mercoledì 18 maggio 2016

Il Papa a La Croix: Stato laico rispetti le coscienze

I migranti, l'islam e una possibile visita in Francia: sono solo alcuni degli argomenti di una lunga intervista concessa da Papa Francesco al al quotidiano cattolico francese La Croix, che ne ha diffuso i contenuti attraverso il suo sito internet.

Lo Stato rispetti il diritto all'obiezione di coscienza
A Francesco è stato anche chiesto come i cattolici debbano difendere le loro convinzioni di fronte a leggi quali quella sull’eutanasia o sulle unioni civili. «Spetta al Parlamento discutere, argomentare, spiegare, dare le ragioni. È così che una società cresce. Tuttavia, una volta che una legge è stata approvata, lo Stato deve anche rispettare le coscienze. Il diritto all’obiezione di coscienza deve essere riconosciuto all’interno di ogni struttura giuridica, perché è un diritto umano. Anche per un funzionario pubblico, che è una persona umana. Lo Stato deve anche prendere in considerazione le critiche. Questa sarebbe una vera e propria forma di laicità. Non si possono accantonare gli argomenti proposti dai cattolici dicendo semplicemente che “parlano come un prete”. No, essi si fondano su quel tipo di pensiero cristiano che la Francia ha così notevolmente sviluppato».

L'invito per un viaggio in Francia
Il Papa ha detto al direttore Guillaume Goubert, e a Sébastien Maillard, inviato speciale a Roma, di aver ricevuto un invito dal presidente Francois Hollande e dalla stessa conferenza episcopale. «Non so quando avrà luogo questo viaggio perché l'anno prossimo è elettorale in Francia e, in generale, la pratica della Santa Sede è di non compiere uno spostamento del genere in questo periodo. L'anno scorso si è iniziati a fare qualche ipotesi in vista di un tale viaggio, compreso un passaggio a Parigi e nella sua banlieu, a Lourdes e in una città dove nessun Papa è mai stato, ad esempio Marsiglia, che rappresenta una porta aperta sul mondo».

L'islam

"Non credo che ci sia oggi una paura dell'islam, in quanto tale, ma di Daesh della sua guerra di conquista, tratta in parte dall'islam. L'idea di conquista è inerente all'anima dell'islam, è vero. Ma si potrebbe interpretare, con la stessa idea di conquista, la fine del Vangelo di Matteo, dove Gesù invia i suoi discepoli in tutte le nazioni".
"Di fronte all'attuale terrorismo islamista, bisognerebbe interrogarsi sulla maniera in cui si è esportato un modello di democrazia troppo occidentale in Paesi dove c'era un potere forte, come in Iraq. O in Libia, con una struttura tribale. Non si può andare avanti senza tenere conto di questa cultura".
"La coesistenza tra cristiani e musulmani è possibile. Vengo da un paese dove coabitano con buona famigliarità. I musulmani venerano la Vergine Maria e san Giorgio. In un paese dell'Africa, mi hanno detto che per il Giubileo della misericordia i musulmani fanno a lungo la fila alla cattedrale per passare la posta santa e pregare la Vergine Maria. In Centrafrica, prima della guerra, cristiani e musulmani vivevano insieme e devono reimparare a farlo oggi. Il Libano mostra che ciò è possibile".

Le radici cristiane dell'Europa
"Bisogna parlare di radici al plurale perché ce ne sono tante". "In questo senso, quando sento parlare di radici cristiane dell'Europa, ho qualche dubbio sul tono, che può essere trionfalista o vendicativo. Ciò diviene allora colonialismo. Giovanni Paolo II ne parlava con un tono
tranquillo. L'Europa, sì, ha delle radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per l'Europa è il servizio".

Gli immigrati
"La peggior accoglienza è di ghettizzare mentre invece bisogna integrare" gli immigrati. "A Bruxelles, i terroristi erano belgi, figli di immigrati, ma venivano da un ghetto. A Londra, il nuovo sindaco (Sadiq Kahn, ndr.), ha giurato in una cattedrale e sarà ricevuto dalla Regina. Ciò mostra per l'Europa l'importanza di ritrovare la sua capacità di integrare. Penso a Gregorio il Grande (Papa dal 590 al 640, ndr.), che ha negoziato con quelli che venivano chiamati i barbari, che poi si sono integrati". "Questa integrazione - prosegue Francesco - è tanto più
necessaria oggi che l'Europa conosce un grave problema di dentatalità, in ragione di una ricerca egosita del benessere. Un vuoto demografico si afferma. In Francia, però, grazie alla politica familiare, questa tendenza è attenuata".

I laici, il clericalismo e i lefebvriani
Nel corso dell’intervista, come riportato da Vatican Insider, a proposito della mancanza di preti, Papa Francesco ha parlato dell’esempio della Corea, un Paese che «per duecento anni è stata evangelizzata dai laici». Dunque, ha spiegato, «non c’è necessariamente bisogno di preti per evangelizzare. Il battesimo dà la forza per farlo». Il Papa è tornato a denunciare la malattia del clericalismo che «è particolarmente significativo in America Latina. Se la pietà popolare è forte, è appunto perché è soltanto un’iniziativa di laici che non è stata clericalizzata. Questo non è capito dal clero». Francesco ha quindi parlato dei rapporti con la Fraternità San Pio fondata dall’arcivescovo Lefebvre, affermando che il superiore, monsignor Bernard Fellay «è un uomo con il quale si può discutere». E ha detto che i lefebvriani sono «cattolici sulla strada della piena comunione», ricordando che il Concilio Vaticano II ha il suo valore e che bisogna procedere nel dialogo con questi tradizionalisti «lentamente e con pazienza».

Infine, ha difeso il cardinale Philippe Barbarin, tirato in ballo per vicende di preti pedofili precedenti al suo arrivo come arcivescovo di Lione e ha detto che secondo lui non deve rassegnare le dimissioni.


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testo originale:
«Je ne crois pas qu’il y ait aujourd’hui une peur de l’islam, en tant que tel, mais de Daech et de sa guerre de conquête, tirée en partie de l’islam. L’idée de conquête est inhérente à l’âme de l’islam, il est vrai. Mais on pourrait interpréter, avec la même idée de conquête, la fin de l’Évangile de Matthieu, où Jésus envoie ses disciples dans toutes les nations.
Devant l’actuel terrorisme islamiste, il conviendrait de s’interroger sur la manière dont a été exporté un modèle de démocratie trop occidentale dans des pays où il y avait un pouvoir fort, comme en Irak. Ou en Libye, à la structure tribale. On ne peut avancer sans tenir compte de cette culture. Comme disait un Libyen il y a quelque temps : « Autrefois, nous avions Kadhafi, maintenant, nous en avons 50 ! »
Sur le fond, la coexistence entre chrétiens et musulmans est possible. Je viens d’un pays où ils cohabitent en bonne familiarité. Les musulmans y vénèrent la Vierge Marie et saint Georges. Dans un pays d’Afrique, on m’a rapporté que pour le Jubilé de la miséricorde, les musulmans font longuement la queue à la cathédrale pour passer la porte sainte et prier la Vierge Marie. En Centrafrique, avant la guerre, chrétiens et musulmans vivaient ensemble et doivent le réapprendre aujourd’hui. Le Liban aussi montre que c’est possible».

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