venerdì 25 marzo 2016

Un’Europa non farisaica per l’islam integrato e contro l’islam terrorista


 
 
 
 
 
 
La febbre islamista si diffonde dappertutto, sempre con il carattere salafita. La lotta al terrorismo rischia di essere farisaica, se non condanna i Paesi che…
Di AsiaNews.it





Samir Khalil Samir


La febbre islamista si diffonde dappertutto, sempre con il carattere salafita. La lotta al terrorismo rischia di essere farisaica, se non condanna i Paesi che sostengono e finanziano il wahhabismo, cioè Arabia saudita, Qatar e Turchia. L’integrazione va fatta con regole precise. L’esempio di Austria e Svezia: no a finanziamenti di moschee dall’estero; predicazione solo nella lingua del luogo; diploma di imam attraverso scuola europea. Francia e Belgio, Stati laici, penalizzano i cattolici e favoriscono i musulmani in cambio di voti o di contratti economici.
Roma (AsiaNews) - I tragici attentati di Bruxelles, hanno prodotto in Europa due atteggiamenti: uno guerriero e uno sentimentale.I terroristi che hanno compiuto gli attentati erano conosciutissimi dalla polizia, dai servizi segreti, eppure hanno fatto quello che hanno voluto. La nostra gente allora è diventata “guerriera”: attuare un sistema di sicurezza preciso, controllare i confini, rifiutare tutti i migranti, maledire tutte le proposte di integrazione.
Poi c’è la gente comune, per esempio alcuni giovani che chiedono solo tranquillità e delegano la difesa a uno Stato divenuto ormai così fragile. Ma loro non si sentono responsabilizzati in nulla.
Di fatto vi è la diffusa paura che il terrorismo ci derubi del nostro modo di vivere spensierato e “libero”. Molti giornali poi sottolineano “la guerra” dell’Europa. Ma l’Europa è in guerra da tanto tempo contro il jihadismo.
Certo vi è ormai una escalation. La febbre islamista è ormai dappertutto. Non vi è più solo una zona o un Paese preciso. I jihadisti operano ovunque: per le strade, nei ristoranti, all’aeroporto, in metro. Sembra non ci sia più scampo.
I terroristi approfittano di ogni situazione per far saltare tutto: Pakistan, Bangladesh, Nigeria, Kenya, Libia,… Magari non sono le stesse persone o lo stesso gruppo, ma tutta questa violenza ha lo stesso cespite, che è il salafismo.
C’è una ramificazione del pensiero islamico, che cerca di mondializzare il terrore.
Il prof. Pierre Vermeren su Le Monde di ieri mostra la storia di questi gruppi marocchini, a cui appartengono i terroristi di Parigi e di Bruxelles. Essi o i loro genitori sono arrivati in Europa col boom delle industrie minerarie e dell’acciaio; con la crisi sono divenuti disoccupati; dopo la disoccupazione sono diventati criminali (spacciando hashish). Ma a questo punto, anche per uno strano patto economico con il mondo saudita, sono cominciati ad arrivare decine di predicatori wahhabiti, costruendo moschee su moschee. E questo fondamentalismo li ha presi e resi terroristi.
Un fatto simile è avvenuto anche in Francia. Ma Belgio e Francia, con governi secolari, disinteressati alla religione, non si sono curati di questo aspetto e lo hanno lasciato crescere fino ad oggi. Gli Stati pensavano di poter controllare la situazione in modo politico e sociologico. E invece il fenomeno è loro scoppiato in faccia.
In Belgio ci sono ormai quartieri dove la polizia non entra più. A Molenbeek [il quartiere di Salah Abdeslam, il terrorista arrestato in Belgio, responsabile delle stragi di Parigi – ndr], ma anche in altri quartieri, la polizia arriva, ma uomini barbuti li bloccano dicendo che quella è “casa loro” e le forze dell’ordine non ci devono entrare.
Sono zone non più controllabili. In Francia c’è una situazione simile con quartieri dove la delinquenza giovanile fa il bello e il cattivo tempo. Anche se i loro genitori, più anziani, non sono d’accordo, i giovani si comportano da padroni e sono loro la legge.
D’altra parte i prezzi e gli affitti in centro città sono molto alti e questa gente va a vivere nelle periferie, che diventano delle città a sé stanti.
Il wahhabismo si diffonde dappertutto: coi soldi, con le moschee, con gli imam pagati dall’estero e questo è il risultato.
La malattia islamica
Gli Stati europei ora fanno proclami su un sistema di sicurezza forte, condiviso, ma non confessano la superficialità con cui hanno lasciato ad Arabia saudita, Qatar e altri Paesi finanziare predicatori, imam, moschee, lasciando predicare in arabo, lasciando crescere l’ideologia jihadista.
Pochi Paesi, come l’Austria e la Svezia, hanno dato regole precise: non si accettano progetti di moschee finanziate dall’estero; le prediche nelle moschee devono avvenire nella lingua del Paese ospitante; gli imam devono essere formati nel Paese. In Austria ad esempio, si è cercato di iniziare una scuola teologica islamica locale dentro l’università, con programmi accademici: chi vuole essere imam riconosciuto, deve passare di là.
Occorre mettere un minimo di regole: ad esempio, non si può pregare bloccando le strade. Questo, che è una specie di ricatto, è diventato molto diffuso. Una volta succedeva anche a Milano; a Parigi succede ancora adesso; a Marsiglia vi sono quartieri interi sequestrati per la preghiera!
Gli Stati non capiscono nulla della religione e ancora meno della religione islamica e lasciano fare. Magari ai cattolici metteranno divieti, ma verso i musulmani si mostra accondiscendenza.
La Francia, ad esempio, è spesso anti-cattolica nel suo governo e fa di tutto per frenare i cattolici, ma facilita i musulmani allo scopo di avere voti da loro. Forse lo stesso avviene in Italia.
In Francia l’allora presidente Sarkozy ha messo in atto una legge dell’800, per la quale con il pagamento di un franco all’anno è possibile affittare per “motivi culturali” un terreno per la durata di 99 anni. Egli ha incoraggiato tutti i sindaci a affittare i terreni ai musulmani e non ai cristiani.
E questo solo per motivi politici ed economici, per attirare voti e investimenti da parte di Arabia saudita, Qatar, Emirati.
Qatar e Arabia saudita sono ufficialmente wahhabiti. In Europa nessuno li accusa di terrorismo, ma nella stampa araba tutti lo dicono, perché sono loro che aiutano i jihadisti. Sono loro a finanziare l’Isis; le armi comprate da loro passano attraverso la Turchia e finiscono proprio nelle mani dei jihadisti che poi ci ritroviamo in Europa.
La Turchia fa il doppio gioco: si mostra “europea” e nello stesso tempo lascia passare i foreign fighters fino in Siria. Eppure nessuno critica questi Paesi. Da quasi un anno Riyadh sta bombardando lo Yemen, nelle regioni dove ci sono i sciiti, colpisce ospedali e piazze del mercato con civili, e nessuno protesta.
È ovvio pensare che ci sono accordi economici di alto livello. Lo scorso anno la Francia ha venduto al Qatar 24 aerei da guerra Rafale per 3,5 miliardi di dollari Usa. Così le violenze contro i diritti umani vengono taciute. Riyadh aiuta anche l’Egitto e in cambio il nostro Paese deve lasciare un po’ di spazio ai Fratelli musulmani.
Insomma, nella lotta al terrorismo e nelle denunce che fa l’occidente c’è molto farisaismo.
Anche l’accordo della Ue con la Turchia per il rimpatrio dei rifugiati soffre di molta ambiguità. Sembra fatto in fretta e con superficialità. Come si può pensare di far tornare indietro un profugo che ha pagato 5mila euro per imbarcarsi, ha rischiato la vita per arrivare in Europa, per poi rimandarlo in Turchia, non certo un modello di diritti umani, e in più una base degli scafisti?
C’è una piaga, una malattia islamica dentro l’islam e tutte le lotte sono interne all’islam per definire che cosa sia la vera religione. Una parte di questa lotta è finanziata da questi Paesi che vogliono far vincere l’islam wahhabita.
Ad Al-Azhar, l’università più autorevole  del mondo sunnita, non sono wahhabiti, ma poiché l’Arabia saudita sostiene l’università, essi insegnano questo islam fondamentalista. Loro dicono: No, no, stiamo cambiando, ma non è vero. I libri sono sempre gli stessi: irridono verso le altre religioni, verso i kuffār (i pagani), … Un mese fa alcuni grandi pensatori egiziani accusavano al-Azhar alla televisione: “Non potremo fare nulla – essi dicevano – finche questa università non cambia i suoi programmi di insegnamento”.

L’integrazione con le regole

Per cambiare la situazione abbiamo pochi strumenti in mano. L’unica via d’uscita è che l’Europa sia rigorosissima nelle norme, insegnando a qualunque immigrato, anche ai musulmani, che qui ci sono leggi precise e precise tradizioni culturali che vanno rispettate. Non è ammissibile cedere e lasciare che si preghi per strada bloccando il traffico, aiutando per questo e per quest’altro; non si può accettare che essi rifiutino di andare a scuola e poi pretendano il sussidio di disoccupazione.
Tempo fa seguivo alcuni profughi musulmani nelle periferie di Parigi. E ho osservato che le ragazze studiavano in modo molto proficuo, la sera stavano a casa a studiare le lezioni. I giovani invece la sera se la spassavano, andavano al bar fino a mezzanotte, e così hanno concluso male la scuola. In questo modo trovavano solo lavori precari, temporanei, o andavano a rifugiarsi alla moschea chiedendo un sostegno. Le famiglie non riescono a guidare i loro ragazzi.
Occorre educare al rispetto delle regole della convivenza. In Germania, ad esempio, nella città dove passo alcuni mesi ogni anno, dopo le 10 di sera non si può fare chiasso. Che ci sia festa o no, non si può fare rumore. La polizia arriva e mette in guardia i colpevoli. Dopo due volte porta i trasgressori in prigione per alcuni giorni.
L’integrazione è anche questo. E prima di dare a tutti questi profughi il permesso di soggiorno, occorre un periodo di prova per vedere se loro sono capaci di integrarsi.
In Germania, a 200 metri dalla parrocchia dove vado, c’è un campo profughi a maggioranza musulmana. Provengono da Siria, Libano, Medio oriente, Africa…  e sono felicissimi. Con loro parlo in arabo, o in francese con gli Africani. E tutti loro dicono sempre in coro: Dio benedica la Germania!
Cosa fanno? Li ospitano per esempio in una scuola disaffettata, ogni famiglia in una stanza, molto sobri, e danno loro non soldi, ma buoni per comprare le cose necessarie (cibo, vestiti, ecc.., non tabacchi o alcol). I bambini vengono messi a scuola a imparare la lingua. Per i genitori vi è la scuola per adulti, tenuta da volontari. Dentro queste regole ferree, loro ringraziano il governo tedesco.
In questo modo l’Europa può anche mostrare il suo stile di attento umanesimo. Una famiglia libanese di quel campo profughi, ad esempio, è rimasta colpita che il papà sia stato sostenuto a fare un’operazione molto delicata al cuore e la riabilitazione. Mi dicevano: Al nostro Paese nessuno avrebbe accettato di aiutarlo.
L’integrazione significa anche lavoro. Occorre una formazione introno ai due anni; poi è necessario metterli alla prova; e se dimostrano la loro capacità di integrazione, ricevono il permesso di soggiorno. In seguito, qualcuno di loro può anche chiedere la cittadinanza.
In Germania, usando questo metodo ci sono meno problemi, anche se vi sono diversi milioni di rifugiati.
Occorre che i nostri politici, insieme coi musulmani che capiscono i problemi dell’occidente, trovino una strada per educare all’integrazione. In Italia, invece, ho trovato problemi. Ad esempio ho incontrato due egiziani i quali rifiutano di lavorare, rifiutano di integrarsi e vivono alla giornata. L’unica cosa a cui aspirano è di trovare qualche donna italiana da sposare per mettersi a posto con il visto e restare in Italia.
Purtroppo le donne si sono lasciate conquistare, ma ora si lamentano perché nel periodo di corteggiamento i due erano gentili, corretti, disponibili. Dopo, quando si sono sposati, hanno cominciato a comandare le loro donne come se fossero in Medio oriente: non andare di là, dove ci sono troppi uomini; stai dietro al tuo uomo e mai al suo fianco, ecc…
Integrazione significa far comprendere che qui in Italia l’uomo e la donna hanno gli stessi diritti e doveri, sono perfettamente alla pari. Anzi, se c’è da privilegiare qualcuno, questa è la donna. E questo è proprio il contrario della cultura medio-orientale.

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