sabato 21 maggio 2016

Fulvio Scaglione : EGYPT AIR: IL TERRORE VINCE COMUNQUE



Attentato o incidente? L'incertezza sul destino del volo Egypt Air è già una vittoria del terrorismo. Ecco perché perdiamo la battaglia.
tinyurl.com/zeasnsa
 
  C’è un nesso tra la tragedia dell’aereo Egypt Air, partito da Parigi per raggiungere il Cairo e invece precipitato nel Mediterraneo con 66 persone a bordo, e la strage messa a segno nelle stesse ore in Libia da un kamikaze dell’Isis che ha ucciso almeno 30 soldati? Forse no. Anzi, con ogni probabilità no. Ma il fatto stesso che non possiamo escluderlo a priori rende l’idea di quale sia, e quanto profondo sia, il nostro problema.

Il morbo del terrorismo islamico (ma in realtà del terrorismo tutto) è ormai così diffuso che non riusciamo più a distinguerne i confini. In primo luogo quelli operativi, perché ormai per fare tanti danni e tante vittime basta poco. L’aereo russo che si schiantò sul Sinai con 224 passeggeri nell’ottobre del 2015 fu abbattuto da una bomba che stava nella lattina di una bibita, e che era stata messa a bordo da un meccanico dell’Egypt Air il cui cugino era andato ad arruolarsi nell’Isis in Siria. Magari fu lo stesso Al Baghdadi a ordinare l’attentato, ma potrebbe anche esser bastata la follia di due persone con un pugno di esplosivo a disposizione.
Il caso del jet russo, però, ci dice che anche i limiti geografici del terrorismo ormai quasi ci sfuggono. Pensiamo ai foreign fighters corsi a combattere in Siria: si tratta di circa 50 mila giovani uomini e donne arrivati all’Isis da quasi cento Paesi diversi. Anche loro, come il meccanico egiziano dell’Egypt Air, hanno cugini e parenti vari. E i sopravvissuti torneranno a casa, prima o poi. A specchio, ovviamente, si allarga a dismisura la geografia delle vittime: sull’aereo egiziano inabissatosi nel Mediterraneo viaggiavano 30 egiziani e 15 francesi ma anche inglesi, canadesi, belgi, algerini, portoghesi, iracheni, sudanesi, sauditi e kuwaitiani.

Egypt Air e altre storie

Da questo punto di vista, quindi, occorre ammettere che la “guerra al terrore” lanciata dopo l’11 Settembre è stata un fallimento. Tra il 2000 e il 2015 il numero dei morti per atti terroristici è cresciuto di nove volte. E se nel 2013 i Paesi che avevano subito più di 500 morti per atti di terrorismo erano cinque, nel 2014 erano già ben undici. Questo non vuol dire che le azioni messe in campo dalle forze di polizia e dai servizi segreti dei diversi Paesi siano state inutili o non abbiano salvato tante vite. Ma è fuor di dubbio che l’obiettivo globale, stroncare il terrorismo, è stato finora mancato.
Come sempre, dopo disastri come questo dell’Egypt Air, le dichiarazioni dei Governi sono molto prudenti. Non ci sono state rivendicazioni ma la dinamica dell’incidente e le perfette condizioni del volo hanno fatto subito avanzare l’ipotesi dell’attentato. Riprenderanno i dibattiti, le analisi, prenderà nuova forza la solita demonizzazione dell’islam che non ci ha fatto fare nemmeno un passo avanti nell’affrontare il problema della violenza politica motivata con l’islam. Nulla, in sostanza, che ci faccia fare il necessario salto di qualità. Che sta, più che nella lotta a chi pratica il terrore (cioè, a chi può aver abbattuto il velivolo Egypt Air), nel contrasto a chi fornisce ai terroristi i mezzi per vivere, nascondersi, armarsi e colpire.
Sono molti i regimi del Medio Oriente che si sono serviti o si servono del terrorismo. Ma tutti i Governi sanno da molto tempo che la fonte principale del denaro che finanzia l’estremismo e anche il terrorismo sono le petromonarchie del Golfo Persico. Ripetiamolo: non sono state e non sono le uniche (anche Siria, Libia, Iran, Libano hanno fatto ricorso a certi mezzi) ma sono state e sono tuttora quelle che in questa nefasta impresa investono la maggiore quantità di denaro pubblico e privato.
Se non partiamo da lì, non otterremo mai nulla di concreto. E continueremo ad assistere, quasi da spettatori, alla pura e semplice trasformazione dello stesso terrorismo. Che un giorno si chiama Al Qaeda e il giorno dopo Isis, ma resta uguale negli scopi di fondo.
Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 19.5.2016
 
 
 

Nessun commento:

Posta un commento