mercoledì 23 marzo 2016

Robert Fisk :«In Medio Oriente serve una strategia, non bombardare e vendere armi a quei fanatici»


 
 
 
 
 
 
 
Intervista a Robert Fisk, corrispondente per l'Independent da Beirut da oltre 30 anni, uno dei più grandi esperti occidentali di Medio Oriente che non ha dubbi: finché i…
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«Look... There are no solutions in the middle east». La voce è quella di Robert Fisk, uno dei giornalisti occidentali più esperti di Medio Oriente, dopo più di 30 anni di vita e lavoro passati a Beirut come corrispondente. Autore di pezzi miliari della storia del giornalismo di guerra come Cronache mediorientali e Il martirio di una nazione, due ponderosi e ricchissimi volumi editi in Italia dal Saggiatore, Robert Fisk ha vissuto in prima linea tutte le tappe dell'involuzione della politica mediorientale degli ultimi 30 anni, è stato il primo giornalista a vedere con i propri occhi il massacro di Sabra e Chatila, a Beirut nel 1982, ma anche uno dei pochi ad aver raccontato la guerra in Siria dal campo.
«Non possiamo fare i conti con il Medio Oriente se non riusciamo a capire cosa sta succedendo laggiù», continua, rallentando leggermente il suo inglese veloce e frizzante, quello a cui ha abituato i lettori dei suoi libri e dei suoi articoli sul quotidiano inglese The Independent. Rallenta e scandisce bene le parole, come tutte le volte che affronta un concetto chiave del suo discorso, qualcosa che non dobbiamo perderci: «e non possiamo capirlo se non sappiamo da dove viene».
Sykes Picot 1916
Cominciamo da qui allora, da dove viene l'Isis?
L'Isis non è certamente venuto fuori dal nulla, come una sorta di mostro di qualche libro dell'orrore, e nemmeno Al Qaeda. E nemmeno i gruppi armati che operano in Iraq, né i Taliban, né Hezbollah, né qualsiasi altro gruppo armato, vengono fuori da un medioevale e primordiale nulla. La loro origine è la storia del Novecento, in particolare, dagli accordi di Skyes-Picot, firmati in segreto durante la prima guerra mondiale tra Gran Bretagna e Francia.
Come ha influito un accordo di un secolo fa sulla realtà di oggi?
Ci siamo spartiti il Medio Oriente rubandolo all'Impero Ottomano. Con quegli accordi abbiamo creato degli stati che non esistevano, li abbiamo divisi in “mandati” che abbiamo dato in mano a qualche monarca o generale che, con le nostre armi e i nostri soldi, hanno oppresso i propri cittadini. Per decenni e decenni, nell'ultimo secolo, gli arabi sono stati una popolazione oppressa e noi siamo stati quelli che li hanno oppressi. All'inizio lo abbiamo fatto con i nostri soldati, poi con dei dittatori. Saddam era uno dei nostri, ma anche Nasser, Gheddafi, che all'inizio era un amico, poi è diventato un nemico, poi di nuovo un amico e alla fine ancora una volta un nemico. Ma abbiamo sostenuto anche Mubarak, Ben Ali e tutti gli altri.
Quando le cose sono cambiate?
Nel 2011, quando sono accadute quelle che abbiamo chiamato le Rivoluzioni Arabe e gli arabi hanno deciso che le istituzioni che noi occidentali avevamo imposto loro non andavano più bene. Io credo che l'Isis, che è nato in conseguenza delle guerre in Iraq, abbia in qualche modo realizzato quel processo.
«Nel 2011, nelle strade del Cairo, nessuno sfilava con cartelli che chiedevano democrazia. E il motivo è molto semplice: la parola “democrazia” loro la associano al potere di chi per decenni ha pagato e sostenuto i dittatori che li hanno oppressi»
Robert Fisk
Cosa lega la violenza dell'Isis ai nostri errori di un secolo fa?
Non ce ne siamo quasi accorti, ma il primo video che ha pubblicato il cosiddetto Isis, molto prima dei sofisticatissimi video cruenti delle decapitazioni e degli ammazzamenti, era un video molto “pulito”. Era girato con una camera a mano e mostrava un bulldozer che abbatteva un muro di sabbia che era servito a marcare il confine tra Siria e Iraq. Subito dopo la camera inquadrava un cartello, sul quale c'era una scritta “End of Sykes-Picot”.
Cosa significa quel messaggio?
La fine del nostro potere sul Medio Oriente e la fine dell'obbedienza di quelle popolazione alle nostre regole. Fino a che non capiremo questo, non capiremo fino in fondo l'Isis. Nel 2011, nelle strade del Cairo, nessuno sfilava con cartelli che chiedevano democrazia. E il motivo è molto semplice: la parola “democrazia” loro la associano al potere di chi per decenni ha pagato e sostenuto i dittatori che li hanno oppressi. Quello che chiedono è solo giustizia e dignità. Non vogliono le nostre bombe né la nostra democrazia. Vogliono giustizia e dignità. E a noi non è mai importato.
Cosa possiamo fare adesso?
Certo, in queste condizioni l'Isis può crescere facilmente, gli abbiamo srotolato davanti un tappeto rosso. È un'organizzazione che si basa su una ideologia wahabita-sunnita che viene dall'Arabia Saudita. Se Cameron vuole combattere l'Isis è l'Arabia Saudita il primo posto dove deve andare, non in Siria. Ma non lo sta facendo. Al contrario, Cameron ha fatto abbassare a mezz'asta la bandiera del Regno Unito per piangere la morte del Re saudita, il paese la cui ideologia è la fonte di ispirazione per i nemici del Regno Unito, ovvero dell'Isis. Questo è quello che sta succedendo ora.
«Basta dittatori, basta armi da guerra vendute ai paesi del Golfo, basta lisciare il pelo ai nostri alleati sauditi mentre iniettano veleno religioso nutrendo l'Isis»
Qual è la strategia di lungo periodo del governo britannico?
Nessuna, non ha idea neanche della realtà sul terreno. Cameron ha dichiarato in parlamento che, secondo le sue fonti, «there are around 70,000 Syrian opposition fighters, principally of the Free Syrian Army, who do not belong to extremist groups, and with whom we can co-ordinate attacks on ISIL». Ora, già pensare a dei moderati con dei fucili non ha senso, perché si suppone che se fossero moderati non sarebbero combattenti. Comunque, se avesse detto 70 forse ci avrei anche potuto credere, ma ha detto 70.000! Questa non è una bugia come quelle che ci ha detto Tony Blair. Quando Cameron dice che ci sono 70mila combattenti “moderati” sta facendo del burlesco, del grottesco, è ridicolo, comico, risibile, non ha assolutamente alcuna attinenza con la realtà.
Indicare una soluzione è impossibile, ma qual è la direzione per cercare di fare qualcosa?
Basta dittatori, basta armi da guerra vendute ai paesi del Golfo, basta lisciare il pelo ai nostri alleati sauditi mentre iniettano veleno religioso nutrendo l'Isis. Ma sappiamo tutti e due che non succederà.
Perché non possiamo fare queste cose e cambiare direzione?
Perché serve un piano. E noi non siamo nemmeno in grado di pianificare dopo domani, figuriamoci il futuro prossimo. Durante la seconda guerra mondiale, nel 1941, prima ancora che l'Asse invadesse l'Unione Sovietica. Churchill aveva già iniziato a organizzare un gabinetto di sicurezza per organizzare la spartizione della Germania nazista una volta finita la guerra. Quattro anni prima che l'esercito nazista fosse sconfitto. 4 anni. E Churchill stava già organizzando cosa fare della Germania. L'anno dopo, nel 1942, l'Università di Cambridge organizzò dei corsi post laurea per formare dirigenti civili per governare la Germania una volta finita la guerra. Nel 1942. Prima della battaglia di Al Alamein. E quando nel 1944 i soldati inglesi prendevano le prime città della Germania, il primo soldato che entrava nel municipio della città sapeva già come l'avrebbero gestita.
«Non facciamo pianificazioni a lungo termine. Tutto quello che sappiamo fare è una reazione d'istinto per affermare di avere ancora una parvenza di supremazia: bombardiamo»
E ora?
Il primo soldato americano che ha oltrepassato il Tigri, nel 2003, probabilmente non sapeva nemmeno cosa avrebbe dovuto fare il giorno dopo. Non facciamo pianificazioni a lungo termine. Tutto quello che sappiamo fare è una reazione d'istinto per affermare di avere ancora una parvenza di supremazia: bombardiamo. L'unica pianificazione che i nostri politici sono in grado di fare è quella per la prossima conferenza stampa, bene che ci vada per la prossima elezione.
Anche la tragedia dei rifugiati è un problema di pianificazione?
Certo, il problema dei rifugiati oggi è uno dei più grandi problemi del Medio Oriente. Lo sapevamo già da tempo che sarebbero arrivati, ma non abbiamo fatto niente per affrontare la cosa, anzi. Ancora una volta, guardiamoci indietro, a hanno gestito il problema il secolo scorso, quando, anche in quel frangente, c'erano milioni di rifugiati che scappavano dal Medio Oriente, soprattutto armeni.
Come l'hanno gestita?
​Hanno istituito un passaporto speciale per i rifugiati, accettato da quasi 60 paesi. Se eri un cittadino di Aleppo, o un armeno dell'Anatolia, ti veniva dato questo passaporto gratuito e se lo presentavi alla frontiera nei paesi che lo avevano accettato era valido come carta d'identità. Ora invece lasciamo che questa gente si schianti contro le frontiere, che muoia in mare. Non abbiamo la minima intenzione di occuparci di loro.
«Per riportare dignità e giustizia nel Medio Oriente è essenziale pensare sul lungo termine, accogliere chi fugge dalla violenza con una strategia di lungo periodo, e invece no, sappiamo solo bombardare e continuare a vendere armi a quei fanatici»
Perché?
Anche qui, perché questo prevede pianificazione, tempi lunghi, strategia. Per riportare dignità e giustizia nel Medio Oriente è essenziale pensare sul lungo termine, accogliere chi fugge dalla violenza con una strategia di lungo periodo, e invece no, sappiamo solo bombardare e continuare a vendere armi a quei fanatici. Questo è quello che facciamo.
A chi vendiamo le armi?
I francesi e gli americani continuano a vendere armi all'Arabia Saudita anche se sanno benissimo che questa fornisce la base ideologica a questi fanatici sunniti che poi organizzano carneficine di uomini e donne francesi e non solo per le strade di Parigi. Come possiamo continuare ad accettarlo? Come possiamo parlare di soluzioni quando tutto questo continua ad accadere? Noi non solo non abbiamo una soluzione a portata di mano, ma non la stiamo neanche cercando. Sembra una dannata commedia nera, se non fosse una tragedia con migliaia e migliaia di morti.
Che cosa vuole l'Isis?
​Vogliono proprio che abbiamo paura e che bombardiamo. Vogliono che non ci fidiamo più dei musulmani. Vogliono che accettiamo l'introduzione di leggi speciali e lo stato di emergenza. Nei prossimi giorni devo andare in Belgio a tenere una conferenza e ieri ho parlato con gli organizzatori per sapere come avrebbero organizzato la cosa. Loro mi hanno detto che speravano si potesse fare lo stesso la mia conferenza, ma che prima dovevano consultarsi con la polizia. Cosa? Gli ho risposto io. State chiedendo l'autorizzazione alla polizia perché io possa parlare ad Antwerp? Che diavolo è questa pagliacciata?
«L'Isis non attacca una nazione in quanto tale, quello che l'Isis sta cercando di fare è scatenare gli stati Europei contro le minoranze islamiche che vivono in Europa»
Perché l'Isis colpisce in Europa, qual è l'obiettivo dei terroristi?
C'è una cosa da tenere a mente: l'Isis non attacca una nazione in quanto tale, quello che l'Isis sta cercando di fare è scatenare gli stati Europei contro le minoranze islamiche che vivono in Europa. Cercano di scatenare una guerra civile in Francia tra la gigantesca comunità musulmana di origine algerina e i francesi. Lo sta cercando di fare anche in Belgio. Stanno cercando di scatenare la stessa cosa in Germania nei confronti dei rifugiati.
È una guerra contro i nostro valori?
No, non è una guerra contro i nostri valori. Non gliene frega niente di distruggere i nostri valori. Vogliono piuttosto provocarne l'autodistruzione, vogliono farci vedere che sono falsi portandoci a odiarci tra noi. Questo è quello che stiamo vivendo. E non gliene frega niente se siamo cattolici, ortodossi, ebrei o atei, vogliono scatenare una guerra civile tra le minoranze che vivono in Europa. È quello che vogliono i sauditi. Mi spiace, ma questa è la realtà.
Qualcuno ha parlato di terza guerra mondiale, è esagerato?
​È ridicolo, ma certo che non è la terza guerra mondiale! Tu sei italiano e sono sicuro che non ti devo spiegare io che cosa ha significato per l'Italia essere invasa da austriaci e tedeschi durante la prima guerra mondiale, al costo di centinaia di migliaia di morti. Per non parlare della seconda guerra mondiale. Quelle sono state tragedie di dimensioni catastrofiche, e infatti le abbiamo chiamate guerre mondiali. Ma anche lasciando stare paragoni improponibili come le due vere guerre mondiali. A Parigi sono morte circa 130 persone, è stata un'atrocità, ma non è stata, come invece hanno detto tutti i media, “la più grave atrocità del dopo guerra”. Be', non è vero. Il 17 ottobre del 1961, a Parigi, la polizia francese attaccò una manifestazione pacifica del Fronte di liberazione dell'Algeria causando probabilmente centinaia di morti. All'epoca la polizia era comandata da Maurice Papon, uno che nel 1998 fu condannato per crimini contro l'umanità per aver mandato a gasare migliaia di ebrei durante la guerra quando era a capo della polizia di Bordeaux. Quel giorno di ottobre del 61 decine, se non centinaia di musulmani pacifici furono picchiati, soffocati e buttati nella Senna. Per le autorità francesi, che solo recentemente hanno ammesso il massacro, ci furono 40 morti, ma gli storici parlano di numeri tra i 400 e i 600. Insomma, certamente di più di 130 persone. Quel pezzo di storia è stato cancellato completamente dalla stampa e dalla televisione, perdendo l'occasione di capire una parte della storia francese. Attenzione, questo non vuol assolutamente dire che la strage a Parigi del 13 novembre è stata causata dalle guerre algerine, né che c'entri qualcosa con il massacro di Parigi del 17 ottobre del 1961. Assolutamente no. Ma quando non solo non capisci, ma nemmeno accetti che sia successo quel che è successo, quando vuoi fare finta che tutto sia andato bene fino a quando, il 13 novembre, questi pazzi hanno fatto quel che hanno fatto, allora le cose continueranno così come stanno andando. Se vogliamo veramente evitare attacchi dell'Isis a Milano, a Madrid, a Parigi, a Londra o in qualsiasi altro posto — e credo proprio che lo vogliamo tutti — allora dobbiamo per forza avere una visione ampia del mondo che preveda giustizia e dignità in Medio Oriente musulmano.
«Il governo britannico è una specie di bambino, per questo decide di bombardare. E ci vengono a parlare di una guerra mondiale! Non possiamo accettarlo, non possiamo non avere il senso della prospettiva»
Perché l'Europa sembra non sapere che fare?
Il problema più grande dell'Europa è che la sua classe politica non è per niente matura per governare. Non è all'altezza della maturità degli europei. Il governo britannico è una specie di bambino, per questo decide di bombardare. E ci vengono a parlare di una guerra mondiale! Non possiamo accettarlo, non possiamo non avere il senso della prospettiva. Io sono andato da Beirut ad Aleppo, a Palmira, l'ho visto il fronte. Quando torno in Europa vedo che la gente ha paura come se stesse aspettando un'invasione come quella della Germania nazista. Noi dopo gli attentati a Parigi diciamo che Parigi non sarà più la stessa. Ma stiamo scherzando? Pensa al 1940, quando la Francia collassò e i nazisti marciarono su Parigi, lì si poteva dire che la Francia non era più la stessa. Non possiamo permetterci di perdere il senso della prospettiva storica, se no è ridicolo.

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