa.
Al termine della sua odissea, Aeham Ahmad è stato mandato dalle autorità tedesche vicino a Francoforte. All’inizio ha vissuto in un vecchio motel riaperto per accogliere i migranti, dove - dono della provvidenza! - c’era un pianoforte. A quel punto ha iniziato a fare ciò che aveva sempre fatto. Ha suonato e cantato con i bambini sballottati dall’esilio. Con le sue canzoni sulle montagne vicine alla capitale siriana e sui “dolci sogni volati via”del suo popolo ha regalato sollievo a tante persone fuggite via come lui.
Da quando i migranti si sono sistemati nella palestra accanto a casa mia, mi risulta difficile scrivere sull’argomento: un milione di migranti giunti in Germania, 25.000 nuovi arrivi… Le cifre non raccontano nulla. I “flussi migratori” hanno ora il volto dei miei nuovi vicini: un parrucchiere di Baghdad, un autista di autobus sulla linea che da Aleppo porta a Homs, un carrozziere di Kabul, un’estetista di Damasco, uno studente di informatica di Babilonia, un siriano che lavorava in una sartoria di Istanbul. E tanti giovani siriani appena usciti dall’adolescenza che sono scappati a gambe levate per non andare in guerra.
Ben presto cominciano a raccontarmi le loro storie. Per esempio: “Daesh è questo”, e dalla manica di un soprabito spunta un lembo di pelle segnata dalle cicatrici. Dalle tasche posteriori dei jeans tirano fuori cellulari per farmi vedere le foto di un padre, di una madre, di un fratello gemello (“Come si dice in tedesco che eravamo insieme nel ventre di nostra madre?”) rimasti laggiù, lontano.
Mi metto a giocare a carte con loro (cercando di imparare con qualche ritardo le regole di Uno), ne aiuto alcuni a iscriversi ai corsi di tedesco e di integrazione o a chiedere appuntamento dal medico, servo molti pasti. Parliamo in un guazzabuglio arabo-anglo-tedesco, mentre sullo sfondo uno stereo rimesso a posto gracchia in arabo. Inventiamo strategie per schivare le biciclette dei bambini che rimettono in scena l’ascesa al Monte Ventoso nella palestra. Si intrecciano relazioni, nasce l’affetto.
È impossibile restare indifferenti di fronte alle loro lacrime, ma è altrettanto impossibile non ridere di cuore davanti alle nostre incomprensioni (“Quando sei arrivata dalla Francia alla Germania, eri anche tu una profuga?”). È impossibile non lasciarsi intenerire dalla loro capacità di trarsi d’impaccio.
Dovreste vederli farsi una sigaretta, e poi un’altra e ancora un’altra, per rimandare l’ora di andare a letto a dover sopportare il russare di quello che dorme nel letto di sopra. Dovreste vederli tutti con lo stesso taglio perché Thamer, il barbiere di Baghdad, taglia i capelli a tutti quanti gratis, ma lo fa senza troppi fronzoli. Dovreste vedere Mohamed, 19 anni, sistemare le camice dei suoi amici perché dopo aver lasciato la Siria, tre anni fa, ha lavorato nel retrobottega di una sartoria a Istanbul.
Dovreste vederli combattere con le declinazioni tedesche, con il naso sui quaderni da scolari, in rosso il dativo, in verde l’accusativo. Dovreste vederli poi la sera in cui c’è una partita di calcio, con il naso schiacciato sugli smartphone, in mancanza di televisione. Urlano in arabo, gesticolano guardando Real Madrid-Barcellona.
La sera del concerto, quando vedo Aeham Ahmad arrampicarsi sul palco del teatro, in un paese ricco e in pace, e vedo il pubblico tedesco di solito così trattenuto osannarlo e richiamarlo per due volte sul palco, mi torna in mente un video trovato su internet.
Con la kefiah attorno al collo, Ahmad suona il piano davanti alle rovine del negozio della sua famiglia, in una strada a Yarmouk devastata dalle bombe. C’è una bandiera palestinese che sventola. Suo padre, cieco, lo accompagna al violino.


Attorno al suo vecchio pianoforte si sono radunati i suoi amici. Alcuni si abbracciano. Il più grande avrà 25 anni. Cantano. So che da allora alcuni sono morti, me lo ha raccontato Aeham nascondendo le lacrime. Mi chiedo dove trovi tutto questo coraggio. Credo che la risposta sia nel suo pianoforte, “è il mio cuore, la mia vita!”.
Quando, molto presto al mattino, aspetto la metropolitana per andare all’Afp, a volte sento alle mie spalle “Yannicka, Yannicka!” (non sono mai riuscita a far accettare loro il fatto che il mio nome non finisca con la “a”). I miei vicini.
Li saluto con un “Salam Aleykoum” ridendo, e loro mi rispondono con “Wie geht’s Dir?” (“Come va?”) nel loro tedesco nuovo, piombandomi tra le braccia con quel calore orientale che addolcisce tutto il grigiore interno.
Io vado a scrivere articoli sui profughi, loro a fare la fila davanti all’ufficio che studia la loro richiesta d’asilo.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Questo articolo è uscito sul blog Correspondent dell’Agence France-Presse. Nel blog, giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro



Entrando nella sala concerti, Aeham Admad non ha visto altro. Solo il pianoforte a coda Bechstein, tutto lucido, che avrebbe suonato alla sera. La prima cosa che ho notato io, invece, sono i suoi occhi enormi e il suo zaino. Lo stesso con cui, otto…
internazionale.it|Di Yannick Pasquet

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