martedì 5 aprile 2016

L’autopsia rivela: As-Sharif ucciso dal colpo sparato dal soldato israeliano


I risultati della necroscopia resi noti ieri mostrano che il giovane 21 palestinese era ancora vivo prima di essere ucciso a Hebron lo scorso 24 marzo. Demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme est e in Cisgiordania
Asharif



di Roberto Prinzi
Roma, 4 aprile 2016, Nena News – Era ancora vivo il 21enne Abd al-Fattah as-Sharif prima di essere ucciso a distanza ravvicinata da un soldato israeliano il 24 marzo scorso a Hebron. “I risultati dell’autopsia erano prevedibili. Quello che il mondo intero ha visto nel video già era di per sé sufficiente, la necroscopia lo ha solamente confermato” ha affermato con amarezza il dottore palestinese Rayan al-Ali, presente durante l’esame necroscopico compiuto presso l’Istituto israeliano di medicina forense a Abu Kabir, vicino a Tel Aviv. Un’esame a cui al-Ali ha potuto solo assistere e che non ha eseguito per via di un ordine della Corte suprema israeliana.
I risultati dell’autopsia non presentano nulla di nuovo, ma confermano quanto già appare evidente nel video dell’organizzazione israeliana B’Tselem dove si sentono i soldati israeliani gridare in ebraico: “il cane [as-Sharif, ndr] è ancora vivo” e l’imputato affermare: “il terrorista merita di morire”. Il dato più interessante che è emerso ieri, però, è che il colpo mortale è stato sparato a distanza ravvicinata e ciò, secondo alcuni commentatori, avallerebbe la tesi secondo cui as-Sharif è stato “giustiziato”. L’aspetto più importante che ora resta da dimostrare all’accusa è se il palestinese a terra, già colpito dai soldati dopo aver accoltellato un militare, rappresentava o meno una “minaccia” per l’incolumità degli israeliani. Stando a quanto mostra il breve filmato – dove si vede nitidamente uno dei militari allacciarci le scarpe proprio vicino ad ash-Sharif mentre affianco al giovane agonizzante passano alcuni coloni israeliani – sembrerebbe di no.
E’ proprio sulla questione della “pericolosità” della vittima che si sta muovendo la difesa del soldato-killer (il cui nome non è stato reso noto dalla stampa locale). Una difesa raffazzonata e contraddittoria. In un primo momento l’imputato ha dichiarato che as-Sharif era una “minaccia” per i militari perché poteva azionare la cintura esplosiva (che, però, non ha mai indossato). Poi la versione è cambiata e la difesa ha parlato di un coltello vicino ad as-Sharif che il giovane avrebbe potuto utilizzare per compiere un’ulteriore aggressione.
Nonostante le dichiarazioni contraddittorie, la tesi del soldato è stata già parzialmente accolta dalla corte militare israeliana che sta indagando sul caso: chi ha sparato, infatti, sarà processato per omicidio colposo e non doloso perché ha agito senza intenzionalità. Che tradotto vuol dire: non è stata commessa una esecuzione a sangue freddo. Non solo, venerdì il soldato è stato condotto anche in una base militare nella Valle del Giordano (non in un carcere quindi) dove sconterà una detenzione “aperta” e potrà ricevere le visite dei familiari. Quello che pare emergere in queste prime fasi processuali è una spaccatura tra il procuratore militare Zagagi-Pinhas e i vertici dell’esercito (e in parte della corte) che, invece, sembrano far quadrato attorno all’accusato.
Zagagi-Pinhas ha usato parole molto dure contro l’uccisore di as-Sharif: “[il soldato] ha dato risposte evasive a domande sorte dalla sua versione dei fatti. I suoi continui cambiamenti di versione hanno sollevato dubbi sulla credibilità delle richieste della difesa. ” tuonava qualche giorno fa. “Il quadro su cui si basano i sospetti contro di lui – aggiungeva – è molto chiaro: il soldato ha detto più volte che il terrorista ha provato a raggiungere il coltello mentre il video mostra una situazione diversa, con il coltello a una distanza significativa dal terrorista che è in grave condizioni. Il video parla da solo. Il terrorista non rappresentava alcuna minaccia: nessuna delle altre persone sulla scena erano allarmate. Il militare ha mostrato indifferenza nel colpire il terrorista e lo ha fatto senza avvertire prima i commilitoni e i comandanti”. La durezza di Zagagi-Pinhas, però, sembra cozzare con la “morbidezza” finora mostrata da chi dovrà emettere la sentenza finale sul caso.
Un caso che ha avuto ampia eco internazionale. “Siamo preoccupati che questa uccisione potrebbe non essere stata solo un episodio isolato – dichiarava alcuni giorni fa l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Rupert Colville – tutti gli incidenti dove le forze di sicurezze [israeliane] hanno provocato la morte o il ferimento [degli aggressori] saranno pienamente indagati e i responsabili saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni”. Riesaminare tutti i casi appare una pia illusione. Di sicuro Colville non è il solo a livello internazionale che accusa Israele di aver compiuto “omicidi extragiudiziari”. Dubbi sono stati espressi la scorsa settimana anche dal senatore del Vermont, Patrick Leahy, e da 10 membri della Camera dei Rappresentanti Usa che hanno anche firmato una lettera in cui denunciano le “sospette esecuzioni extragiudiziali” compiute recentemente dalle forze armate israeliane.
E una lettera, alcuni mesi fa, l’avevano firmata anche diverse famiglie di aggressori palestinesi (veri e presunti) uccisi in questi ultimi mesi dall’esercito israeliano. Il motivo? Chiedere alle autorità israeliane di compiere le autopsie sui corpi dei loro cari ammazzati nel corso di quelle che i palestinesi chiamano “operazioni”, ma che gli israeliani considerano “atti di terrorismo”. Non una pura formalità volta soltanto a stabilire i casi dei decessi, ma una vera e propria richiesta politica: i risultati ufficiali degli esami necroscopici, infatti, sono necessari per denunciare Tel Aviv alla Corte penale internazionale. Nella lettera, le famiglie chiedevano anche la presenza di un dottore palestinese durante l’esecuzione delle autopsie data la scarsa fiducia nutrita nei confronti delle istituzioni israeliane. Una sfiducia che deriva, sostengono le associazioni umanitarie locali, dall’impunità che viene offerta agli israeliani in caso di violenze contro i palestinesi.
Mentre le indagini proseguono, i bulldozer israeliani sono tornati all’azione stamane in Cisgiordania e a Gerusalemme est dove sono state demolite cinque case palestinesi perché costruite “senza permessi”. Le demolizioni sono avvenute nel villaggio di Surif (nord di Hebron), a Khirbet al-Marajiim (Nablus) e nel quartiere di Jabal al-Mukabbir (nella parte occupata di Gerusalemme est).
Ma “l’illegalità” nelle costruzioni non è l’unico motivo dietro la distruzione di case palestinesi: oggi tre abitazioni nel villaggio di Qabatiya (a sud di Jenin) sono state rase al suolo come “punizione” per un attacco armato compiuto lo scorso febbraio a Gerusalemme da tre giovani del luogo (poi uccisi). Nena News
Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

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