martedì 8 marzo 2016

Shlomi Eldar : Espellere le famiglie degli aggressori palestinesi a Gaza fermerà il terrorismo?

Sintesi personale

 


A proposal to expel the families of Palestinians who attack Israelis to Gaza could motivate relatives remaining in the West Bank to commit revenge attacks.
al-monitor.com

Espellere a Gaza le famiglie di palestinesi che attaccano gli israeliani.,  è l'ultima proposta del primo ministro Benjamin Netanyahu per combattere la terza intifada e dissuadere eventuali aggressori . Il 2 marzo l'Ufficio del Primo Ministro ha chiesto al procuratore generale Avichai Mandelblit di esaminare la legittimità di tali espulsioni.Nella lettera, che l'Ufficio del Primo Ministro ha rilasciato ai media, Netanyahu ha spiegato, "Credo che l'utilizzo di questo strumento comporterebbe una significativa riduzione del numero di attacchi terroristici contro lo Stato di Israele, i suoi cittadini, i  suoi abitanti." La  richiesta al procuratore generale non è chiara .Il  Primo Ministro sta cercando di mettere sotto pressione il procuratore generale che sembra opporsi a qualsiasi punizione collettiva? Potrebbe essere  che Netanyahu stia cercando, ancora una volta, di mostrare al pubblico israeliano  che ha metodi più efficaci per fermare l'ondata di terrorismo, ma è ostacolato dal sistema giuridico?
Comunque sia la  proposta di espellere le famiglie  è stata considerata come una forma di punizione collettiva  dalle forze di sicurezza già nel novembre 2015, in risposta all'attacco a Etzion dove  Hadar Buchris  fu ucciso. Secondo fonti della sicurezza l'indagine dell'incidente ha rivelato che la madre del aggressore sapeva che stava progettando di lanciare l'attacco, ma non è riuscito a evitarlo  o a  denunciarlo, da qui la  proposta di punire le famiglie dei terroristi.
Nel mese di ottobre, quando è iniziata l'intifada corrente, l'establishment della difesa aveva fatto varie proposte su come combattere l'ondata di terrorismo. A quel tempo le caratteristiche specifiche della intifada erano poco chiare e la preoccupazione principale era che i vari gruppi armati palestinesi, come Hamas, Jihad Islamica e braccio armato di Fatah, Tanzim, potessero  farne parte.
A quel tempo nessuno  stava parlando di una intifada  visto che le azioni   erano portate avanti da giovani , singoli palestinesi spinti dalla  disperazione e che non ubbidivano sia all'Autorità palestinese  sia ai leader dei vari gruppi nei territori.
Oggi sembra che nè le forze di sicurezza e la classe politica abbiano  chiaro il quadro della situazione e  nessuno ha qualche idea su come fermare l'ondata di terrorismo e frenare i giovani palestinesi. Quello che le forze di sicurezza dovrebbero fare  e non lasciare che le tensioni in Cisgiordania degenerino  e non dovrebbero aggiungere benzina al fuoco.
La politica delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) è ispirata dal suo capo di stato maggiore, tenente generale Gadi Eizenkot. Eizenkot ha recentemente affermato che lui non vuole vedere un soldato svuotare il caricatore su una ragazza di 13 anni, armata di un coltello. Così è  l'IDF a riempire il vuoto lasciato dalla leadership politica: Come riportato in Al-Monitor a fine febbraio, l'IDF ha proposto di migliorare l'economia palestinese  aumentando il numero di permessi di lavoro in Israele. Inoltre si è opposta a  operazioni grandiose nei territori e ha chiesto che i corpi degli aggressori palestinesi siano  restituiti alle loro famiglie per la sepoltura. Risulta quindi   difficile credere che l'IDF  stia sostenendo l'espulsione delle famiglie a Gaza.
L ' "arma" di espulsione era stato precedentemente utilizzata per la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit nel 2011  Israele  aveva rifiutato  ai detenuti palestinesi liberati nello scambio di tornare in Cisgiordania. Questi sono stati espulsi in Turchia e in altri paesi disposti a prenderli. Alcuni sono stati inviati a Gaza. Come ho scritto in Al-Monitor proprio l' essere a Gaza ha spinto questi prigionieri a pianificare più attacchi e atti di vendetta. 
Allo stesso modo la demolizione delle case dei terroristi è controversa . Funzionari della difesa avevano concluso durante la seconda intifada (2000-2005) che i danni causati da questa politica aveva superato la sua utilità. Oggi, con autori di attacchi non affiliati con gruppi particolari, il dibattito sulla efficacia di distruggere le loro case è diventato molto più intensa. Non è certo che la demolizione sia davvero un mezzo efficace per dissuadere gli aspiranti terroristi , anzi  potrebbe incoraggiare gli altri membri della famiglia a decidere di lanciare attacchi per vendicarsi .
 Netanyahu ora cerca di ampliare il cerchio della punizione espellendo le famiglie degli aggressori a Gaza dopo che le loro case sono state distrutte. Se la proposta di Netanyahu riceve il sigillo di approvazione delle corti, la reputazione di Israele potrebbe subire un danno irrevocabile  . Immaginate le foto di donne, bambini e anziani, le  cui case sono state distrutte , caricate sui camion dell'esercito  Il filmato sarebbe trasmesso in tutto il mondo, le proteste senza precedenti  Questo tipo di ampia copertura mediatica darebbe fuoco a un barile di benzina   già fuori controllo.
  Si andrebbe anche contro le indicazioni dell'IDF di  ridurre le motivazioni per il terrorismo,
L'espulsione delle famiglie a Gaza potrebbe anche causare seri problemi per il Ministero degli Esteri diretto da Netanyahu.Gli ambasciatori non avranno alcuna scusa plausibile per giustificare ciò che sta accadendo.


Will expelling families of Palestinian attackers to Gaza stop terror?

Expel to Gaza the families of Palestinians who attack Israelis. That is Prime Minister Benjamin Netanyahu’s latest proposal to combat the third intifada and dissuade possible future assailants. On March 2, the Prime Minister's Office asked Attorney General Avichai Mandelblit to examine the legality of such expulsions, or perhaps more properly, to “whitewash” them.
SummaryPrint A proposal to expel the families of Palestinians who attack Israelis to Gaza could motivate relatives remaining in the West Bank to commit revenge attacks.
Author Shlomi Eldar Posted March 7, 2016
TranslatorDanny Wool
In the letter, which the Prime Minister’s Office released to the media, Netanyahu explained, “I believe that using this tool would result in a significant reduction in the number of terrorist attacks against the State of Israel, its citizens, and its residents.” Why was the request to the attorney general provided to the media? It is not clear. Was the Prime Minister’s Office trying to put pressure on the attorney general, who seems to oppose any collective punishment that might not pass muster with the Supreme Court? Might Netanyahu be trying, yet again, to show the Israeli public that he has more effective methods to stop the wave of terrorism but is being hindered by the legal system?
Regardless, the proposal to expel the families of attackers as a form of collective punishment had been raised by the security forces as early as November 2015, in response to the stabbing attack in the Etzion settlement bloc in which Hadar Buchris was killed. According to security sources, the investigation of the incident revealed that the assailant’s mother knew that he was planning to launch the attack but failed to prevent it or report him. This became the basis of the proposal to include the families of terrorists in the circle of punishment and deterrence.
In October, when the current intifada began, the defense establishment had offered several proposals on how to combat the wave of terrorism. At the time, the specific characteristics of the intifada were unclear, and the main concern was that various armed Palestinian groups, such as Hamas, Islamic Jihad and Fatah’s armed wing, the Tanzim, might join it.
At the time, no one was talking about an intifada driven by young, individual Palestinians acting out of sheer desperation and going over the heads of the Palestinian leadership to launch attacks against Israelis. No one expected these young people to ignore the established Palestinian leadership, be it the Palestinian Authority or the leaders of various groups and movements in the territories.
Today, after half a year of this intifada, it seems as if the security forces and the political class alike have a relatively clear picture of the situation. What stymies everyone is the simple fact that no one has any idea about how to stop the wave of terrorism and rein in disaffected young Palestinians. What the security forces do know, however, is what they should not do: They should not let tensions in the West Bank escalate, and they should not be adding fuel to the fire.
The policy of the Israel Defense Forces (IDF) is inspired by its chief of staff, Lt. Gen. Gadi Eizenkot. Eizenkot recently said that he doesn’t want to have a soldier empty his clip at a 13-year-old girl armed with a knife. Thus, the IDF has been filling the vacuum left by the political leadership: As reported in Al-Monitor in late February, the IDF proposed improving the Palestinian economy by increasing the number of work permits in Israel. In addition, it opposed grandiose operations in the territories and called for the bodies of Palestinian attackers to be returned to their families for burial. Given this record, it is hard to believe that the IDF and the rest of the security establishment are advocating the expulsion of attackers’ families to Gaza.
The “weapon” of expulsion had previously been tried as part of the prisoner exchange for the release of IDF soldier Gilad Shalit in 2011 to deal with freed Palestinians whom Israel refused to allow into the West Bank. Instead, these former prisoners were expelled to Turkey and other countries willing to take them. Some were sent to Gaza. As I wrote in Al-Monitor last July, just being in Gaza pushed these prisoners to plan more attacks and acts of revenge. What happened, in effect, was that they commanded terrorist networks in the West Bank from Gaza.
Similarly, the demolition of attackers’ homes is a controversial policy within the defense establishment. Defense officials had concluded during the second intifada (2000-2005) that the damage caused by this policy outweighed its usefulness. Today, with perpetrators of attacks unaffiliated with any particular group, the debate over the efficacy of destroying their homes has become much more intense. It is doubtful whether demolition really is an efficient means of preventing would-be terrorists from launching attacks in Israel. It could, in fact, encourage other family members or people in the families’ immediate circle to decide to launch their own revenge attacks.
The demolition of attackers' homes continues, with the political establishment having quelled the military establishment’s opposition. Netanyahu now seeks to expand the circle of punishment by expelling the families of the attackers to Gaza after their homes have been destroyed. If Netanyahu’s proposal is sanctioned and receives the courts’ seal of approval, Israel’s reputation could suffer irrevocably. Imagine the photos of women, children and the elderly whose homes were just destroyed being loaded onto army trucks under heavy military guard. The footage would be broadcast around the world, drawing unprecedented fire and claims of basic human rights violations. This kind of extensive media coverage would be like adding a barrel of gasoline to a fire already burning out of control.
Often, some family members of Palestinian attackers from the West Bank have a history of security violations. They would certainly have a motive for revenge. Concentrating them in Gaza stands in direct contrast to the predominant approach in the IDF focusing on the importance of reducing the motivations for terrorism, instead of increasing them. It could be a fatal mistake. Who is to say, for instance, that expelling the immediate family would not increase the motivation of extended family members remaining in the West Bank to take revenge by launching an attack?
The expulsion of families to Gaza could also cause serious problems for the Foreign Ministry, which, by chance, is also headed by Netanyahu. Ambassadors and their staff will have to contend with a world flooded with images of these families being torn from their homes. Worst of all, it is hard to imagine that Israel’s diplomatic representatives will have any plausible excuse to justify what is happening.





Shlomi Eldar is a columnist for Al-Monitor’s Israel Pulse. For the past two decades, he has covered the Palestinian Authority and especially the Gaza Strip for Israel’s Channels 1 and 10, reporting on the emergence of Hamas. In 2007, he was awarded the Sokolov Prize, Israel’s most important media award, for this work. On Twitter: @shlomieldar




Dal 1948 ad oggi le autorità israeliane usano l’arma della deportazione come deterrente a resistenza e attacchi. Aperta violazione del diritto internazionale, la storia ne ha ampiamente dimostrato l’inefficacia

di Giorgia Grifoni
Roma, 12 marzo 2016, Nena News – Se l’espulsione dei palestinesi dal paese è un sogno coltivato dal 48 per cento degli ebrei israeliani – come è emerso da un recente sondaggio – la deportazione di una parte di loro verso Gaza è una realtà sempre più concreta. È un sostegno che coinvolge gran parte dello spettro politico israeliano, quello al disegno di legge che, se approvato, vedrà il trasferimento forzato delle famiglie dei palestinesi responsabili di attacchi da Cisgiordania e Gerusalemme Est verso la Striscia di Gaza.
Un’idea del ministro israeliano dei Trasporti e dell’Intelligence Israel Katz, suggerita dal premier Benjamin Netanyahu dieci giorni fa in una riunione ministeriale, la bozza è stata sottoscritta dai deputati di tutti i partiti di maggioranza e anche da qualcuno dell’opposizione. Ora si tratta solo di convincere il nuovo Procuratore Generale Avichai Mandelblit, una delle poche voci contrarie a questo “atto di deterrenza di prima qualità” che ha tutta l’aria di una nuova – e vecchia – misura punitiva.
Secondo Mandelblit, infatti, la proposta viola sia la legge israeliana che quella internazionale, e potrebbe essere usata per trascinare Israele davanti alla Corte Penale Internazionale. Osservazioni totalmente ignorate dai suoi promotori, secondo i quali “tutti devono capire che siamo al culmine di una guerra condotta con attacchi terroristici stile Isis da parte dell’Islam radicale”.
Il Jerusalem Post riporta l’invito di Katz al procuratore generale di ripensarci e di cooperare perché la legge passi subito: “Questo è terrorismo da parte di individui – ha dichiarato – contro il quale non abbiamo intelligence supplementare: abbiamo bisogno di adottare misure deterrenti aggiuntive e preventive”.
Difficile schiacciare una rivolta che non ha un leader né una strategia precisa; impossibile controllarne i movimenti. Per questo, Tel Aviv ha messo in atto una serie azioni volte a punire i palestinesi per scoraggiarli a compiere nuovi attacchi: raid, demolizioni delle case dei “terroristi”, trattenimento delle salme, incarcerazioni preventive, chiusura delle strade e degli insediamenti colonici dove la manodopera è in gran parte palestinese.
Finora, le misure deterrenti adottate per combattere l’Intifada di Gerusalemme non si sono rivelate molto efficaci. A sei mesi dallo scoppio dei disordini, infatti, la conta dei morti ha superato i 180 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano perché assalitori – veri o presunti – e i 24 israeliani accoltellati a morte.
Le autorità di Tel Aviv mostrano una totale estraneità alle vere cause della violenza – occupazione e disperazione – e adottano la tattica del “pugno di ferro” come strategia vincente. Eppure, questa tattica è stata recentemente messa in discussione persino dall’esercito israeliano: il suo nuovo capo di stato maggiore, Gadi Eizenkot, ha lasciato tutti a bocca aperta quando ha affermato di non volere che un suo soldato svuoti il caricatore su un ragazzino di 13 anni armato di coltello.
Il portale al-Monitor riporta inoltre i tentativi dell’Esercito di dare soluzioni alternative alle punizioni pensate dalla Knesset per fermare l’Intifada: aumento del numero di permessi di lavoro in Israele per migliorare l’economia palestinese; opposizione alle operazioni su vasta scala nei Territori; restituzione dei corpi degli aggressori palestinesi alle loro famiglie per la sepoltura. Difficile quindi credere, secondo Shlomi Eldar su al-Monitor, che l’Esercito e il resto dell’establishment di sicurezza stiano sostenendo l’espulsione delle famiglie degli assalitori verso Gaza. E la storia, a quanto pare, da’ loro ragione.
Netanyahu infatti non sarebbe il primo a proporre e implementare la deportazione di gruppi di palestinesi verso la Striscia. Lasciando da parte la Nakba e partendo dalla guerra dei Sei Giorni, quando Israele occupò tutti i territori palestinesi, restano registrate le deportazioni di migliaia di abitanti di Gaza verso l’Egitto almeno fino al 1978. Forse qualcuno ricorderà che nel 1987, pochi mesi prima dello scoppio della prima Intifada, la situazione era simile a quella attuale: il centro della protesta palestinese contro le pratiche dell’occupazione era proprio la Striscia di Gaza, allora piena zeppa di colonie e sotto totale controllo israeliano.
Gli “incidenti” – palestinesi uccisi dall’esercito e dai coloni, raid nei campi profughi, risposta palestinese – andavano avanti da qualche anno. Tra le misure “deterrenti” intraprese dal governo israeliano in quel periodo, va ricordato il trasferimento forzato di almeno 50  gazawi in quattro anni, richiesto e concesso nel 1985 all’allora ministro della Difesa Yitzhak Rabin. I disordini continuarono fino a sfociare in rivolta aperta nel dicembre del 1987, e non è un caso che tra le risoluzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu tra il 1988 e il 1989, quattro invitassero Israele a “desistere dal deportare civili palestinesi e garantire il sicuro e immediato ritorno nei Territori palestinesi occupati di quelli già deportati”.
Gideon Levy, dalle colonne del portale Middle East Eye, ricorda inoltre che nel 1992, dopo il rapimento e l’omicidio di un poliziotto di frontiera israeliana, Rabin ordinò l’espulsione di non meno di 415 attivisti di Hamas e della Jihad islamica in Libano. “Il sistema giudiziario israeliano non è stato unanime a sostegno di questo passo estremo – scrive Levy – e ha stabilito che era illegale, ma dopo un ricorso da parte dei deportati all’Alta Corte di Giustizia, l’espulsione dei 415 attivisti è stata autorizzata. Lì, a Marj al-Zuhur, su una montagna libanese ghiacciata a temperature inferiori allo zero, si è evoluta la leadership di Hamas che gestisce l’organizzazione oggi. Problematica non solo dal punto di vista giuridico, quindi, l’espulsione si è anche dimostrata inefficace dal punto di vista di Israele. E che abbia indebolito il terrorismo, è assai dubbio”.
La politica delle deportazioni e delle demolizioni di case è stata implementata anche durante la Seconda Intifada (2000-2005): sebbene alcuni studi, come quello dal titolo “Contro-terrorismo suicida: prove dalle demolizioni di case” pubblicato sul Journal of Policy nel 2014, mostrino che nei primi mesi dalle deportazioni e dalle demolizioni si siano registrati meno attacchi da parte di palestinesi, la conclusione è che a lungo andare queste pratiche si siano mostrate inefficaci. E la situazione attuale lo dimostra a pieno.
Shlomi Eldar sul portale al-Monitor nota anche come la deportazione sia stata usata dal governo israeliano come “arma” in momenti diversi dalle sollevazioni palestinesi: come nel 2011, durante lo scambio di prigionieri per la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, quando ai detenuti palestinesi rilasciati fu vietato di rientrare in Cisgiordania. Espulsi in Turchia e in altri paesi disposti a prenderli, alcuni furono inviati a Gaza. Eldar nota inoltre come questi ultimi siano stati poi riconosciuti come gli autori di alcuni attacchi sia dalla Striscia che da gruppi controllati in Cisgiordania.
Se le deportazioni sono quindi illegali secondo il diritto internazionale (IV Convenzione di Ginevra), la storia dei Territori occupati palestinesi degli ultimi 30 anni dimostra anche la loro effettiva inutilità, se non il loro contributo al alimentare la rabbia e la frustrazione palestinesi. Gideon Levy fa notare inoltre come Gaza, una prigione a cielo aperto da quasi 10 anni, sia assolutamente inadatta ad accogliere altri palestinesi. Gli ultimi dati provenienti dalla Ong israeliana Gisha per la libertà di circolazione parlano da soli: la disoccupazione è al 43 per cento; il 70 per cento degli abitanti di Gaza ha bisogno di assistenza umanitaria; il 57 per cento vive all’ombra dell’insicurezza alimentare.
Aggiungere altra povertà e frustrazione potrebbe alimentare una bomba a orologeria e Netanyahu non può non saperlo. La stampa israeliana si interroga sul reale fine dell’annuncio-choc del premier, avanzando ipotesi circa la sua mera valenza populistica: la bozza di legge non verrà mai approvata dal Procuratore Generale, ma Netanyahu si mostrerà ancora una volta come colui che vuole agire per fermare gli attacchi e proteggere lo stato di Israele dal “terrorismo”. Ma se così non fosse? Nena News
Giorgia Grifoni è su Twitter: @gitabb

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