sabato 2 aprile 2016

Come Israele trae guadagno da Gaza e dalla Valle del Giordano. L'agricoltura negli insediamenti e la condizione dei lavoratori palestinesi




Palestinian workers say they support BDS, even if it costs jobs in the short term.
electronicintifada.net



I palestinesi i cui mezzi di sostentamento sono forzatamente invischiato nel sistema economico di Israele sono spesso usati come scudi umani contro il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).
L'accusa frequente fatta dai critici è   questa:  il boicottaggio di aziende israeliane, in particolare quelle situate nei territori occupati , danneggiano gli stessi palestinesi che gli attivisti BDS dicono di sostenere.
A volte i sostenitori degli insediamenti e anche portavoci palestinesi   affermano di ricevere  salari più alti  in queste aziende .
La relazione di  Corporate Watch  , “Apartheid in the Fields: From Occupied Palestine to UK Supermarkets,” ," si concentra su due dei segmenti più vulnerabili della società palestinese: i residenti della Striscia di Gaza e la Valle del Giordano.

Agricoltura sotto assedio

Chiunque  vuole entrare a Gaza attraverso il checkpoint di Erez  percorre un lungo corridoio recintato che attraversa la cosiddetta "zona cuscinetto" imposta   dai militari israeliani.
Questa zona mal definita va dai 300 ai 500 metri lungo il perimetro interno di Gaza.
Dal 2008, si legge nel rapporto, più di 50 palestinesi sono stati uccisi in questa zona. Quattro civili palestinesi sono stati uccisi e più di 60 feriti  quest'anno.
Secondo il gruppo di monitoraggio delle Nazioni Unite OCHA, questa zona occupa   il 17 per cento della superficie totale di Gaza,. Le aree   dove una volta  si coltivavano ulivi e alberi di agrumi sono state rase al suolo oggi dalle forze israeliane.
Corporate Watch afferma che, anche se i palestinesi  rispettano la distanza stabilita , sono ugualmente colpiti  ad  una distanza superiore ai 300 metri, gli agricoltori i cui terreni si trovano  vicino al confine non hanno altra scelta  : coltivare queste aree nonostante il pericolo.
Oltre alla violenza letale di routine inflitta a Gaza, le autorità israeliane applicano quello che hanno chiamato "guerra economica",ossia  un boicottaggio di fatto  di  quasi tutta l'agricoltura di Gaza.
Praticamente nessun prodotto  dalla zona franca è consentita  ai mercati israeliani o in Cisgiordania, tradizionalmente i  più grandi clienti di Gaza.
Da quando  Israele ha imposto il blocco su Gaza nel 2007 fino al  novembre 2014, una media mensile di 13,5 camion  hanno  lasciato Gaza per esportare  : solo l' uno per cento della media mensile delle merci spedite fuori prima della chiusura.
Al contrario, già quest'anno più di 22.000 camion sono entrati a Gaza, molti portando prodotti israeliani considerati  inadatti  per l'esportazione internazionale,indebolendo ulteriormente gli agricoltori locali.
Le esportazioni che Israele consenta da Gaza, vanno  principalmente ai mercati europei, ma questo è possibile solo attraverso società di esportazione israeliane che  ne traggono profitto   vendendo i  prodotti di Gaza   a prezzi di gran lunga superiore a quelli  che pagano ai produttori.
"Gli israeliani esportano prodotti palestinesi con  l'  'etichetta di Israele," Taghrid Jooma dell'Unione dei comitati delle donne palestinesi ha  riferito a Corporate Watch. "Per esempio, esportano rose da Gaza  vendendole a prezzi molto alti ."
Muhammad Zwaid   dell' unica società di esportazione di Gaza, Palestina colture, ha specificato   che  la Palestina manca di  un proprio codice a barre e quindi qualsiasi prodotto esportato attraverso Israele  ha l'etichetta israeliana .
"Abbiamo i nostri adesivi", ha detto Zwaid ", ma  la [società di esportazione israeliana] Arava ci  ha chiesto  di  utilizzare adesivi  più piccoli e meno spessi .  Le etichette di Arava sono,spesso,   poste in cima alle nostre . La nostra produzione  viene prelevata all'interno di Israele da parte della società israeliana e poi portata in un centro di imballaggio   dove  è riconfezionata. "
Questo presenta un dilemma perché un boicottaggio delle imprese di esportazione israeliane come Arava includerà prodotti palestinesi . I contadini intervistati  hanno mantenuto il loro sostegno per il BDS in quanto è una strategia a lungo termine che supera i limitati benefici  attuali 
"Ciò di cui abbiamo bisogno è   che a gente   stia con noi contro l'occupazione", dice un contadino di al-Zaytoun. "Con il supporto BDS sostenete i contadini, sia direttamente che indirettamente ,e questa è una buona cosa per la gente qui a Gaza."
"Gli agricoltori della  Striscia di Gaza sono particolarmente interessati a ottenere il diritto di etichettare i loro prodotti palestinesi  anche se  li esportano attraverso Israele", afferma il rapporto. "   Etichettare il paese di origine per le merci di Gaza è qualcosa che il movimento di solidarietà potrebbe spingere a fare ."
Mohsen Abu Ramadan,   una non governativa-organizzazioni , ha suggerito a Watch Corporate  che una  strategia potrebbe essere quella di coinvolgere i sindacati agricoli   di tutto il mondo per esortarli a sostenere  il BDS in solidarietà con i contadini palestinesi.

Bulldozer Valle del Giordano

Mentre assedio e mortali attacchi di Israele hanno giustamente focalizzato l'attenzione internazionale su Gaza,  le  azioni israeliane nella Valle del Giordano hanno generato molto meno indignazione. Benjamin Netanyahu si è impegnato a non mollare mai il controllo di questa ricca regione agricola in qualsiasi   negoziato per i due stati.
Le autorità di occupazione rifiutano praticamente tutte le richieste palestinesi di costruire o migliorare le infrastrutture nella regione. I residenti devono affrontare severe restrizioni in materia di accesso all'energia elettrica e all' acqua, nonché  ad altre infrastrutture di base.
Demolizioni di case palestinesi sono aumentate negli ultimi mesi, e nel mese di febbraio, Israele   ha effettuato la più grande   demolizione  in un decennio .Nella Valle del Giordano  il lavoro  agricolo si basa spesso sul lavoro palestinese - compreso il lavoro minorile   per i lavori più più pericolosi  e la manodopera  è sottopagata , circa la metà  rispetto a quanto stabilito per i cittadini israeliani.
I palestinesi Zaid e Rashid   lavorano in un insediamento, sorto  su un terreno sequestrato dai palestinesi. Essi ricevono il  salario di $ 20 al giorno,  un quarto dei quali va per il trasporto quotidiano.
Non hanno ferie pagate, nonostante il fatto che il governo israeliano ricorda che i lavoratori hanno diritto a 14 giorni di vacanza pagata e devono  ricevere un contratto scritto e buste paga dal datore di lavoro.
Anche se sono membri di un sindacato palestinese,  i datori di lavoro degli insediamenti non riconoscono alcun diritto di contrattazione collettiva.
  Inoltre i documenti che  i Palestinesi devono firmare sono spesso scritti in ebraico, lingua che non tutti capiscono. In questi documenti  si specifica che essi vengono trattati a norma di legge. I lavoratori temono di essere licenziati se non firmano.
Mentre i palestinesi che lavorano negli insediamenti sono tenuti ad ottenere i permessi di lavoro da parte delle autorità militari di occupazione, molti degli intervistati  non avevano tali permessi,   da qui il sospetto che i datori di lavoro  tentino di aggirare ulteriormente le leggi sul lavoro utilizzando lavoratori in nero .
Sia Zaid e Rashid detto Corporate Watch   appoggiano la richiesta di boicottaggio delle aziende agricole israeliane.
"Noi sosteniamo il boicottaggio, anche se perdiamo il nostro lavoro", ha detto Zaid. "Potremmo perdere il nostro lavoro, ma noi conquisteremo la  nostra terra. Saremo in grado di lavorare senza essere trattati come schiavi. "
Queste sono le  cinque principali società di esportazione israeliane: Arava, Mehadrin, Hadiklaim, Edom e l'ormai defunta Carmel Agrexco.
Una pratica comune da queste società è definire  le merci come "produzione di Israele" anche quando sono  stati imballati  negli insediamenti in Cisgiordania , illegali secondo il diritto internazionale.
Corporate Watch documenta anche i vari gradi di successo  degli attivisti BDS : 
Dal 2009, in seguito alle pressioni degli attivisti, il Dipartimento del Regno Unito per l'ambiente, ha emesso linee guida affermando che è una "offesa"definire le  merci degli insediamenti  come "prodotti in  Israele."
Linee guida simili  sono state  omologate  dall'Unione Europea 
Nonostante le linee guida, però, negozi del Regno Unito continuano a immagazzinare i prodotti israeliani con etichette fuorvianti.
Tra le catene di supermercati  prese di mira dalle  campagne BDS, una sola, The Co-operative, si è impegnata a "non utilizzare  fornitori di prodotti  proveniente dagli insediamenti israeliani."
Corporate Watch sottolinea che pur non sostenendo direttamente l'economia degli insediamenti , le aziende israeliane  pagano le tasse al governo israeliano che sostiene l'occupazione  e l'oppressione dei palestinesi  per questo appoggia un boicottaggio completo di tutti i prodotti israeliani.


Palestinians whose livelihoods are forcibly enmeshed in Israel’s economic system are often used as human shields against the boycott, divestment and sanctions (BDS) movement.
The frequent accusation made by critics is that boycotts of Israeli businesses, especially settlement businesses, will hurt the very Palestinians that BDS activists say they support.
At times, settlement advocates even deploy Palestinian spokespersons to speak positively about the higher wages they receive working for settlement businesses.
A new report released by UK-based Corporate Watch brings the voices of the Palestinian farmers and agricultural workers to the debate over how the BDS movement can best resist Israeli exploitation of their land and labor.
Corporate Watch’s report, titled, “Apartheid in the Fields: From Occupied Palestine to UK Supermarkets,” focuses on two of the most vulnerable segments of Palestinian society: residents of the Gaza Strip and the occupied West Bank’s Jordan Valley.

Farming under siege

Anyone entering Gaza through the Erez checkpoint on the northern boundary with present-day Israel, traverses a long, fenced corridor running through the so-called “buffer zone” enforced by the Israeli military.
This poorly defined area ranges from 300 to 500 meters along the inside perimeter of Gaza.
Since 2008, the report states, more than 50 Palestinians have been killed in this zone. Four Palestinian civilians have been killed and more than 60 injured so far this year.
According to the UN monitoring group OCHA, this zone also takes up 17 percent of Gaza’s total area, making up to one third of its farmland unsafe for cultivation. Areas that once held olive and citrus trees have now been bulldozed by Israeli forces.
Corporate Watch says that even though Palestinians are routinely shot at from distances greater than 300 meters, farmers whose land lies near the border have no choice but to cultivate these areas despite the danger.

Economic warfare

In addition to the lethal violence routinely inflicted on Gaza, Israeli authorities enforce what they have called “economic warfare” – a de facto boycott of almost all agriculture originating in Gaza.
Virtually no produce from the enclave is allowed into Israeli or West Bank markets, traditionally Gaza’s biggest customers.
From the time Israel imposed its blockade on Gaza in 2007 up until November 2014, a monthly average of 13.5 trucks left Gaza carrying exports – just one percent of the monthly average of goods shipped out just prior to the closure.
By contrast, already this year more than 22,000 trucks have entered Gaza, many carrying Israeli produce considered unsuitable for international export.
Dumping it on the captive market in Gaza further undermines local farmers.
The trickle of exports that Israel permits from Gaza go primarily to European markets, but this is only allowed through Israeli export companies that profit from the situation by taking commissions and selling Gaza products for far higher prices than they pay the producers.
“The Israelis export Palestinian produce and export it with an Israeli label,” Taghrid Jooma of the Union of Palestinian Women’s Committees told Corporate Watch. “For example, they export roses from Gaza for nickels and dimes and sell them for a lot of money.”
Muhammad Zwaid of Gaza’s only export company, Palestine Crops, told Corporate Watch that part of the problem is that Palestine lacks its own bar code and so any produce exported through Israel carries an Israeli one.
“We have our own stickers,” said Zwaid, “but [Israeli export company] Arava has asked for them to be smaller and often Arava stickers are put on top of ours. Our produce is taken inside Israel by the Israeli company and then taken to a packing station where it is repackaged.”

Supporting BDS

Corporate Watch reports that while many of the farmers they interviewed support BDS, they also want the opportunity to export their produce and make a living.
This presents a quandary because a boycott of Israeli export companies like Arava will include Palestinian products as well.
Even so, the farmers interviewed maintained their support for BDS as a long-term strategy that outweighs the limited benefits of current export levels.
“What we need is people to stand with us against the occupation,” said one farmer from al-Zaytoun. “By supporting BDS you support the farmers, both directly and indirectly and this is a good thing for people here in Gaza.”
“Farmers all over the Gaza Strip were particularly keen on getting the right to label their produce as Palestinian, ideally with its own country code, even if they have to export through Israel,” the report states. “Country of origin labels for Gaza goods is something the solidarity movement could lobby for.”
Mohsen Abu Ramadan, from the Palestinian Non-Governmental Organizations Network, suggested to Corporate Watch that one strategy could be to engage farming unions around the world to urge them to endorse BDS in solidarity with Palestinian farmers.

Bulldozing the Jordan Valley

While Israel’s siege and deadly assaults have rightly focused international attention on Gaza, Israel’s actions in the Jordan Valley have generated far less outrage.
Yet well before Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu’s current extreme right-wing government made clear its opposition to a viable Palestinian state, he had pledged to never give up control of this agriculturally rich region under any two-state configuration.
Occupation authorities refuse virtually all Palestinian requests to build or improve infrastructure in the region. Residents face severe restrictions on access to electricity and water as well as other basic infrastructure.
Demolitions of Palestinian homes have increased in recent months, and in February, Israel carried out the largest demolition in a decade.

Routine violations

In the Jordan Valley, settlement agriculture often relies on Palestinian labor – including child labor – to do hazardous jobs for a fraction of what would be paid to Israeli citizens.
Though entitled to the Israeli minimum wage according to a high court ruling, many workers are routinely paid as little as half that.
Palestinians Zaid and Rashid are employed in Beqa’ot, a settlement built on land seized from Palestinians. They receive wages of $20 per day, about a quarter of which goes for daily transport.
They receive no paid holidays despite the fact that the Israeli government advises that workers are entitled to 14 days paid holiday and must receive a written contract and payslips from their employer.
Although they are members of a Palestinian trade union, their settler employers do not recognize any collective bargaining rights.
Workers are moreover frequently pressured into signing documents in Hebrew — which they cannot read — stating that they are being treated according to law. Workers fear being fired if they do not sign.
While Palestinians working in settlements are also required to obtain work permits from the military occupation authorities, several of those interviewed for the report had no such permits, leading to suspicions that employers may be attempting to further circumvent Israeli labor laws by using undocumented workers.
Both Zaid and Rashid told Corporate Watch they back the call for a boycott of Israeli agricultural companies.
“We support the boycott even if we lose our work,” Zaid said. “We might lose our jobs but we will get back our land. We will be able to work without being treated as slaves.”

Label games

Corporate Watch profiles the five main Israeli export companies: Arava, Mehadrin, Hadiklaim, Edom and the now defunct Carmel Agrexco.
A common practice by these companies is mislabeling goods as “Produce of Israel” even when they are grown and packed in West Bank settlements that are illegal under international law.
Corporate Watch also documents the varying degrees of success that BDS activists have had in targeting these companies.
Since 2009, following pressure from activists, the UK’s Department for Environment, Food and Rural Affairs issued guidelines stating it is an “offense” to mislabel settlement goods as “Produce of Israel.”
Similar guidelines approved by the European Union late last year outraged Israeli politicians, despite the fact that the same practice has been United States policy since the mid-1990s.
Despite the guidelines, however, UK stores continue to stock Israeli products with misleading labels.
As recently as 2013, Corporate Watch found labels from the Israeli settlement of Tomer for the Morrisons store brand of Medjoul dates.
In another example, the Aldi chain was caught selling grapefruits from Carmel Agrexco labeled as products of Cyprus.

Beyond settlement boycotts

Of the supermarket chains targeted by BDS campaigns, only one, The Co-operative, has pledged to “no longer engage with any supplier of produce known to be sourcing from the Israeli settlements.”
This means that not only would the Co-op not stock settlement produce, but that it would not buy produce grown in present-day Israel from companies that also have settlement operations.
This made it the first major European chain to take such a step.
Corporate Watch points out that while not directly supporting the settlement economy, those Israeli companies without settlement operations still pay taxes to the Israeli government, which supports its ongoing occupation, colonization and oppression of Palestinians.
It notes that the Co-op took a much stronger stance regarding apartheid-era South Africa, when it boycotted all South African products.
In accordance with the 2005 BDS call from Palestinian civil society, Corporate Watch advocates a full boycott of all Israeli goods.

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