domenica 20 marzo 2016

Il disfacimento dell’illusione dell’autonomia palestinese

 
 
 
 
Di Michael Schaeffer Omer-Man |Pubblicato il 18 Marzo 2016 Per decenni è stato raccontato ai palestinesi che la loro autonomia limitata nella West Benk era solo una interruzione momentanea lungo la…
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Di Michael Schaeffer Omer-Man |Pubblicato il 18 Marzo 2016
Per decenni è stato raccontato ai palestinesi che la loro autonomia limitata nella West Benk era solo una interruzione momentanea lungo la strada per la sovranità. Ma più di 20 anni dopo del fallimento degli accordi di Oslo come viatico verso l’indipendenza, l’illusione è in disfacimento, e rapidamente.
Bethlehem Checkpoint, West Bank, 17.8.2012
La polizia dell’Autorità Palestinese ( a destra) insieme alla polizia di frontiera israeliana (a sinistra) mentre controllano l’accesso dei palestinesi a Gerusalemme, al checkpoint di Betlemme nell’ultimo venerdì del Ramadan, il 17 Agosto 2012.(foto: Activestills.org)
La chiave per l’accordo che conserva la praticabilità dell’occupazione israeliana della Palestina è l’illusione dell’autonomia. I palestinesi hanno il proprio governo, le proprie agenzie e forze di sicurezza, i propri fornitori di servizi per i consumatori, le proprie scuole e, sì, le proprie aree autonome.
Ma non prendete cantonate, si tratta solo di illusioni.
Ogni tanto i benevoli occupanti spingono le cose un po’ troppo lontano. Decidono di smettere di giocare con le proprie illusioni, con la convinzione che i palestinesi e l’Autorità Palestinese, investano talmente tanto nell’agiatezza e nella stabilità che essi forniscono al punto che non oserebbero mai ritirare il proprio consenso.
Ciò che tiene in piedi una pessima illusione è che anche chi assiste ha bisogno di acconsentire, ha bisogno di praticare una sorta di sospensione della credulità. A volte questa collaborazione è basata su accordi espliciti o impliciti; a volte è simbiosi. Ma quando fai affidamento sul pubblico per la stabilità dei tuoi atti precari, la sciarada è costantemente esposta al rischio di collassare.
L’apparato di sicurezza israeliano è stato seriamente preoccupato, durante i passati sei mesi o giù di lì, da che la farsa è finita,  del fatto che presto o tardi le forze di sicurezza palestinesi avrebbero semplicemente deciso di cessare di partecipare all’illusione e di volgere le proprie armi contro Israele.
Israele fa affidamento sulle forze di sicurezza palestinesi, leali al presidente dell’OLP, Mahmoud Abbas, per proteggere i propri insediamenti e tutta l’integrità strutturale dell’occupazione da quei palestinesi che non vogliono stare al gioco. Secondo gli accordi di Oslo, il contratto ad interim che dovrebbe regolare l’intera messa in scena, i palestinesi avrebbero aree autonome, per lo più conosciute come “Area A.” e Israele dovrebbe restare fuori da queste aree, che di base comprendono le maggiori città palestinesi all’interno della West Bank.
Address by His Excellency Mahmoud Abbas, President of the State of Palestine
Il Presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, affronta il dibattito generale della 70esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 20 Settembre 2015. (UN Foto/Cia Pak)
Ma Israele non sempre gioca secondo le regole. In  effetti, non ha giocato secondo le regole per molto, molto tempo. Durante la Seconda Intifada, un tempo durante il quale entrambe le fazioni abbandonarono i propri ruoli così com’erano stati stabiliti dal piano di gioco, stilato nel freddo stordente dell’inverno norvegese, il regolamento è volato dalla finestra. Israele decise, unilateralmente, che le proprie truppe avrebbero avuto piena libertà di movimento e di azione ovunque avessero voluto, anche nelle zone “autonome”.
Per anni i palestinesi sono persino stati alle nuove regole del gioco. Un comandante militare israeliano aveva l’abitudine di chiamare il suo subordinato palestinese e di fargli sapere che stava per essere eseguito un raid. Puntuale come un orologio svizzero, la polizia palestinese svaniva dalle strade di qualsiasi città che l’esercito israeliano avesse voluto esplorare in quella serata, allo scopo di evitare ogni attrito.
Ma la gente ha cominciato a farci caso. Alla polizia palestinese veniva chiesto di impedire ai manifestanti palestinesi di raggiungere i checkpoints israeliani. I raid israeliani nel cuore delle città palestinesi sono divenuti sempre più comuni. Truppe militari sotto copertura o in uniforme sono state spesso catturate dalle telecamera di sorveglianza fin dentro gli ospedali palestinesi, nella piazza principale di Ramallah, a ballare ai matrimoni palestinesi.
Dopo un raid israeliano particolarmente sfacciato, durante il quale truppe israeliane sono sembrate stare di guardia all’esterno di una stazione di polizia palestinese, giovani palestinesi hanno bersagliato la propria polizia a colpi di sassi a piazza Manara a Ramallah.
Durante gli ultimi sei mesi le cose si sono messe molto peggio per Israele, per l’apparato di sicurezza palestinese e per l’idea di “coordinamento di sicurezza”, che per i sostenitori del mantenimento dello status quo è diventato il sacro graal dell’occupazione. Le forze di sicurezza palestinesi spesso hanno smesso di impedire a manifestanti e tiratori di pietre di avvicinarsi ai checkpoints israeliani. La polizia palestinese è stata filmata mentre cacciava le truppe israeliane a calci dalla periferia di Ramallah. E ad alimentare le peggiori paure degli israeliani, che 40.000 componenti armati delle forze di sicurezza, addestrati dagli Stati Uniti, possano volgere le armi contro l’occupante, alcuni ufficiali della sicurezza palestinese hanno effettivamente agito così.
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Poliziotti palestinesi bloccano manifestanti durante una dimostrazione contro la visita del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a Ramalla, nella West Bank, il 21 Marzo 2013. (foto: Keren Manor/Activestills.org)
Così, in un tentativo di far sentire alle forze di sicurezza palestinese di lavorare ancora per il governo palestinese e non per l’IDF, Israele ha deciso di lanciare loro un osso. Un paio di massimi generali israeliani si sono incontrati coi loro subordinati palestinesi per discutere ” il graduale ripristino della controllo della sicurezza palestinese sulle città della West Bank”. Ripristino. Come se qualcuno avesse mai annunciato una interruzione.
Così l’esercito israeliano ha proposto la sospensione dei raids nelle aree in cui non dovrebbe essere autorizzato ad operare, come gesto di apertura verso le gente che comunque fin dall’inizio non aveva i mezzi per ostacolarli. Ma c’è un tranello. C’è sempre un tranello. In realtà è un microcosmo del tranello che trasforma tutta la storia della soluzione dei due stati in una presa in giro, almeno nel senso inteso nella definizione della soluzione dei due stati come di due stati parimenti sovrani.
Il tranello: la condizione unica posta dal Primo Ministro israeliano, Benjamin, Netanyahu, per il ripristino dell’autonomia nel 20 per cento della West Bank è che i palestinesi riconoscano il diritto alla sovranità israeliana di violare questa autonomia.
Questa è l’illusione in tutta la sua gloria. Israele intende consentire ai palestinesi di avere la propria illusione di sovranità, sotto forma di autonomia condizionata, ma solo se mettono una firmetta sotto il contratto che consente il trasferimento dell’effettiva sovranità. Ma l’illusione richiede la volontaria sospensione di credulità del pubblico.
Ai palestinesi è stato raccontato per decenni, sia negli Accordi di Oslo che in innumerevoli altri documenti, che la limitazione dell’autonomia sarebbe stato solo un piccolo passo lungo la strada verso una effettiva sovranità ed un riconoscimento come Stato.
Benjamin Netanyahu, nel frattempo ha sempre affermato apertamente che non avrebbe mai neppure preso in considerazione l’ipotesi di rinunciare al controllo della sicurezza ( leggi: sovranità) della West Bank. Tutto il resto è solo una sempre più precaria sciarada.


Trad. L. Pal – Invictapalestina.org
Fonte: http://972mag.com/the-unravelling-illusion-of-palestinian-autonomy/117964/

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