OPINIONE. Israele-Palestina: decolonizzazione ora, pace in seguito
Partendo
dal ruolo del popolo palestinese, questo contributo di Alaa Tartir
mette in discussione gli assunti fondamentali riguardo la perpetuazione
del conflitto con Israele e discute i prerequisiti necessari ad adottare
strategie alternative. Tra queste il coinvolgimento diretto del popolo
di Alaa Tartir – Mediterranean Politics*
Roma, 6 aprile 2016, Nena News – Il distorto processo di pace tra palestinesi e israeliani sottintende che il conflitto israelo-palestinese sia risolvibile e che raggiungerà una conclusione in un futuro prossimo. Secondo il commento che segue, si tratta di un assunto semplicistico che deve essere superato, nel tentativo di ragionare su soluzioni alternative realistiche e attuabili. E se l’assunto celato del processo di pase fosse che il conflitto è permanente, prolungato e possibilmente irrisolvibile? Come influirebbe ciò sulle scelte politiche e d’intervento? E che impatto avrebbe un simile punto di partenza sulle strategie israeliane e palestinesi?
Tali domande non sono soltanto poste come mero esercizio intellettuale, ma sono influenzate da complesse dinamiche di conflitto, dagli interessi in gioco, dalle realtà locali e da asimmetriche relazioni di potere. Evidentemente, una pace giusta e durevole è molto distante. È una menzogna sostenere che una pace vicina e negoziata è dietro l’angolo, e che lo scenario dei due Stati è la sola via percorribile per una soluzione duratura e per la salvaguardia dei diritti. Tali diritti e la tradizionale soluzione dei due Stati costituiscono due sfere incompatibili. Al contrario, ogni analisi dovrebbe iniziare dalla realtà di uno Stato (quello israeliano) – da non essere confusa con la soluzione ‘un solo Stato’ -, la sua natura e le sue politiche, le sue pratiche di regime e di segregazione, il suo progetto coloniale in Cisgiordania e a Gaza.
Tuttavia, tale punto di partenza, per strategie e visioni alternative, include una serie di presupposti e punti chiave che permetterebbero a palestinesi e israeliani di avviare un cambiamento positivo. Per quanto riguarda il fronte palestinese, i fattori che ne comportano la debolezza sono l’assenza di una leadership politica unita, rappresentativa e trasparente e di una cultura del dibattito. Per quanto riguarda il fronte israeliano, invece, i fattori che contribuiscono alla perpetuazione dell’impasse sono la volontà e l’incapacità di percepire e riconoscere i costi di un’occupazione militare, assieme a un generalizzato senso di superiorità e all’incapacità di affrontare una fobia demografica – e le fobie associate – nella narrativa collettiva.
I palestinesi hanno un bisogno disperato di una nuova leadership intellettuale, per revitalizzare e ridare forma al pensiero palestinese e contribuire alla formazione di un pensiero coeso, al fine di offrire strategie alternative e visioni che conducono l’azione politica. Una rivitalizzazione del pensiero palestinese è infatti una precondizione necessaria alla ricostituzione di un sistema politico palestinese. Senza visioni chiare e piani applicabili a scenari differenti, i palestinesi rimarranno frammentati e incapaci di cambiare lo status-quo.
Tale leadership intellettuale ha bisogno di essere ispirata dalle voci e dalle aspirazioni della gente, andando oltre i preconcetti e ragionando su soluzione creative e realistiche – non nel senso conservatore del termine. Il sistema politico palestinese esistente marginalizza la gente, soprattutto i rifugiati, e la spinge ai margini del sistema politico stesso – invece che riportarla al centro – e nel corso degli anni ha sviluppato e perpetuato un sistema di governo personale e neo-clientelare. Alla leadership non dovrebbe essere concesso di far leva sui sacrifici e sulle sofferenze della popolazione palestinese per ottenere vittorie di corto raggio, oltre che spesso d’interesse personale, e benefici per l’élite a scapito della società. Ciò è solo possibile quando una cultura della trasparenza diventa norma, piuttosto che eccezione, e quando la gente palestinese decide di sedere al posto del guidatore nel processo democratico, sfidando e scontrandosi con più livelli di repressione e ingiustizia, interni ed esterni.
L’esercizio della proprietà popolare sul sistema politico non solo assicurerà trasparenza pubblica, ma contribuirà anche a rimarginare le fratture sul piano della legittimità e della fiducia. La prima domanda alla quale ogni nuovo intellettuale o leader palestinese deve rispondere è: che posizione occupa la gente palestinese nel proprio sistema politico? Non si tratta di una visione utopistica, ma piuttosto di un concetto molto semplice se l’obiettivo è il governo democratico. Ciò che è necessario è una nuova leadership che rigetti i pilastri fondamentali degli accordi di Oslo e le attuali regole del gioco (la matrice del controllo). Rifiutare gli accordi di Oslo non vuol dire rifiutare la pace, ma la schiavitù e l’oppressione che sono state perpetuate per decenni. E quindi, senza confrontarsi con Israele, con tutti i mezzi che il diritto internazionale conferisce a un popolo vittima dell’occupazione, i palestinesi non sovvertiranno mai lo status quo – lo scenario favorito per Israele. Confrontare il potere occupante, colonizzatore e oppressore è la prima lezione che ci trasmette la storia dei movimenti di liberazione, in tutto il mondo.
Attualmente, e dopo un quarto di secolo di negoziati di pace falliti, tale strategia di confronto in teatri locali e internazionali, a micro e macro livelli – per esempio utilizzando il boicottaggio e le sanzioni (BDS), la Corte Internazionale dei Crimini (ICC) o altre forme di resistenza per realizzare i diritti – è l’unica via possibile per affrontare gli squilibri di potere tra israeliani e palestinesi. E a meno che l’asimmetria di potere non sia risolta e l’occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza non sia terminata, non ci sarà mai una pace giusta e duratura. È cruciale sottolineare come la fine dell’occupazione rappresenti un prerequisito per ogni soluzione, sia a uno che a due Stati.
Per gli israeliani, la continua elezione di leader sempre più di destra, alcuni dei quali non considerano nemmeno i palestinesi degli esseri umani, o si rifiutano di riconoscergli una nazione, non lascia ampi margini di ottimismo. Nel corso dell’estate 2015, ho avuto l’occasione di dedicare del tempo alla scoperta della Palestina storica, oggi Israele, e di parlare con molti israeliani con background molto diversi, e diversi gradi di religiosità, senza rivelare la mia identità palestinese. Tale esercizio mi ha mostrato quanto le attitudini e le certezze degli israeliani comuni siano distanti da un’occupazione che dista tra i 15 e i 60 km. In altre parole, ciò mi ha permesso di comprendere quanto spessa e ben impermeabilizzata sia la bolla narrativa israeliana.
Gli israeliani con cui ho parlato o rifiutano di considerate la situazione corrente come un’occupazione, o hanno davvero faticato a comprendere a cosa mi stessi riferendo. Come può essere che il più grande elefante presente nella stanza non venga così facilmente notato? Ciò rimane una questione aperta. Tuttavia, tale questione potrebbe anche offrire parte della soluzione. A meno che gli israeliani ‘comuni’ non ammettano l’occupazione e la riconoscano come fonte principale della loro insicurezza, c’è molto poca speranza di pace. Il ruolo della comunità internazionale, in particolare dell’Unione Europea, è cruciale a tal proposito, per iniziare il processo di riconoscimento, attraverso tattiche di boicottaggio e sanzione ma anche rifiutando di sussidiare l’occupazione israeliana attraverso l’industria internazionale degli aiuti in Cisgiordania e nella Striscia. Le misure che hanno un impatto economico, politico e morale quotidiano sugli israeliani ‘comuni’ costituiscono prerequisiti necessari per cambiare le dinamiche future delle relazioni israelo-palestinesi.
Un’altra osservazione dominante che ho avuto modo di rilevare nel corso della mia breve, casuale e non rappresentativa esperienza, è il senso di superiorità. Liberali, uomini di sinistra, fondamentalisti, secolaristi, religiosi, voci progressiste, di ogni generazione e città, condividevano la caratteristica della superiorità, che risulta problematica sul livello personale e umano, prima ancora che venga estesa alla politica. Dichiarazioni come ‘siamo la nazione scelta da Dio’, ‘non ci importa della legge internazionale’, ‘aiutiamo quei poveri palestinesi a porre fine all’occupazione’, ‘offriamo ai palestinesi un lavoro e loro lavorano per noi’, ‘ Gaza è irrilevante’, ‘ho amici palestinesi ma non mi fiderei mai di loro’, sono ricorrenti in ogni discussione. Quindi, a meno che gli israeliani ‘comuni’ non percepiscano se stessi come gente comune e non come superiori ad altre nazioni, è impossibile immaginare come la soluzione a uno o due Stati possa funzionare.
Inoltre, proprio come il popolo palestinese e la sua leadership necessitano di affrontare un serio processo di riforma strategica, così anche gli israeliani. Gli israeliani hanno bisogno di riconciliare internamente una serie di questioni che sono principalmente legate alle strutture di segregazione, alla supremazia ebraica, alla natura ebraica dello stato, ai timori demografici e al ritorno dei rifugiati palestinesi in esilio. Lo status di Gerusalemme, tuttavia, rimane una questione chiave che deve essere affrontata con urgenza a causa della propria centralità per le dinamiche attuali e future delle relazioni israelo-palestinesi. Gli israeliani non devono sottovalutare il significato che Gerusalemme ha per il popolo palestinese. Nulla può spiegare questo punto meglio delle proteste e degli atti di resistenza che si verificarono nella Palestina occupata nell’ottobre del 2015. È un compito sconfortante affrontare e dibattere tali questioni. Tuttavia, non possono essere ignorate se attori differenti sono interessati a trovare soluzioni realistiche.
Questa serie di osservazioni, d’indicatori e temi potrebbe aiutare ad aprire un futuro di relazioni israelo-palestinesi; dal momento che presentano degli ostacoli basici ma fondamentali per ogni futura pace duratura. Tale riflessione incentrata sul ruolo della gente rappresenta l’elemento mancante di una vasta serie di analisi. Senza una legittimità popolare, senza riportare la gente al centro del sistema politico e non solo tramite le elezioni, e senza che le aspirazioni della gente vengano soddisfatte, la pace rimarrà elusiva e il conflitto irrisolvibile. Le percezioni della gente, le loro paure e sofferenze, i loro valori e le loro credenze, così come le loro preponderanti narrative non possono più essere ignorate, se siamo interessati a raggiungere giustizia e uguaglianza. Tuttavia, le categorie convenzionali, gli assunti e gli schemi concettuali sono fondamentalmente sbagliati. Muovere verso categorie e strumenti alternativi richiede innanzitutto una ferma ammissione del fatto che le categorie esistenti debbano essere messe da parte.
Circa un quarto di secolo di fallimenti rivela dove stanno i problemi ed espone le limitazione e i deficit strutturali di un approccio che ignora le cause profonde del conflitto e supporta la normalità della dominazione e della colonizzazione. Andare oltre i cicli di fallimento richiede un serio coinvolgimento in un processo di decolonizzazione di Israele e Palestina e nuove categorie e presupposti per comprendere il motivo per cui il conflitto persiste. Né i vecchi strumenti, né le categorie attuali possono servire come catalizzatori per un positivo cambiamento futuro. Solo affrontando gli squilibri di potere e ponendo fine all’occupazione israeliana nel breve termine si può raggiungere una discussione di soluzioni durature.
*L’articolo originale è stato pubblicato nel dicembre 2015 sulla rivista accademica “Mediterranean Politics‘s Forum on the Future of Palestinian-Israeli Relations”. Click here to read the Forum’s Introduction
Traduzione a cura di Giovanni Pagani
di Alaa Tartir – Mediterranean Politics*
Roma, 6 aprile 2016, Nena News – Il distorto processo di pace tra palestinesi e israeliani sottintende che il conflitto israelo-palestinese sia risolvibile e che raggiungerà una conclusione in un futuro prossimo. Secondo il commento che segue, si tratta di un assunto semplicistico che deve essere superato, nel tentativo di ragionare su soluzioni alternative realistiche e attuabili. E se l’assunto celato del processo di pase fosse che il conflitto è permanente, prolungato e possibilmente irrisolvibile? Come influirebbe ciò sulle scelte politiche e d’intervento? E che impatto avrebbe un simile punto di partenza sulle strategie israeliane e palestinesi?
Tali domande non sono soltanto poste come mero esercizio intellettuale, ma sono influenzate da complesse dinamiche di conflitto, dagli interessi in gioco, dalle realtà locali e da asimmetriche relazioni di potere. Evidentemente, una pace giusta e durevole è molto distante. È una menzogna sostenere che una pace vicina e negoziata è dietro l’angolo, e che lo scenario dei due Stati è la sola via percorribile per una soluzione duratura e per la salvaguardia dei diritti. Tali diritti e la tradizionale soluzione dei due Stati costituiscono due sfere incompatibili. Al contrario, ogni analisi dovrebbe iniziare dalla realtà di uno Stato (quello israeliano) – da non essere confusa con la soluzione ‘un solo Stato’ -, la sua natura e le sue politiche, le sue pratiche di regime e di segregazione, il suo progetto coloniale in Cisgiordania e a Gaza.
Tuttavia, tale punto di partenza, per strategie e visioni alternative, include una serie di presupposti e punti chiave che permetterebbero a palestinesi e israeliani di avviare un cambiamento positivo. Per quanto riguarda il fronte palestinese, i fattori che ne comportano la debolezza sono l’assenza di una leadership politica unita, rappresentativa e trasparente e di una cultura del dibattito. Per quanto riguarda il fronte israeliano, invece, i fattori che contribuiscono alla perpetuazione dell’impasse sono la volontà e l’incapacità di percepire e riconoscere i costi di un’occupazione militare, assieme a un generalizzato senso di superiorità e all’incapacità di affrontare una fobia demografica – e le fobie associate – nella narrativa collettiva.
I palestinesi hanno un bisogno disperato di una nuova leadership intellettuale, per revitalizzare e ridare forma al pensiero palestinese e contribuire alla formazione di un pensiero coeso, al fine di offrire strategie alternative e visioni che conducono l’azione politica. Una rivitalizzazione del pensiero palestinese è infatti una precondizione necessaria alla ricostituzione di un sistema politico palestinese. Senza visioni chiare e piani applicabili a scenari differenti, i palestinesi rimarranno frammentati e incapaci di cambiare lo status-quo.
Tale leadership intellettuale ha bisogno di essere ispirata dalle voci e dalle aspirazioni della gente, andando oltre i preconcetti e ragionando su soluzione creative e realistiche – non nel senso conservatore del termine. Il sistema politico palestinese esistente marginalizza la gente, soprattutto i rifugiati, e la spinge ai margini del sistema politico stesso – invece che riportarla al centro – e nel corso degli anni ha sviluppato e perpetuato un sistema di governo personale e neo-clientelare. Alla leadership non dovrebbe essere concesso di far leva sui sacrifici e sulle sofferenze della popolazione palestinese per ottenere vittorie di corto raggio, oltre che spesso d’interesse personale, e benefici per l’élite a scapito della società. Ciò è solo possibile quando una cultura della trasparenza diventa norma, piuttosto che eccezione, e quando la gente palestinese decide di sedere al posto del guidatore nel processo democratico, sfidando e scontrandosi con più livelli di repressione e ingiustizia, interni ed esterni.
L’esercizio della proprietà popolare sul sistema politico non solo assicurerà trasparenza pubblica, ma contribuirà anche a rimarginare le fratture sul piano della legittimità e della fiducia. La prima domanda alla quale ogni nuovo intellettuale o leader palestinese deve rispondere è: che posizione occupa la gente palestinese nel proprio sistema politico? Non si tratta di una visione utopistica, ma piuttosto di un concetto molto semplice se l’obiettivo è il governo democratico. Ciò che è necessario è una nuova leadership che rigetti i pilastri fondamentali degli accordi di Oslo e le attuali regole del gioco (la matrice del controllo). Rifiutare gli accordi di Oslo non vuol dire rifiutare la pace, ma la schiavitù e l’oppressione che sono state perpetuate per decenni. E quindi, senza confrontarsi con Israele, con tutti i mezzi che il diritto internazionale conferisce a un popolo vittima dell’occupazione, i palestinesi non sovvertiranno mai lo status quo – lo scenario favorito per Israele. Confrontare il potere occupante, colonizzatore e oppressore è la prima lezione che ci trasmette la storia dei movimenti di liberazione, in tutto il mondo.
Attualmente, e dopo un quarto di secolo di negoziati di pace falliti, tale strategia di confronto in teatri locali e internazionali, a micro e macro livelli – per esempio utilizzando il boicottaggio e le sanzioni (BDS), la Corte Internazionale dei Crimini (ICC) o altre forme di resistenza per realizzare i diritti – è l’unica via possibile per affrontare gli squilibri di potere tra israeliani e palestinesi. E a meno che l’asimmetria di potere non sia risolta e l’occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza non sia terminata, non ci sarà mai una pace giusta e duratura. È cruciale sottolineare come la fine dell’occupazione rappresenti un prerequisito per ogni soluzione, sia a uno che a due Stati.
Per gli israeliani, la continua elezione di leader sempre più di destra, alcuni dei quali non considerano nemmeno i palestinesi degli esseri umani, o si rifiutano di riconoscergli una nazione, non lascia ampi margini di ottimismo. Nel corso dell’estate 2015, ho avuto l’occasione di dedicare del tempo alla scoperta della Palestina storica, oggi Israele, e di parlare con molti israeliani con background molto diversi, e diversi gradi di religiosità, senza rivelare la mia identità palestinese. Tale esercizio mi ha mostrato quanto le attitudini e le certezze degli israeliani comuni siano distanti da un’occupazione che dista tra i 15 e i 60 km. In altre parole, ciò mi ha permesso di comprendere quanto spessa e ben impermeabilizzata sia la bolla narrativa israeliana.
Gli israeliani con cui ho parlato o rifiutano di considerate la situazione corrente come un’occupazione, o hanno davvero faticato a comprendere a cosa mi stessi riferendo. Come può essere che il più grande elefante presente nella stanza non venga così facilmente notato? Ciò rimane una questione aperta. Tuttavia, tale questione potrebbe anche offrire parte della soluzione. A meno che gli israeliani ‘comuni’ non ammettano l’occupazione e la riconoscano come fonte principale della loro insicurezza, c’è molto poca speranza di pace. Il ruolo della comunità internazionale, in particolare dell’Unione Europea, è cruciale a tal proposito, per iniziare il processo di riconoscimento, attraverso tattiche di boicottaggio e sanzione ma anche rifiutando di sussidiare l’occupazione israeliana attraverso l’industria internazionale degli aiuti in Cisgiordania e nella Striscia. Le misure che hanno un impatto economico, politico e morale quotidiano sugli israeliani ‘comuni’ costituiscono prerequisiti necessari per cambiare le dinamiche future delle relazioni israelo-palestinesi.
Un’altra osservazione dominante che ho avuto modo di rilevare nel corso della mia breve, casuale e non rappresentativa esperienza, è il senso di superiorità. Liberali, uomini di sinistra, fondamentalisti, secolaristi, religiosi, voci progressiste, di ogni generazione e città, condividevano la caratteristica della superiorità, che risulta problematica sul livello personale e umano, prima ancora che venga estesa alla politica. Dichiarazioni come ‘siamo la nazione scelta da Dio’, ‘non ci importa della legge internazionale’, ‘aiutiamo quei poveri palestinesi a porre fine all’occupazione’, ‘offriamo ai palestinesi un lavoro e loro lavorano per noi’, ‘ Gaza è irrilevante’, ‘ho amici palestinesi ma non mi fiderei mai di loro’, sono ricorrenti in ogni discussione. Quindi, a meno che gli israeliani ‘comuni’ non percepiscano se stessi come gente comune e non come superiori ad altre nazioni, è impossibile immaginare come la soluzione a uno o due Stati possa funzionare.
Inoltre, proprio come il popolo palestinese e la sua leadership necessitano di affrontare un serio processo di riforma strategica, così anche gli israeliani. Gli israeliani hanno bisogno di riconciliare internamente una serie di questioni che sono principalmente legate alle strutture di segregazione, alla supremazia ebraica, alla natura ebraica dello stato, ai timori demografici e al ritorno dei rifugiati palestinesi in esilio. Lo status di Gerusalemme, tuttavia, rimane una questione chiave che deve essere affrontata con urgenza a causa della propria centralità per le dinamiche attuali e future delle relazioni israelo-palestinesi. Gli israeliani non devono sottovalutare il significato che Gerusalemme ha per il popolo palestinese. Nulla può spiegare questo punto meglio delle proteste e degli atti di resistenza che si verificarono nella Palestina occupata nell’ottobre del 2015. È un compito sconfortante affrontare e dibattere tali questioni. Tuttavia, non possono essere ignorate se attori differenti sono interessati a trovare soluzioni realistiche.
Questa serie di osservazioni, d’indicatori e temi potrebbe aiutare ad aprire un futuro di relazioni israelo-palestinesi; dal momento che presentano degli ostacoli basici ma fondamentali per ogni futura pace duratura. Tale riflessione incentrata sul ruolo della gente rappresenta l’elemento mancante di una vasta serie di analisi. Senza una legittimità popolare, senza riportare la gente al centro del sistema politico e non solo tramite le elezioni, e senza che le aspirazioni della gente vengano soddisfatte, la pace rimarrà elusiva e il conflitto irrisolvibile. Le percezioni della gente, le loro paure e sofferenze, i loro valori e le loro credenze, così come le loro preponderanti narrative non possono più essere ignorate, se siamo interessati a raggiungere giustizia e uguaglianza. Tuttavia, le categorie convenzionali, gli assunti e gli schemi concettuali sono fondamentalmente sbagliati. Muovere verso categorie e strumenti alternativi richiede innanzitutto una ferma ammissione del fatto che le categorie esistenti debbano essere messe da parte.
Circa un quarto di secolo di fallimenti rivela dove stanno i problemi ed espone le limitazione e i deficit strutturali di un approccio che ignora le cause profonde del conflitto e supporta la normalità della dominazione e della colonizzazione. Andare oltre i cicli di fallimento richiede un serio coinvolgimento in un processo di decolonizzazione di Israele e Palestina e nuove categorie e presupposti per comprendere il motivo per cui il conflitto persiste. Né i vecchi strumenti, né le categorie attuali possono servire come catalizzatori per un positivo cambiamento futuro. Solo affrontando gli squilibri di potere e ponendo fine all’occupazione israeliana nel breve termine si può raggiungere una discussione di soluzioni durature.
*L’articolo originale è stato pubblicato nel dicembre 2015 sulla rivista accademica “Mediterranean Politics‘s Forum on the Future of Palestinian-Israeli Relations”. Click here to read the Forum’s Introduction
Traduzione a cura di Giovanni Pagani
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