sabato 26 marzo 2016

Fulvio Scaglione : REGENI, LA VERITA’ CHE NON AVREMO


 
 
 
 
 
 
 
Caso Regeni: l'Egitto mente ma c'è poco che l'Italia possa fare. Solita questione: Al Sisi e quelli come lui non ci piacciono ma ne abbiamo bisogno.
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Un poster del presidente egiziano Al Sisi in una strada del Cairo.
L’ultima del Governo egiziano non è una barzelletta, purtroppo, ma una presa in giro. La fine atroce di Giulio Regeni, secondo la più recente versione, questa volta uscita dal ministero degli Interni, sarebbe stata causata da una rapina o da un tentativo di sequestro, mancati. Reagendo all’aggressione, il ricercatore italiano avrebbe provocato la rabbia di una banda di predoni, cinque dei quali sono stati uccisi in un’operazione di polizia al Cairo. Sono stati ritrovati documenti ed effetti personali di Giulio ma, guarda caso, chi poteva parlare è morto. E gli altri potenziali complici-testimoni, in particolare la sorella e la moglie del capo banda, sono nelle mani della magistratura egiziana.

Alla fin fine, insomma, le autorità egiziane sono riuscite a orientare le indagini nella direzione per loro meno dannosa: quella di un qualunque crimine da strada, un fattaccio di cronaca nera. Anche se nessuno può credere che un gruppo di ladroni si abbandoni per giorni a sevizie e torture degne delle peggiori dittature mediorientali o sudamericane, invece di eliminare la vittima e sbarazzarsi del corpo nel più breve tempo possibile. O che la banda, di fronte al clamore suscitato dalla vicenda, conservi il passaporto, le carte di credito, la tessera dell’Università della propria vittima, come a dire a scanso di equivoci: sì, siamo stati proprio noi.

Regeni e la politica

Va pure detto, comunque, che non meno incredibili sono alcune delle versioni circolate fin dall’inizio. Davvero pensiamo che i servizi segreti egiziani avessero bisogno di estorcere con la tortura a Regeni informazioni sulle attività dei sindacati o liste di contatti con gli oppositori? Uno Stato come l’Egitto di oggi, governato dai militari, non aspetta l’arrivo di un ricercatore italiano per decidere chi bisogna tener d’occhio. Anche perché tiene d’occhio tutti.
Comunque sia, se il Governo di Al Sisi deciderà di confermare quest’ultima, incredibile versione dei fatti, ci sarà purtroppo poco spazio per un’iniziativa del Governo italiano. Ci saranno, certo, proteste ufficiali e più energiche pressioni ufficiose. Alcuni rapporti saranno congelati per un po’, le relazioni frenate, i contatti diradati. Ma poi? Diciamoci l’amara verità: c’è poco che si possa fare.
Nell’assenza più totale di una politica europea per il Mediterraneo, ogni Paese è chiamato a gestire da solo i rapporti con la cosiddetta “sponda Sud”. L’Italia, tra tutti, è il Paese più esposto e l’Egitto, a sua volta, è un Paese decisivo per gli equilibrii sempre precari del Nord Africa e del Medio Oriente. Quel che farà o non farà l’Egitto, per esempio, potrà cambiare il corso degli eventi in Libia, da dove a noi arrivano i migranti e le minacce dell’Isis. Ed è solo uno dei possibili esempi.
Più in generale, la vicenda di Giulio Regeni e l’atteggiamento dell’Egitto ripropongono un vecchio dilemma: che fare quando i nostri amici e alleati sono dei dittatori, dei militari con la mano pesante, degli autocrati cui importa poco della democrazia? È una domanda imbarazzante, e infatti la evitiamo usando il vecchio trucco di trattare da dittatori quelli di loro che non ci piacciono (per esempio Assad) e di far finta di niente con quelli che per qualche ragione ci piacciono, per esempio re Salman dell’Arabia Saudita. Sembrava che partecipare alle Olimpiadi invernali in Russia fosse una vergogna collettiva ma ai Giochi europei in Azerbaigian, per di più l’edizione inaugurale, sono andati tutti senza rimpianti. Forse non sapremo mai chi ha concretamente ucciso Giulio Regeni. Già sappiamo, però, che la verità sulla sua fine l’ha uccisa la politica.
Pubblicato sull’Eco di Bergamo del 26 marzo 2016

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