mercoledì 27 aprile 2016

Mariam Barghouti :Siria. Una causa che la Palestina deve sostenere


L'attivista palestinese Mariam Barghouti si scaglia contro l'indifferenza di parte del mondo attivista palestinese verso la resistenza siriana

L'attivista palestinese Mariam Barghouti si scaglia contro l'indifferenza di parte del mondo attivista palestinese verso la resistenza siriana. Che sempre più spesso diventa un sostegno ad Assad in quanto "male minore".


Quando nel 2011 i siriani cantavano per le strade di Damasco “Rivoluzione, rivoluzione per la Siria! Rivoluzione della dignità e della libertà”, si aspettavano senza dubbio la soppressione del regime di Bashar al-Asad. Ciò che probabilmente non si sarebbero aspettati, tuttavia, è il compiacimento della comunità internazionale, palestinesi inclusi.
Eppure questo è ciò che hanno ricevuto. Il conflitto siriano ha scoperto contraddizioni e preoccupanti carenze tra coloro che combattono in nome della Palestina.
Quando noi palestinesi veniamo aggrediti dalle forze israeliane, spesso gridiamo: “Dove sono gli arabi! Dove siete, arabi?” Eppure, ora che tocca a noi estendere la solidarietà, siamo diventati senza volto come il nostro venerato Handala.
Il noto scrittore e pensatore palestinese Ghassan Kanafani ha scritto una volta: “Se stessimo fallendo nel difendere la causa dovremmo cambiare i combattenti, non la causa”. Non stando con i nostri fratelli arabi che combattono in Siria, abbiamo tradito la Palestina e contaminato i principi che hanno dato vita alla causa palestinese, cioè la dignità e la giustizia.
Entrati nel quinto anno di guerra civile siriana, dico ai miei compagni palestinesi: è giunto il momento – anche se molto in ritardo – di essere solidali con il popolo siriano.

La posizione palestinese sulla Siria
I palestinesi non sono estranei all’esilio, al dolore dell’oppressione o alle gravi conseguenze della resistenza. Per queste ragioni, ho trovato sconcertante la posizione mainstream palestinese sulla Siria.
Vi è una negazione intrinseca del diritto siriano all’autodeterminazione, sulla base di un cosiddetto “pragmatismo politico” che sostiene che il regime di Asad sia la chiave per la stabilità in Medio Oriente.
Nel corso della guerra civile siriana, le nostre azioni – o l’assenza di esse – sono passate da un muto silenzio a un discorso impotente sui vantaggi del non coinvolgimento nel conflitto. Anche se noi la chiamiamo neutralità stiamo, invece, esprimendo la forma più spuria di sostegno per un regime che ha lanciato barili bomba sui civili di Homs, Aleppo e della periferia di Damasco.
È come se stessimo prendendo in prestito le narrazioni dei nostri oppressori per estenderle attraverso le montagne della Siria. Con argomentazioni confuse, spogliamo il popolo siriano del poter scegliere il proprio destino. Non basta abbandonarli, dettiamo anche ciò che crediamo sia meglio per loro: dovrebbero rinunciare alla propria rivolta e accettare il regime come il “male minore”.
Questo è l’approccio che più abbiamo respinto nella nostra lotta. Molti dei palestinesi attivi politicamente si rifiuterebbero persino di considerare il pensiero di chiunque voglia comandarci come combattere o resistere al colonialismo.
Eppure, non troviamo alcun problema nel riciclare le stesse nozioni che rifiutiamo per ripudiare gli sforzi dei siriani per rovesciare la tirannia.
Nel prendere queste posizioni, ci giustifichiamo con la “complessità” della situazione. Ancora peggio, spesso rimaniamo in silenzio perché il dittatore in questione afferma di essere anti-imperialista e di sostenere la Palestina.
Ma Asad è anti-Israele, non pro-Palestina. Vi è una grande differenza.
Essere pro-Palestina significa sostenere i diritti dei palestinesi in quanto popolo oppresso. Essere anti-Israele vuol dire limitarsi all’indebolire uno Stato nemico. Così se il regime di Asad è ovviamente contro Israele, ha poco interesse nella ricerca di giustizia che contraddistingue la causa palestinese.
Per quelli di noi che sono, di fatto, pro-Palestina e guidati realmente da questa causa, ciò non può essere scollegato dalla ricerca globale per la giustizia, che sia in Siria o altrove. Per citare ancora una volta Kanafani, “tutto in questo mondo può essere rapinato e rubato, tranne una cosa; questa cosa è l’amore emanato da un essere umano che ha una solida dedizione per una convinzione o una causa”.
Per essere fedeli alla causa della giustizia, non possiamo lasciarci illudere dalle teorie della cospirazione che echeggiano a spese del popolo siriano. Non possiamo farci coinvolgere dall’apparato di oppressione del regime di Asad che finge di supportare alcune lotte, come l’anti-imperialismo e la Palestina, al fine di ingannare le masse facendole accettare le sue ingiustizie e i suoi crimini.

Yarmouk
Nel suo poema “Candele di Damasco”, il poeta palestinese Rashid Hussein ha scritto un’ode alla ospitalità che ha ricevuto dalla gente di Damasco:

Damasco, so che sono disarmato, salvo per la mia penna.
Se l’inchiostro dimentica la Palestina, evochi Damasco.
Damasco, sono testimone del tuo viaggio nel mio sangue,
nei vasi di un milione di amori e un milione di fiamme.
Uomini, donne… il più bel bambino e la più bella
infante, tutti lavano il mio sangue, io, l’affaticato arabo
da umiliazioni, tutti lavano il mio sangue.

Il campo profughi di Yarmouk, che si trova alla periferia di Damasco, è stato emblema di cordialità dei siriani verso i palestinesi fin dalla fondazione delloSstato sionista di Israele, nel 1948.
Il 26 dicembre 2012 il regime siriano, con l’aiuto del Fronte Palestinese per la Liberazione della Palestina – Comando Generale (PFLP-GC), ha iniziato un assedio brutale contro il campo. Il risultato è che questo luogo, una volta salutato come la capitale della diaspora palestinese, è ora sede di poche migliaia di persone che lottano per sopravvivere.
Mentre il regime ha continuato a soffocare il campo con il suo assedio – con la conseguenza di oltre 200 morti per la fame – nel mese di aprile 2015 Daesh ha invaso il campo con l’aiuto di Jabhat al-Nusra, esasperando ulteriormente la crisi. Nel frangente, è stato riportato che Daesh abbia decapitato ed eseguito alcuni dei residenti del campo.
Nonostante queste difficoltà, i palestinesi di Yarmouk sono riusciti a inviare messaggi di solidarietà ai loro fratelli e sorelle nella Palestina storica; fratelli che nei primi giorni di ottobre 2015 si sono sollevati, ancora una volta, contro l’aggressione israeliana.
Ma la solidarietà dalla Palestina è stata tiepida. Se è vero che i palestinesi si sono espressi contro l’invasione di Daesh nel campo, questo discorso è stato privato di responsabilità. Ci sono state poche menzioni sul ruolo del regime di Asad, motore principale della crescita e del successo dello Stato Islamico.
Senza i barili bomba di Assad e i missili russi in Siria non ci sarebbe Daesh. Il regime di Asad ha probabilmente festeggiato l’ascesa del gruppo, e per una buona ragione. Più mostruoso è il nemico, meglio appare il regime.
Anche se limitato, l’oltraggio palestinese verso gli eventi di Yarmouk mette in luce anche un altro problema, vale a dire la fissazione per la nostra stessa comunità.
Sebbene Daesh abbia attaccato molte città siriane, ci siamo fatti sentire solo quando sono stati coinvolti i palestinesi. Sebbene possiamo condividere una lotta simile in quanto palestinesi, questa tendenza a ignorare la sofferenza degli altri mostra la nostra selettività nel sostenere i gruppi oppressi, come ad esempio i residenti della città siriana di Madaya, che stavano morendo di fame grazie al regime e i suoi alleati, Hezbollah e Russia.

Si va avanti, e la Siria è ancora qui
Andando avanti, noi, come palestinesi, dobbiamo prima di tutto riconoscere il nostro approccio sbagliato verso la Siria. Invece di trastullarci la testa tra le mani, dobbiamo estendere la nostra solidarietà e sollevarci per i civili siriani e il loro diritto di vivere in sicurezza e dignità.
Dico questo perché questo è ciò che la lotta palestinese mi ha insegnato: l’amore e la lotta per la dignità, quando necessaria. Mi ha insegnato a non opprimere, perché abbiamo sperimentato in prima persona la mostruosità dell’oppressione. E mi ha insegnato che quando un popolo è unito diventa una forza che non è possibile sottovalutare.
Da non-siriani non abbiamo il diritto di pronunciare il proverbiale lamento: “La Siria è rovinata. Guardate cosa è successo. Non c’è più niente in Siria”. Queste parole servono solo per razionalizzare il nostro immobilismo, una facciata per la nostra compiacenza.
Fino a quando rimarrà una sola anima siriana a resistere, c’è un tutto da sostenere e proteggere.
I lunghi e argdui viaggi che intraprendono i rifugiati siriani sono una testimonianza di questa duratura volontà nel perseguire la vita e la dignità.
Noi, come palestinesi, abbiamo sbagliato. Come succede a qualsiasi movimento. Ma possiamo ancora correggere i nostri errori e cominciare a prendere le misure necessarie per incarnare l’essenza della nostra causa: la giustizia per tutti.

*Mariam Barghouti è una giovanissima attivista palestinese residente in Cisgiordania. È stata editorialista per il New York Times, Al-Jazeera English, Mondoweiss, The Huffington Post e altre testate. Ha un blog personale, ramallahbantustan. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su muftah.org ed è stato tradotto in italiano e pubblicato da Frontiere News, che ringraziamo per la gentile concessione.


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