venerdì 1 aprile 2016

Igiaba Scego, scrittrice : Gli arabi non sono tutti barbuti come i personaggi di Aladdin


Gli arabi non sono tutti barbuti come i personaggi di Aladdin

Igiaba Scego
Quando vedi un arabo a cosa pensi? Quali immagini ti balenano in mente?
Ti viene in mente un padre amorevole? Un bambino che gioca? Una famiglia che cucina? Una coppia innamorata?
Cosa ti viene in mente quando pensi agli arabi?
Se l’è chiesto quasi dieci anni fa Jack Shaheen nel libro Reel bad Arabs: how Hollywood vilifies a people, diventato poi un documentario nel 2006. La domanda è stata ripresa anche dalla giornalista di The National Fatima al Shamsi, nel suo articolo I’m sick of seeing Arab stereotypes on television.
Jack Shaheen, nel suo libro, sostiene che tra il 1896 e il 2000, su un campione di mille film girati a Hollywood, ben 936 (quasi il 90 per cento del campione) abbiano messo in cattiva luce i personaggi arabi. E questo ben prima degli attentati delle torri gemelle del 2001.
Questo dato ci dovrebbe preoccupare, soprattutto ora che i mezzi d’informazione, dopo gli attentati di Parigi e Bruxelles, sono ripieni come certi arrosti di immagini negative e stereotipate del mondo arabo. Quello che preoccupa del nostro presente è l’ignoranza assoluta del mondo occidentale sulla natura complessa dell’homo arabicus (musulmano e non solo) del terzo millennio. La giornalista e studiosa Paola Caridi li ha chiamati nel suo blog gli “arabi invisibili”, una definizione che ha ispirato anche l’omonimo libro.
Il mondo reale descritto da Paola Caridi  è fatto di femministe agguerrite che portano il velo, ragazzi che smanettano su internet meglio di un hacker occidentale, cineasti raffinati che mescolano mondi. Tra gli arabi invisibili ci sono atleti, professori, scrittori, scultori, ma il mondo in cui viviamo rimane ancorato allo stereotipo della sensuale odalisca o del barbuto terrorista con il kalashnikov in mano. Nell’immaginario dominante, gli arabi sono brutti, sporchi e cattivi. Non minimizzo di certo la violenza del terrorismo internazionale, ma non è attraverso la diffusione di stereotipi che si potrà combattere il fenomeno. Anzi. Lo stereotipo potrebbe farci precipitare tutti in una incomprensione globale che favorirà chi semina odio e terrore. D’altronde il gruppo Stato islamico (Is), nel suo testo di riferimento L’estinzione della zona grigia, ha detto chiaramente che uno dei principali obbiettivi dell’organizzazione è quella di creare incomprensione tra noi e minare alla radice la convivenza nelle società europee. Il loro nemico è il multiculturalismo, il loro alleato il razzismo e i gruppi xenofobi che lo alimentano.
Ora più che mai, serve riflettere sugli stereotipi, per conoscerli e, un giorno, superarli. Lo scrittore egiziano Ala al Aswani, nell’introduzione al libro Arabi invisibili, denuncia “la grande mistificazione che è alla base dello stereotipo, che racconta l’altro senza umanizzarlo, anzi, dimenticando che l’altro è un essere umano”. Lo studioso Edward Said, nel suo libro fondamentale del 1978 Orientalismo, lo aveva già detto chiaramente che l’orientalismo era un modo “per esercitare la propria influenza e il proprio predominio sull’Oriente”.

Da Charlie Hebdo a Indiana Jones

Ma quando parliamo di stereotipi applicati al mondo arabo, di cosa parliamo esattamente?
Sulla copertina del settimanale Charlie Hebdo uscita il 14 gennaio 2015, dopo gli attentati di Parigi, c’è una vignetta che rappresenta, nelle intenzioni degli autori, il profeta dell’islam che regge un cartello con la scritta “Tout est pardonné” (“È tutto perdonato”). Pur condannando con forza quell’odioso attentato, quella vignetta (e quelle che l’hanno preceduta sia in Francia sia in Danimarca) mi ha sempre lasciato un po’ perplessa. Quello che mi aveva colpito non era il disegno in sé, ma quello a cui rimandava. Le rappresentazioni del profeta che conoscevo erano quelle delle miniature turche e persiane medievali, nelle quali il volto del profeta non veniva mai mostrato, ma coperto da un velo di seta per rispetto. Spesso la figura, insieme a quella dei famigliari, era contornata da un fuoco sacro che fungeva da aureola e che ne sottolineava la sacralità. Morbidi tessuti, spesso seta pura, avvolgevano quei corpi. La dimensione che domina nelle miniature è quella della contemplazione.
La vignetta di Charlie Hebdo è diametralmente opposta. Il turbante della figura che rappresenterebbe il profeta non è certo un turbante di seta. La stoffa ci appare grezza, così come gli abiti. La testa inoltre ricorda la figura stilizzata di genitali maschili rozzamente agghindati.
E più in generale, mi chiedevo in quei giorni, come mai quel disegno mi ricordava la versione negativa di un “beduino” dell’Asia minore? La figura di un suddito coloniale privo non solo di mezzi, ma anche di libertà? Quella vignetta mi ricordava in modo preoccupante qualcosa di già visto, un vecchio stereotipo della cultura occidentale. E mi preoccupava anche la mancanza di ironia. La vignetta non faceva ridere. Era solo la riproposizione dello stereotipo dell’homo arabicus brutto, sporco e cattivo.
Quella di Charlie Hebdo è solo l’ultima di una lunga sequenza di rappresentazioni negative. Basta pensare al libro di Karl May Orangen und datteln, pubblicato nel 1904, un romanzo d’avventura ambientato in luoghi esotici simili a quelli di Emilio Salgari. Sulla copertina, realizzata dell’artista tedesco Sascha Schneider, c’è un disegno in bianco e nero dove sono rappresentati, uno accanto all’altro, Gesù e il profeta Muhammad. Entrambe le figure sono stereotipate. Un Gesù bianco che più bianco non si può, avvolto da una veste naturalmente più bianca di lui, si trova accanto a una specie di pirata dei Caraibi. Il pittore non ritrae il profeta dell’islam con il classico turbante, ma lo mostra in primo piano con la testa pelata e il torso seminudo. Il corpo è avvolto da una sorta di sarong e al suo lato dondola minacciosa una scimitarra. La barba naturalmente è molto folta. L’intento dell’illustrazione è quella di contrapporre un mondo giusto e pieno di virtù (Gesù) a uno barbarico, violento, oltraggiosamente altro, quello arabo. Un corpo ipersessualizzato che rimanda solamente a una disturbante inferiorizzazione.
Le donne arabe o sono velate completamente o sono danzatrici del ventre seminude
La scimitarra non manca quasi mai in questo tipo di immagini. Basta pensare alle feste di paese nel nord della Spagna per celebrare la Reconquista medievale, ovvero la conquista della Spagna musulmana da parte dei cattolicissimi re Isabella e Ferdinando, dove l’effige di un “Mahoma” con scimitarra viene bruciata nella pubblica piazza.
La scimitarra appare anche sul quotidiano The Star il 18 agosto del 1925, per celebrare le vittorie del campione di cricket Jack Hobbs. L’atleta britannico viene disegnato come un gigante accanto a dei personaggi famosi in versione rimpicciolita. Tra un Charlie Chaplin e un Giulio Cesare, viene anche disegnato un uomo con scimitarra e turbante, che nell’intenzione del vignettista sarebbe il profeta dell’islam.
La stessa figura viene usata tre anni più tardi, nel 1928, per pubblicizzare l’estratto di carne della Liebig. Qui il disegno non è caricaturale, ma elegante. La storia raccontata è quella del mihraj, il viaggio ultraterreno del profeta Muhammad in groppa al cavallo alato Buraq. Ma nonostante l’eleganza dei tratti, lo stereotipo prevale, soprattutto nelle atmosfere esotizzanti.
Non solo i simboli religiosi vengono piegati all’esotismo o alla caricatura, lo stesso accade al paesaggio. Tutto diventa volontà di inferiorizzazione. Lo si nota in particolare nel cinema, fin dai suoi esordi, dove domina l’equazione arabi uguale deserto, arabi uguale harem. È come se molta produzione cinematografica non si fosse mai resa conto che molti paesi arabi sono mediterranei e quindi hanno una vegetazione selvatica, a tratti molto rigogliosa. La palma la fa da padrone in quasi tutti i film, mai l’albero di olivo. Sempre la sabbia, quasi mai il mare. Il deserto, poi, ha tratti umani. È sempre ventoso e violento. È come se fosse un’anticipazione del carattere brutale degli arabi. Un luogo popolato però di creature mitologiche come i grassi geni della lampade, i banditi senza scrupoli, i tappeti volanti, gli sceicchi lascivi e, naturalmente, le odalische dell’harem.
Le donne arabe o sono velate completamente o sono danzatrici del ventre seminude. Non c’è quasi mai una via di mezzo. Basta vedere film come Lo sceicco con Rodolfo Valentino o Il ladro di Baghdad con Douglas Fairbanks, due successi del cinema muto che con i loro costumi creavano un’Arabia davvero improbabile, regno di sesso, ambiguità, violenza e dolore.
Il sesso la fa da padrone nella produzione pittorica. C’è una lascivia votata alla morte. Un orientalismo spiccio che confina con la pornografia. Basti pensare ai quadri di Delacroix, come La morte di Sardanapalo, dove un regno in decadenza, prossimo alla morte, gode dell’ultimo istante di lascivia. Corpi morti di leggiadre odalische che mischiano l’ultimo respiro con l’ultimo orgasmo. Lo sceicco, al centro, si gode la scena della sua stessa fine.
E poi opulenza, gioielli, broccati a non finire. Sempre nel deserto o meglio nella sua oasi. Questo immaginario è stato talmente forte da arrivare perfino nei film per ragazzi, come ci ricorda Jack Shaheen nel già citato Reel bad Arabs. Per esempio in Aladdin della Disney, uscito nel 1991, i protagonisti (Aladdin e Jasmine) hanno la pelle chiara, mentre tutti gli altri arabi connotati negativamente hanno la pelle scura. I mercanti sono senza denti, grassi e barbuti. Gli atteggiamenti sono violenti, naturalmente. Chi ruba una mela rischia il taglio del braccio. Ma il personaggio più ricco di stereotipi è quello del cattivo, Jafar. Ha la faccia lunga, sottile e nera. Non è bello e a tratti sembra quasi una donna. Ha gli stessi occhi lunghi di Jasmine, marcati da un trucco molto pesante.
L’idea di femminilizzare il personaggio negativo non è un’invenzione della Disney. Durante la Reconquista medievale i cristiani di Spagna, per minimizzare la forza del nemico, escludevano nei loro romanceros (poemi) i personaggi arabi dallo status dominante maschile. Nel Medioevo, infatti, le donne non avevano nessun ruolo rivelante nella guida della società e il paragone con loro significava automaticamente l’esclusione dal potere. Questa trasformazione simbolica veniva accentuata attraverso diversi elementi che denigravano non solo l’altro, ma anche tutto l’universo femminile. Le città musulmane venivano trattate dai cristiani come spose e, in generale, i musulmani venivano descritti come inetti, facili al pianto, preoccupati per il loro aspetto fisico e il loro abbigliamento.
La scrittura di propaganda tipica della Reconquista la ritroviamo nella figura di Jafar, il cattivo di Aladdin
Le donne musulmane nei romances della Reconquista erano un semplice oggetto sessuale. Nel romance Morilla Burlada, Moraima è una donna musulmana di bell’aspetto, una “morilla de un bel catar”, che subisce un inganno con tremende conseguenze: un cristiano finge di essere suo zio, braccato dalla giustizia perché colpevole di aver ucciso un cristiano. La ragazza si fida perché il finto zio “hablóme en algarabia”, le parla in arabo. Gli apre la porta e viene violentata. Un immaginario che torna anche in molta produzione cinematografica attuale, dove prima dello stupro in senso stretto della donna musulmana, avviene la lacerazione del velo da parte del maschio dominante bianco. Lo stesso termine mora, che indicava le donne arabe e musulmane, era anche usato dagli allevatori castigliani per le mucche nere. Dunque mora, ma anche moro, non definiva semplicemente un colore più scuro, ma alludeva alla bestialità dei musulmani. Per i cristiani della Reconquista gli arabi erano gli antagonisti principali. Il compito dei letterati era di esaltare la cristianità e denigrare i suoi nemici. L’atteggiamento verso gli arabi cambierà con la conquista di Granada nel 1492 e la fine del regno arabo in Spagna, diventando più benevolo, anche se sempre carico di pregiudizi.
Questa scrittura di propaganda tipica della Reconquista la ritroviamo nella figura di Jafar, il cattivo di Aladdin. Molti hanno visto nel film una rilettura in chiave Disney della guerra del Golfo: Jafar-Saddam Hussein doveva essere ridicolizzato per tenere alto il morale delle truppe statunitensi. Dai fratelli Marx all’Indiana Jones di Harrison Ford, tutti hanno umiliato gli arabi. Proprio in Indiana Jones un arabo vestito di nero viene freddato da Harrison Ford, che lo uccide quasi per la noia di dovere aspettare il suo assalto condito da virtuosismi con la scimitarra. La scena fa ridere. La vita dell’arabo in questione non crea commozione, anzi non viene nemmeno percepita, lui è un subumano, nessuno, nemmeno Indiana Jones prova pietà per lui. Gli arabi sono brutali, ma anche maldestri in molti film. E di solito nelle scene di massa muoiono come mosche, corpi disumanizzati, che non suscitano nessuna emozione. E se proprio dobbiamo avere pietà ecco allora che saltano fuori le donne che devono essere salvate. Le “lapidate”, “bruciate vive”, “spose bambine”. Non che questi problemi non ci siano. I femminicidi in oriente come in occidente sono all’ordine del giorno, il patriarcato è tale ovunque si presenti. Ma ragionare per stereotipi non aiuta di certo le donne a emanciparsi.

Un nuovo umanesimo

Come scrive Paola Caridi in Arabi invisibili: “Il mondo arabo è altro, ed è oltre la maschera ingrugnita e spaventosa che ci viene proposta da anni. Non ha la faccia iconica di Osama bin Laden, non ha solo l’aspetto della vendetta che riempie i sonni disperati dei kamikaze”. Caridi, che ha scritto il libro nel 2007, propone delle soluzioni che sono ancora più attuali adesso. Se “quello che esiste e vive di fronte a noi è un mondo arabo arrabbiato, spesso indignato, che si vede appiccicare tutte le nefandezze che lo stesso Occidente ha covato nel suo percorso millenario” forse, spiega Caridi, servirebbe un nuovo patto, “un manifesto che, prima di tutto, venga scritto da arabi e occidentali insieme, chiedendosi dove possa arrivare la convivenza, e dove, invece, l’osmosi debba lasciare il passo al buon vicinato”. Un manifesto “di quelli che, ancora oggi e con sempre più difficoltà, continuano a parlare la lingua perduta del mare di mezzo”. Quello che propone Paola Caridi è un nuovo umanesimo. Sembrerà ad alcuni un piano utopico, in epoche di attacchi terroristici nelle città europee. Ma a ben pensarci è l’unico da poter attuare. Anche perché, come abbiamo visto con la prima e la ancora più nefasta seconda guerra del Golfo, il conflitto alimenta se stesso e porta alla distruzione delle relazioni.
Il Medio Oriente un tempo era tra le regioni più tolleranti del mondo, come ha ricordato di recente la scrittrice palestinese Suad Amiry al festival Libri come, a Roma. Ora la pioggia di armi e insensatezze ha distrutto questa convivenza, forse per sempre. Ma noi, che spesso assistiamo attoniti sulle nostre poltrone alla distruzione del mondo, possiamo almeno fare una cosa: spingere i mezzi d’informazione dei nostri paesi a raccontarci un’altra storia.
Come si può creare un nuovo umanesimo se continuiamo a guardare gli altri attraverso gli stereotipi? È necessario, ora più che mai, cercare di conoscere l’altro. Spingere, come chiede la petizione di Progressi, i nostri governi a “soluzioni orientate alla pace e al dialogo” perché “l’arma più potente che abbiamo è l’inclusione sociale”.
Bandire una visione stereotipata, quindi, è il primo passo. Pensare, per esempio, che il maggior poeta siriano Nizar Qabbani (di cui l’editore Jouvence sta per pubblicare Le mie poesie più belle, a cura di Nabil Salameh e Silvia Moresi) non parlava certo di jihad, ma di amore. Dovremmo spingere le televisioni generaliste a lasciar perdere i talk show con i soliti professionisti dell’odio e a trasmettere film provenienti dal Medio Oriente. E sarebbe bello trasmettere un po’ di musica araba anche alla radio, avvicinandoci al pop dei Mashrou’ Leila, per esempio, autori di una bellissima canzone dedicata all’amore tra due uomini intitolata Shim el yasmine.
Scrive Ala Al Aswani nella prefazione di Arabi invisibili:
Per quanto mi riguarda, io non posso considerare l’Occidente come il mio nemico. So che l’Occidente non è un unicum. So che George W. Bush non rappresenta l’Occidente. Se penso a un simbolo dell’Occidente e della sua civiltà, per il mio retaggio culturale e la mia formazione, penso a Vivaldi, a Shakespeare, a Molière, a Victor Hugo. Non certo a Dick Cheney.
Leggendo le sue parole penso che quest’anno in Italia abbiamo una grande occasione. Il salone del libro di Torino 2016 sarà dedicato proprio alla letteratura araba, dal Maghreb al Mashreq. Invece delle urla dei professionisti dell’odio, potremmo riportarci a casa una bella manciata di parole dei maggiori scrittori arabi contemporanei. Solo così avremo meno paura e saremo pronti a quel nuovo umanesimo prospettato da Paola Caridi. Un umanesimo da costruire tutti insieme, il più presto possibile. Prima che sia troppo tardi.

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