Una manifestazione per la Nakba a Gaza, 15 maggio 2016
(Ali Jadallah / Anadolu Agency)
Domenica 15 maggio, come ogni 15 maggio da 67 anni a questa parte, i palestinesi hanno celebrato il giorno della Nakba – “catastrofe”,
in arabo – cioè il giorno in cui ricordano la sconfitta nella prima
guerra combattuta fra arabi e israeliani. In seguito alla vittoria di
Israele, decine di villaggi palestinesi vennero distrutti e circa
700mila palestinesi furono costretti a lasciare le proprie case e
diventare profughi di guerra. La Nakbasi festeggia
simbolicamente il 15 maggio – anche se è avvenuta nel corso di diversi
mesi – poiché il 14 maggio è il giorno in cui nel 1948 fu fondato
ufficialmente lo stato di Israele, data in cui ogni anno invece gli
israeliani festeggiano il Giorno dell’Indipendenza (che ha data
variabile, dato che dipende dal calendario ebraico).
Le commemorazioni della Nakba finiscono spesso in scontri tra
manifestanti palestinesi e forze di sicurezza israeliane: nel 2011, per
esempio, erano morte una ventina di persone in
diverse città della Palestina. Quest’anno le cose sono filate
abbastanza lisce: alcuni palestinesi e soldati dell’esercito israeliano si sono scontrati nella Striscia di Gaza e vicino Betlemme, in Cisgiordania, ma non ci sono stati feriti gravi.
Una delle manifestazioni più importanti si è tenuta a Betlemme, dove una specie di convoglio soprannominato “treno del ritorno” ha girato per la città con a bordo persone che cantavano i nomi dei villaggi distrutti da Israele nel 1948.
I palestinesi considerano la Nakba l’inizio delle loro
sofferenze: praticamente ogni sopravvissuto alla Nakba ha una storia o
un aneddoto legato a quei giorni, e in genere si fa risalire a quella
data l’origine dei problemi del popolo palestinese (anche se negli anni
precedenti alla Guerra d’Indipendenza e alla Nakba c’erano già stati diversi duri scontri fra israeliani e palestinesi).
Diversi profughi palestinesi scappati dalle loro case fra il 1948 e il
1949 conservano ancora la chiave della loro vecchia abitazione, e se la
passano di padre in figlio. Nel 2008 la scultura di un’enorme chiave è
stata posta sopra l’arco di ingresso del campo profughi di Aida, che si
trova vicino a Betlemme ed è considerato uno dei più politicizzati della
Cisgiordania. Chiavi di cartone vengono solitamente mostrate anche
durante le manifestazioni in ricordo della Nakba.
La statua della chiave all’entrata del campo profughi di Aida, Betlemme, Cisgiordania (MUSA AL SHAER/AFP/GettyImages)
Cos’è successo
La Nakba fu una delle conseguenze della guerra che israeliani e
palestinesi e i loro alleati dei vicini stati arabi combatterono fra il
1948 e il 1949. Il conflitto iniziò con la proclamazione dello stato di
Israele, avvenuta il 14 maggio 1948. Nei giorni successivi gli stati
arabi alleati dei palestinesi attaccarono l’esercito israeliano.
Israele, che da anni si preparava a un conflitto, riuscì a resistere
agli attacchi: nei mesi successivi, anche grazie a un esercito meglio
armato e addestrato rispetto alla coalizione araba, respinse gli
attacchi e anzi conquistò nuovi territori.
Nel 1949, dopo aver firmato armistizi con i principali
stati alleati dei palestinesi – su tutti Egitto, Siria e Iraq – gli
israeliani si ritrovarono a controllare un territorio molto più ampio di
quanto prevedesse il noto piano di partizione della Palestina proposto
dall’ONU nel 1947, che teneva conto delle rispettive aree di influenza
già esistenti (Israele aveva accettato la partizione, gli stati arabi
no). Rispetto al piano dell’ONU, nel 1949 Israele aveva guadagnato la
regione di Acre vicino al confine col Libano, il deserto del Negev nel
sud del paese e una fascia più ampia di territorio fra Tel Aviv e
Gerusalemme. Al contrario dei territori conquistati da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, le
conquiste del 1948-49 nel tempo sono state riconosciute dall’ONU, e
perciò oggi sono considerate a tutti gli effetti territorio
israeliano. Questa nuova linea d’armistizio, anche detta “Green Line”, è
da decenni la base di tutte le trattative di pace fra israeliani e
palestinesi.
(a sinistra, la partizione proposta dall’ONU nel 1947; a destra, Israele dopo la guerra del 1948-49)
Il guaio è che molti dei territori che dopo il 1949 sono finiti sotto
il controllo di Israele erano abitati da migliaia di arabi palestinesi.
Molti di loro erano già fuggiti durante la guerra per paura di finire
coinvolti nei combattimenti o negli attentati terroristici delle brigate
para-militari israeliane; altri vennero direttamente espulsi
dall’esercito israeliano (ciascuna fazione tende a esagerare
rispettivamente la rilevanza della fuga spontanea dei palestinesi e
delle espulsioni dell’esercito israeliano).
Da Giaffa, uno dei più importanti porti del Medio Oriente e storica città araba, in quegli anni fuggirono circa 120mila palestinesi,
sia costretti dagli israeliani sia di propria volontà. Oggi Giaffa è un
quartiere di Tel Aviv, la città israeliana fondata poco distante nel
1909. Ad Haifa, un’altra città portuale araba dove si combatté una delle
battaglie più importanti della guerra, nel 1949 era rimasta solo una
piccola parte dell’originaria popolazione araba: alcuni se n’erano
andati prima della battaglia, altri furono costretti ad abbandonare le proprie case dopo la vittoria israeliana. Decine di villaggi palestinesi furono distrutti e ripopolati da insediamenti israeliani.
Una delle più discusse azioni militari dell’esercito israeliano si
tenne a Lidda, una città araba a metà strada fra Tel Aviv e Gerusalemme,
nel luglio del 1948. L’esercito israeliano – che aveva appena
conquistato la città con un’azione militare – ordinò di sparare su un
gruppo di civili rimasti in città: ne furono uccisi fra i 150 e i
200. Il giorno successivo l’esercito israeliano ordinò agli abitanti
rimasti di raccogliere i propri averi e abbandonare la città, per
raggiungere i reggimenti arabi distanti alcuni chilometri. In molti –
forse decine,
ha scritto lo storico israeliano Benny Morris – morirono di
disidratazione e fatica lungo la strada. Oggi Lidda si chiama Lod ed è
diventata una piccola città israeliana.
Nonostante l’ONU alla fine del 1948 abbia emesso una risoluzione che garantisce ai palestinesi il “diritto al ritorno” alle proprie case,
Israele non ha mai accettato la decisione: anche prima della guerra,
diversi ebrei arrivati in Israele ritenevano che per i
palestinesi fosse più semplice trasferirsi semplicemente in uno stato
arabo limitrofo, piuttosto che resistere all’inevitabile colonizzazione
ebraica della Palestina. Per molti palestinesi, tuttavia, tornare oggi
alle proprie case è impossibile: nel frattempo sono state demolite e
sostituite da altre abitazioni, oppure mai ricostruite.
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