lunedì 23 maggio 2016

Hebron : Un gioco per ridare il sorriso ai bambini

20 mag 2016

INTERVISTA. «I bambini palestinesi che crescono sotto occupazione israeliana vivono in un ambiente che insegna loro che non sono altro che numeri. Gli effetti che questo genere di umiliazione e disumanizzazione producono sui bambini è materia da sottoporre a psicologi e psichiatri» sostiene Abdel Salaymeh, portavoce della campagna “Open the Zone”


Hebron1Foto di “Open the Zone”

di Giovanni Vigna

Mantova, 20 maggio 2016, Nena News – Ai bambini di Hebron è stata rubata l’infanzia. Il mostro che ha strappato per sempre l’innocenza ai piccoli palestinesi ha le sembianze dei soldati israeliani armati fino ai denti e dei coloni che vivono nel cuore della città e che, forti dell’impunità di cui godono, possono permettersi qualsiasi forma di violenza e molestia nei confronti della popolazione araba locale.

Questo è il quadro, davvero inquietante, che emerge dall’intervista che Nena News ha realizzato con Abed Salaymeh, uno dei residenti di Shuhada Street (la principale strada di Hebron chiusa dal 2000) e portavoce della campagna “Open the Zone”, promossa dai gruppi di attivisti International Solidarity Movement e Youth Against Settlements.

Gli organizzatori di tale campagna, finalizzata a informare l’opinione pubblica sulla condizione delle famiglie palestinesi costrette a vivere nella “zona militare chiusa”, non si sono arresi alla logica della sopraffazione e hanno proposto ai bambini un gioco pensato per ridare loro la speranza, il sorriso e una parvenza di vita normale, al fine di accendere una debole luce nel buio della follia di una città dove i più giovani hanno perso la capacità di sognare.

Signor Salaymeh, qual è l’obiettivo della campagna “Open the Zone”?

La campagna ha l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e focalizzare l’attenzione, a livello locale e internazionale, sulle famiglie costrette a vivere nella cosiddetta “closed military zone” (zona militare chiusa, ndr) in Shuhada Street e nel quartiere Tel Rumeida di Hebron.

Qui i palestinesi lottano ogni giorno della propria vita per condurre una vita dignitosa ma, a partire dall’istituzione della “zona militare chiusa”, sono stati disumanizzati, degradati a meri numeri – a ogni residente è stato assegnato, dalle forze militari israeliane, un numero che identifica i palestinesi registrati come residenti all’interno di tale area – i palestinesi devono perfino lottare per raggiungere le proprie case.

Chi è Zleikha Mohtaseb e qual è il suo ruolo nel progetto che punta a riaprire la zona militare chiusa?

Zleikha Mohtaseb è una delle persone residenti in Shuhada Street. Grazie al suo ruolo di insegnante e alla sua approfondita e preziosa esperienza di lavoro con i bambini traumatizzati, Zleikha svolge la funzione di assistente nell’ambito della campagna, aiutando ad organizzare le attività con i bimbi.

Può descrivere in cosa consiste il gioco per bambini che avete organizzato in collaborazione con Zleikha Mohtaseb?

Il gioco è stato organizzato da Zleikha per offrire ai bambini che vivono nella Cmz (Closed Military Zone, ndr) un sollievo dalla tensione costante in cui sono costretti a vivere, fornendo loro la possibilità di respirare e, finalmente, di essere bambini.

Il gioco gli ha offerto l’opportunità di distrarsi dalla vista costante dei soldati israeliani pesantemente armati. Grazie a questa iniziativa i bimbi hanno potuto guardare e partecipare al gioco insieme a persone appositamente vestite in modo divertente, che li hanno fatti ridere. Il gioco è stato volutamente organizzato appena fuori dai confini arbitrari della zona militare chiusa, proprio quei confini che sono stati estesi di proposito per includere il Youth Against Settlements center. Pertanto il gioco si è svolto all’interno del quartiere dei bambini ma appena fuori dai confini della zona militare chiusa perché, se si fosse svolto all’interno, gli attori non sarebbero stati autorizzati a partecipare allo spettacolo. Il diritto umano di giocare, per i bambini che vivono nella zona militare chiusa, viene principalmente negato attraverso la mera esistenza della “Closed Military Zone”.

Hebron 3

Il gioco, chiamato “Matchsticks” (stecchi di fiammiferi, ndr), narra la storia di un ragazzo maltrattato dai suoi genitori, al quale viene negato il diritto all’uguaglianza e alla sicurezza. Il racconto rappresenta un’allegoria di come, in Palestina, i bambini crescono sotto l’occupazione. In che modo il gioco è stato utile per i più piccoli?

Il gioco era principalmente focalizzato sulla comicità, proprio per offrire ai bambini la possibilità di essere se stessi (dei bambini, appunto). Visto che all’interno della zona militare chiusa non può svolgersi alcun evento per i giovani e la possibilità di giocare è estremamente limitata per i bambini, praticamente tutti i bimbi della zona hanno partecipato. Erano una cinquantina in tutto, quasi tutti provenienti dalla zona militare chiusa. Per la maggior parte erano veramente piccoli (tra i 3 e i 6 anni). I bambini hanno apprezzato soprattutto il lato comico del gioco. Ciò ha contribuito a portare gioia e risate nella loro monotona e, al tempo stesso, spaventosa vita quotidiana, che comporta anche l’obbligo di dover passare attraverso i checkpoint. Lo scopo principale dello spettacolo era fornire ai più piccoli l’opportunità di vivere la propria infanzia. Nelle aree di Hebron occupate e controllate da Israele in generale e nella zona militare chiusa in particolare, l’atto di vivere non può purtroppo essere separato dalla realtà dell’occupazione.

Quali sono i problemi dei bambini che vivono sotto l’occupazione?

I bambini che crescono sotto l’occupazione militare soffrono di un’ampia gamma di problemi. In primo luogo, vivendo in tale situazione, i bimbi sono direttamente colpiti dal fatto di essere obbligati a vedere dappertutto soldati armati fino ai denti. Inoltre, sono costretti a imparare fin da piccoli che i soldati e i coloni israeliani godono di un’impunità completa per le ingiustizie che compiono. Perciò, a causa di ciò che accade quotidianamente, sono portati a pensare di essere diversi dai soldati e dai coloni. I bambini palestinesi vivono in un ambiente che insegna e impone questa differenza: loro non sono altro che “numeri”. Ma gli effetti che questo genere di umiliazione e disumanizzazione producono sui bambini è materia da sottoporre a psicologi e psichiatri.

Il gioco per bambini è l’evento inaugurale della campagna “Open the Zone”.

Dal momento che il progetto punta a sensibilizzare le coscienze delle persone e ad aumentare la loro consapevolezza, una parte rilevante della campagna è costituita dall’attività sui social media. Si sfruttano gli account personali, si utilizzano report quotidiani e dichiarazioni filmate pubblicate sulla pagina dell’Ism (http://palsolidarity.org/2016/05/open-the-zone-palestinians-are-people-not-numbers/) e su quella di Yas>>. Nei giorni scorsi, ricorda Salaymeh, in rete sono stati lanciati “twitter storm” e “thunderclap campaign”, mentre a Hebron, in particolare nella zona militare chiusa, si è svolto un evento dedicato ai bambini. Per ricordare i 200 giorni dalla chiusura della zona militare, che ha assunto la forma di una punizione collettiva, è stato promosso un sit-in fuori dal checkpoint Shuhada. < Hebron 4
Foto di “Open the Zone”

Qual è la situazione a Hebron?

Hebron è unica tra le città palestinesi perché gli insediamenti illegali si trovano nel cuore dell’abitato. Gli occupanti stanno implementando una politica che mira ad evacuare i palestinesi da quest’area. L’istituzione di una zona militare chiusa, che grava sulla popolazione araba locale, non è un fatto nuovo, ciò è stato realizzato anche nel 2000 e nel 2008 con l’obiettivo di spostare i residenti palestinesi da queste zone, e ci sono riusciti. Questo è il motivo per il quale in Shuhada Street e nel quartiere Tel Rumeida circa mille case sono vuote.

Shuhada Street è una strada importante sotto il profilo commerciale e sociale. Perché è chiusa dal 2000?

Shuhada Street era la strada principale per chi transitava a Hebron. Quest’arteria connette la parte nord con quella a sud e passa attraverso la Città Vecchia in direzione della moschea di Abramo. Shuhada Street era il mercato più importante, pieno di negozi al piano terra e case ai piani superiori. Il progetto coloniale del governo israeliano è svuotare la strada al fine di collegare i quattro insediamenti che si trovano nei pressi della strada, proprio nel cuore della città, trasformandola in una via di soli coloni. Questa è la situazione in cui versa gran parte di Shuhada Street, dove sono autorizzati a rimanere solo i coloni mentre i palestinesi sono stati messi al bando.

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Come vivono i palestinesi a Hebron?

I palestinesi che vivono nel settore H2, in genere, non godono dei diritti basilari. Per esempio non sono autorizzati ad aprire i propri negozi, soprattutto nel quartiere Tel Rumeida e in Shuhada Street. Non possono guidare automobili in questa zona. Gli è stato vietato anche di entrare con le ambulanze in questo perimetro. Ciò in molti casi ha causato la morte dei malati per mancanza di assistenza medica. Alcune donne hanno partorito nei checkpoint perché i soldati israeliani non le lasciavano passare. In quest’area la popolazione araba locale non ha alcuna forma di protezione perché la polizia palestinese non è in servizio.

D’altra parte le forze israeliane non assicurano alcuna forma di difesa dalla violenza e dalle molestie dei coloni e dei soldati. Tutti i palestinesi che vivono nei Territori Occupati devono sottostare a leggi militari, indipendentemente dalla loro età. Ciò significa che essi sono soggetti al coprifuoco, a regimi di detenzione del tutto arbitrari e ad arresti.

D’altro canto i coloni godono di una totale libertà concessa dalla legge civile israeliana che gli garantisce l’impunità. Quando i palestinesi sono attaccati dai coloni, si presume che le vittime siano colpevoli a meno che non possano provare la propria innocenza. I coloni, invece, sono sempre innocenti e non è mai accaduto che la polizia abbia raccolto prove della loro colpevolezza. In definitiva, la nostra campagna può essere considerata come la continuazione dei precedenti progetti finalizzati ad aprire Shuhada Street e a porre fine a questa ingiustizia. Nena News

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Un gioco per ridare il sorriso ai bambini



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