venerdì 4 marzo 2016

L’intervento militare in Libia: un duplice pericolo per i paesi della regione





Di Muhammad bin Imhamad al-Alawi. Al-Arab (03/03/2016). Traduzione e sintesi di Irene Capiferri.
La regione del Nord Africa è interessata da crescenti sfide, economiche, sociali e di sicurezza, e la Libia è oggi bersaglio di un intervento militare occidentale con il pretesto di contrastare Daesh (ISIS) e l’aumento dei gruppi militanti.
Naturalmente un intervento di questo tipo influirà negativamente su tutti i paesi della regione: la Tunisia sarà bruscamente condizionata da tale circostanza, così come il Marocco, che pure ha fatto grandi sforzi per promuovere la soluzione politica, e ha ospitato a Skhirat la maggior parte dei negoziati tra le fazioni libiche.
L’intervento militare occidentale non è una soluzione in grado di restituire stabilità al paese e portare ai suoi abitanti sicurezza e speranza, come dimostrano gli interventi americani in Iraq e in Somalia, che non hanno fatto che aumentare le divisioni, o quelli di Russia e Iran in Siria, che hanno portato ulteriore distruzione. Qualsiasi attacco militare in Libia avrà conseguenze disastrose per l’intera regione poiché provocherà i terroristi e fornirà occasione agli estremisti per giustificare la loro violenza e guadagnare consenso.
Chi segue la questione libica ritiene che la soluzione politica vada incoraggiata e sostenuta e che ogni tentativo di dividere il paese rappresenti un passo verso la distruzione della stabilità dell’intera regione. La Tunisia soffre già della mancanza di sicurezza nella vicina Libia: un intervento militare distruggerà i tentativi di Tunisi di consolidare il suo modello di democrazia e danneggerà la sua già fragile economia e il turismo compromesso dagli attacchi terroristici degli ultimi anni. Tunisi ha rifiutato ogni intervento militare e non parteciperà in alcun modo alla coalizione internazionale, com’è stato confermato dal ministro della Difesa. Il Marocco ha a sua volta espresso il proprio rifiuto di ogni intervento esterno, e il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione ha riaffermato la necessità di dare priorità alla soluzione politica.
Il governo di unità libico è ora in sospeso, e il paese annaspa tra problemi di ogni tipo. Resterebbe la possibilità che quei paesi della regione capaci di influire sulla realizzazione di una soluzione politica prevalessero: tali paesi sono consapevoli di essere in pericolo, nella loro identità, stabilità e sicurezza, e che la minaccia di un intervento straniero non è meno grave del dilagare delle cellule terroristiche. Ma la teoria che l’accordo politico sia la base per stabilire una nuova legittimità ha bisogno di maggiore intesa tra le varie parti in causa nella crisi. La Libia è ora incapace di realizzare una stabilità in assenza di un’autorità che possa imporre l’ordine e controllare i confini, mantenere il controllo sulla circolazione di armi e sull’intervento delle molteplici autorità esterne (e i loro interessi), il proliferare dei gruppi terroristici e lo sviluppo del pensiero estremista.
La situazione in Libia richiede dunque un intensificarsi degli sforzi da parte di tutti i paesi del Maghreb arabo per realizzare una riconciliazione interna completa, senza esclusione o coercizione. L’eventualità di un intervento straniero e l’estendersi dell’estremismo costituiscono un duplice pericolo per la regione del Maghreb nel suo insieme.
Muhammad bin Imhamad al-Alawi è un giornalista marocchino.

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