sabato 26 marzo 2016

Gli attacchi di Bruxelles Di Frank Barat

Redazione 26 marzo 2016 1
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Gli attacchi di Bruxelles 
Di Frank Barat
24 marzo 2016
Il secondo giorno di primavera nella mia città natale, Bruxelles, era iniziato come qualsiasi altro giorno. Ho portato i bambini a scuola e all’asilo, poi sono andato al lavoro, o, piuttosto,  sono tornato a casa dove in questi giorni si svolge la maggior parte del mio lavoro. Per due anni avevo lavorato in uffici vicini al Parlamento Europeo ma preferisco lavorare da casa  specialmente in giornate come questa: il cielo è azzurro e splende il sole. Seduto davanti al mio computer guardavo gli alberi fuori, ascoltando gli uccelli che cantavano.
Poi mio fratello telefonò.
Aveva appena accompagnato due suo cari amici all’aeroporto Zaventem di Bruxelles. Erano già sull’aereo che era attesa sull’asfalto, quando sentirono due forti botti intorno alle 8. Saltarono sui sedili. ‘Oggi ci si spaventa per così poco,’ scherzarono tra di loro. Quello che non sapevano era che l’aeroporto nazionale di Bruxelles a poca distanza da lì, era stato appena colpito da attentatori suicidi e che molte, molte persone erano già morte o gravemente ferite.
Accesi la televisione, e, come la maggior parte delle persone in questi situazioni , ci rimasi appiccicato. Le immagini e i video cominciarono ad apparire sui media ordinari  on line  che lottavano e combattevano per essere il primo a mostrare ‘l’orrore’, ‘il panico’ e la ‘distruzione’. La polizia e il governo belga decisero di essere estremamente cauti. ‘Non possiamo ancora dire che questo è stato un attacco terrorista.’ I media ordinari hanno seguito la stessa linea. Tutti gli altri sapevano che, cautela o non cautela, Bruxelles era stato appena vittima di quello che  si rivelerà  essere il più grosso attacco terrorista nella storia della città.
Pochi minuti dopo arrivò la notizia che un’esplosione era stata appena sentita alla stazione della metropolitana di Maelbeek, nel Quartiere Europeo, vicinissimo a dove di solito lavoravo e a dove molti dei miei ex-colleghi e amici esercitano ancora le loro professioni. Ho trascorso le ore successive a rispondere a telefonate, email e messaggi per dire a tutti che io e la mia famiglia eravamo salvi e allo stesso tempo cercavo di scoprire se anche tutti i miei amici stavano bene. Erano salvi. Purtroppo molti altri hanno perso la vita, 34 persone mentre scrivo, e molte altre – centinaia di altre sono state ferite, alcune gravemente. Mentre non c’’è stata alcuna conferma ufficiale riguardo agli autori dell’attentato, il New York Times ha riferito che l’ISIS ha rivendicato la responsabilità dell’attacco.
Il mio figlio più grande ha 5 anni. Fin dagli attacchi di Parigi di alcune mesi fa, ha continuato a farmi domande sul significato delle parole ‘terrorismo’, ‘massacro’, ‘esercito’, e ‘bombe’. Aveva notato la presenza di soldati nelle strade nei giorni scorsi. Tornando da scuola il giorno dopo che Saleh Abdelsam era stato arrestato, a poche miglia da dove viviamo, osservava gli elicotteri che volteggiavano nel cielo sopra di noi e la polizia che fermava le persone nelle strade. ‘Siamo fortunati ad averli’, mi disse, ‘perché gli altri volevano ucciderci.’
Per un momento pensai a qualcosa da dirgli, poi lo guardai e cambiai argomento. In fondo sapevo che fino a quando nascondiamo la testa nella sabbia, fino a quando non affrontiamo un problema che sembra più esistenziale ogni giorno che passa, quello che è successo a Bruxelles accadrà ripetutamente, più ferocemente, in ogni parte del mondo. Penso a questo come penso al riscaldamento globale. Se non si cerca di capire da dove viene, e non si tenta di combatterlo alla radice, se non si cerca di fare sacrifici e i cambiamenti necessari che richiede,  le tempeste diventeranno più violente, e gli uragani e gli tsunami distruggeranno tutto sulla loro strada.
Per fermare questa deriva verso l’autodistruzione, noi, in quanto razza umana, è necessario che ci facciamo le domande difficili e che diciamo la verità al potere. Noi, collettivamente, dobbiamo chiederci perché degli uomini e delle donne giovani, nati e cresciuti a Bruxelles, dove hanno famiglie e amici, molti che  lavorano, e anche commerci in città, si siano trasformati in terroristi e in attentatori suicidi, molto spesso nel giro di un paio di anni. Malgrado la rabbia che proviamo oggi, dobbiamo cercare di pensare razionalmente e di cercare di capire, cosa molto diversa dal giustificare,  che cosa li ha portati a commettere questi crimini così terribili e odiosi. Non aiuterà nessuno e certamente non salverà  vite future essere noi stessi pieni di odio, chiedere vendetta e domandare ‘occhio per occhio’. Si deve smettere di perpetuare il ciclo di violenza. La retorica razzista di dire ‘non amano la vita nel modo in cui la amiamo noi’, è una sciocchezza assoluta e deve essere accuratamente respinta.
Gli autori degli attacchi di oggi hanno intrapreso una strada verso la morte, ma quando si sono svegliati stamattina il sole splendeva e il cielo era azzurro anche per loro. I terribili crimini che hanno commesso forse  hanno avuto senso per loro e per la loro visione distorta del mondo, ma ho difficoltà a credere che qualcuno possa uccidere un altro essere umano per divertimento, per il gusto di farlo. Il loro percorso da giovani privi di diritti civili a terroristi assassini è un percorso che è necessario studiare, seriamente, passo dopo passo, per andare avanti e per sperare in un futuro migliore per la società nel suo complesso.
Se leggete le ‘biografie’ di coloro che hanno compiuto gli attacchi a Charlie Hebdo, al Bataclan, e a Bruxelles, un fatto simile continua a saltare fuori: il loro processo estremo e rapido di radicalizzazione è iniziato nelle carceri, non nelle moschee. In quanto tale, è ora che parliamo di quello che Angela Davis chiama il Complesso Industriale Carcerario. Ci  sono  prove sono stringenti che la prigione certamente non ‘guarisce’ le persone né le aiuta a reintegrarsi nella in una società che li ha delusi. E’ proprio il contrario. E’ anche ora di guardare le politiche dei governi europei verso la gioventù immigrata che spesso fin dalla giovanissima età viene denigrata per ogni problema che le loro società si trovano ad affrontare.
E’ necessario dire la verità al potere. E’ necessario sfidare i nostri governi e i decisori delle politiche a ogni passo della strada. Per il nostro bene.
Se si guarda a che cosa è accaduto in Francia e in Belgio, se si studiano tutti i filmati e si leggono tutti i servizi giornalistici e le analisi sui media, ci si renderà conto che la maggior parte di questi si focalizzano sulla ‘sicurezza’, la ‘militarizzazione’, ‘la reazione’, e ‘la guerra’. Soltanto pochi si concentrano su che cosa hanno detto o scritto i terroristi. Perché lo hanno fatto? Che cosa hanno detto mentre lo facevano? Se leggete queste cose – non qualcosa che troverete facilmente con una ricerca su Google – vi renderete conto che tutti gli assalitori parlano la stessa lingua. Sono stati educati politicamente  nella situazione di distruzione dell’Iraq, dell’invasione dell’Afghanistan, dai bombardamenti con i droni in Pakistan, in Yemen, delle    torture della Baia di Guantanamo e di Abu Ghraib  e della colonizzazione e occupazione della Palestina.  Mentre molti si identificavano come musulmani, dicevano anche di essere sconvolti  dalla guerra ideologica che l’Occidente ha condotto contro quello che indebitamente chiama ‘il mondo musulmano’. Questo è il miglior elemento motivante che sta dietro a coloro che diventano assassini. ‘Le vostre guerre, le nostre morti’ divenne uno slogan dopo gli attacchi di Parigi. Potrebbe essere non completamente preciso e senz’altro non possiamo semplificare le cose, ma c’è molta verità in quelle parole.
Quello che è sicuro è che coloro che sono al potere, anche se ci dicono che vogliono proteggerci, in realtà si preoccupano poco della sicurezza dei loro cittadini. La risposta delle autorità belghe in seguito agli attacchi a Charlie Hebdo e a quelli di Parigi del 2015 è stata di mettere migliaia di soldati nelle strade e di alzare l’allerta per la sicurezza. Malgrado questo, e la massiccia e i finanziamenti piuttosto   illimitati di cui  godono i servizi di intelligence, sono stati colpiti due dei più ovvi obiettivi per i terroristi, un aeroporto e e il sistema della metropolitana. Può essere solo definita per quello che è, un totale fallimento da parte loro, sia nella strategia totale che nella replica specifica da loro adottata per ‘sconfiggere il terrore’.
Sappiamo, per esempio, che attualmente le vere persone che combattono l’ISIS sono i Curdi a Kobane e in altre città. Sappiamo che aiutarli ed appoggiarli, mentre si taglia la strada del petrolio dell’ISIS verso la Turchia, assesterebbe un enorme colpo al cosiddetto Strato Islamico. Lo stiamo facendo? Per niente, di fattoi assolutamente il contrario, dato che appoggiamo la Turchia, un attore chiave, malgrado le sue politiche assassine sul posto. Conosciamo anche il ruolo che l’Arabia Saudita, uno degli stati più repressivi del mondo, svolge nella regione, tramite il finanziamento di ideologie corrotte e pericolose. Stiamo facendo qualcosa contro questo? Certamente: la Francia ha appena  assegnato al re saudita,  Moahmnmed Ben Nayef , la sua più alta onorificenza: la  ‘Legion d’honneur’ pochi giorni fa. Questo costante uso di due pesi e due misure, e le bugie che i governi offrono a loro difesa, devono essere contestati. Creano rancori e odio.
Questa volta avremo bisogno di più dimostrazioni, dovremo fare di più che mettere la bandiera belga come immagine sui profili  su Facebook, avremo bisogno di più che GIF e tweet e petizioni. Quello di cui abbiamo bisogno è un ripensamento totale, radicale e profondo del modo in cui vediamo la società, di come ci vediamo al suo interno, di chi prenda le decisioni a nome nostro. In breve,  ciò che è necessario è una rivoluzione spirituale e filosofica.
Altrimenti, che cosa dirò a mio figlio la prossima volta?
Frank Barat  è Coordinatore del Russell Tribunale Russell per la Palestina, e autore ‘Gaza in Crisis: Reflections on Israel’s War Against the Palestinians’[Gaza in crisi: riflessioni sulla guerra di Israele contro i Palestinesi], insieme a  Noam Chomsky e a  Ilan Pappe.
Il suo nuovo libro, ‘Freedom Is a Constant Struggle: Ferguson, Palestine, and the Foundations of a Movement’ [La libertà è una lotta costante: Ferguson, Palestina, e i fondamenti di un movimento] scritto insieme ad  Angela Davis, è uscito adesso. Barat twitta su  tweets @fbarat1

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