sabato 19 marzo 2016

Ramzy Baroud :Perché il BDS non può perdere: una soglia morale per combattere il razzismo in Israele









Una serie di condanne del  boicottaggio di Israele sembra essere arrivate  a orecchie sorde. Le richieste da parte dei governi occidentali, originatesi nel Regno Unito, negli Stati Uniti in Canada e in altri paesi, di criminalizzare il boicottaggio di Israele non hanno certo rallentato la spinta del movimento a favore dei palestinesi, Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), e lo hanno, invece accelerato.
E’ come se la storia si ripetesse. I governi occidentali  sfidarono  il Movimento Sudafricano  anti-Apartheid , combattendolo in ogni angolo e  “marchiando”  i suoi leader. Nelson Mandela e molti dei suoi compagno furono chiamati terroristi.
Appena Mandela morì nel 2013, i massimi politici statunitensi fecero a gara  per avere  l’opportunità di elencare le grandi qualità del leader africano nelle loro molte conferenze stampa, parlando del suo impegno per la giustizia e per i diritti umani. Tuttavia, il nome di Mandela non fu rimosso dalla  lista stilata  dagli Stati Uniti delle persone sospettate di terrorismo,  fino al 2008.
Anche l’amministrazione Reagan definì gruppo terrorista il Congresso Nazionale Africano (ANC) che era la principale piattaforma per la lotta anti-razziale. La strategia dell’ANC contro il governo dell’apartheid era “terrore calcolato”, disse l’amministrazione nel 1986.
Molti sudafricani vi direbbero che la lotta per l’uguaglianza è lungi dall’essere conclusa, e che la lotta contro l’apartheid istituzionalizzata era stata sostituita da problemi ugualmente pressanti. Corruzione, economia neoliberale, e sproporzionata assegnazione di ricchezza, sono soltanto alcune di queste sfide.
A parte, però, coloro che sono ancora aggrappati al ripugnante sogno della superiorità razziale, la vasta maggioranza dell’umanità ripensa con repulsione all’era dell’Apartheid del Sudafrica.
L’esperienza del Sudafrica che è ancora fresca nella memoria della maggior parte delle persone, sta ora facendo da struttura di riferimento nella lotta contro l’apartheid israeliana in Palestina, in cui gli ebrei sono stati designati come razza privilegiata, e i palestinesi musulmani e cristiani sono trattati male e sono oppressi e occupati.
Mentre purtroppo il razzismo fa parte della vita ed è praticato, osservato e commentato in molte parti del mondo, il razzismo istituzionalizzato per mezzo di misure governative, è praticato soltanto, almeno pubblicamente, in pochi paesi del mondo: la Birmania è uno di questi. Tuttavia, nessun paese è così irremovibile e trasparente circa le sue leggi motivate dal razzismo e sulle regole di apartheid, come il governo israeliano. Quasi ogni misura decisa dalla Knesset israeliana che riguarda gli arabi, è influenzata da questo atteggiamento mentale: i palestinesi devono rimanere inferiori e gli ebrei devono assicurarsi la superiorità a tutti i costi.
La conseguenza del sogno irraggiungibile di Israele, è stata un’immensa quantità di violenza, una disuguaglianza palpabile, mura massicce, fossati, strade soltanto per gli ebrei, occupazione militare e perfino le leggi che vietano proprio mettere in discussione queste pratiche.
Tuttavia, maggiore è l’insuccesso nel sopprimere la Resistenza Palestinese, e nel rallentare il flusso di solidarietà che arriva da tutto il mondo verso i palestinesi oppressi, e più Israele lavora sodo per assicurarsi il suo dominio e investire nella segregazione razziale.
“L’intero mondo è contro di noi,” è una giustificazione molto comune a Israele, per la reazione internazionale alle pratiche dell’Apartheid di Israele. Col tempo, diventa una profezia perfettamente azzeccata e che si nutre  di  passate idee che non sono più applicabili. Indipendentemente da quante compagnie disinvestono  da Israele – la più recente è la maggiore azienda per la sicurezza, G4S – e indipendentemente da quante università e chiese votano per boicottare Israele, la società israeliana rimane trincerata dietro quello slogan e il suo sconcertante senso di vittimismo.
Molti israeliani credono che il loro paese sia una ‘villa nella giungla’ – un’idea che è costantemente applicata dai massimi leader israeliani. Il Primo Ministro di destra, Benjamin Netanyahu, sta volutamente aumentando la paura paralizzante nella sua società. Incapace di vedere i crimini inequivocabili che ha compiuto per anni contro i palestinesi, continua a perpetuare l’idea  della purezza di Israele e della crudeltà di chiunque altro.
A febbraio ha parlato della necessità di creare ulteriori  recinzioni   per tenere al sicuro la sua ‘villa nella giungla’ e “per difenderci dalle bestie feroci” che vivono nei paesi confinanti. Questa affermazione è stata fatta solo poche settimane prima dell’apertura dell’annuale Settimana dell’Apartheid Israeliano in numerose città di tutto il mondo. E’ come se il leader israeliano desiderasse contribuire alla campagna globale che  sta riuscendo a fare una causa legale contro Israele in quanto stato che pratica l’apartheid e che dovrebbe essere boicottato.
Israele, naturalmente non  è una ‘villa nella giungla’. Sin dalla sua nascita sulle rovine della Palestina distrutta e occupata, ha inflitto terribili violenze, provocato guerre e reagito duramente a qualsiasi resistenza messa in pratica dalle sue vittime. Analogamente alla designazione di Mandela, di terrorista, fatta da Stati Uniti e Regno Unito, anche la Resistenza Palestinese e i suoi leader sono marchiati, evitati e imprigionati.  Le cosiddette ‘uccisioni mirate’ – gli assassinii di centinaia di palestinesi in anni recenti – sono stati spesso applauditi dagli Stati Uniti e da altri alleati di Israele come vittorie nella loro ‘guerra al terrore.’
Confortati dall’idea che gli Stati Uniti e altri governi occidentali sono dalla loro parte,
la maggior parte degli israeliani non si preoccupa di esibire il proprio razzismo e chiedere ulteriore violenza contro i palestinesi. Secondo una recente indagine condotta dal Centro di Ricerca Pew, e rivelata l’8marzo, quasi metà della popolazione ebrea di Gerusalemme vuole espellere i palestinesi e mandarli fuori dalla loro patria storica.
Lo studio fu condotto tra l’ottobre 2014 e il maggio 2015 – pochi mesi prima che iniziasse l’attuale Intifada nell’ottobre 2015 – ed è descritta come la  prima indagine
questo genere dato che è arrivata a oltre 5.600 israeliani adulti e che accennava a miriadi di argomenti, tra i quali la religione e la politica. Il 48%  di tutti gli ebrei israeliani vogliono esiliare gli arabi. Tuttavia il numero è significativamente più alto – 71%  – tra coloro che si definiscono ‘religiosi’.
Quali opzioni rimangono, quindi, ai palestinesi, che sono stati vittimizzati e  oggetto  di pulizia etnica privandoli della  loro propria patria storica per 68 anni, quando sono descritti  trattati come ‘bestie’, uccisi quando ne avevano voglia gli israeliani, e che soffrono sotto un massiccio sistema di apartheid e di discriminazione razziale che non è mai cessato dopo tutti questi anni?
Finora il BDS è stata la strategia e la tattica più riuscita per appoggiare la Resistenza Palestinese e la loro determinazione, allo stesso tempo ritenendo responsabile Israele delle politiche di apartheid che stanno progressivamente  peggiorando. Il principale obiettivo che c’è dietro il BDS, un movimento del tutto non-violento  sostenuto dalla società civile in tutto il globo, non è di punire gli israeliani comuni, ma di sensibilizzarli riguardo alle sofferenze  dei palestinesi e di creare una soglia morale che si deve raggiungere se mai debba essere realizzata una pace giusta.
La soglia morale era stata già delineata nel rapporto tra i palestinesi e i sudafricani quando Mandela stesso disse: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi.”
Non cercava di essere cordiale o diplomatico. Diceva sul serio  ogni parola.  E infine, molte persone in tutto il mondo stanno facendo lo stesso collegamento e sono sinceramente d’accordo.
Nella foto: un a turista fotografa una scritta su muro di Betlemme.
Il Dottor  Ramzy Baroud scrive da 20 anni di Medio Oriente. E’ un opinionista che scrive sulla stampa internazionale, consulente nel campo dei mezzi di informazione, autore di vari libri collaboratore e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Tra i suoi libri ci sono: ‘Searching Jenin’ [Cercando Jenin], The Second Palestinian Intifada [La seconda Intifada palestinese],  e il suo  più recente: My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story (Pluto Press, Londa).  [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia di Gaza che non è stata raccontata]. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/why-bds-cannot-loose-a-moral-threshold-to-combat-racism-in-israel
Originale: non indicato
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2016 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

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