mercoledì 30 marzo 2016

Con l’inviato speciale, la Cina in Siria esce allo scoperto


 
 
 
 
 
 
 
Si avvicina la "soluzione" in Siria e Pechino nomina un inviato speciale Damasco (al-Safir). C’è da fare la pace in Siria e la Cina esce allo scoperto. Anche perché…
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Si avvicina la “soluzione” in Siria e Pechino nomina un inviato speciale

Damasco (al-Safir). C’è da fare la pace in Siria e la Cina esce allo scoperto. Anche perché bisognerà presto spartirsi la torta della ricostruzione infrastrutturale. Mentre l’attesa “soluzione politica” al conflitto siriano sembra essere più vicina secondo diverse fonti diplomatiche, Pechino nomina un inviato speciale per la Siria dopo esser rimasta a lungo apparentemente lontana dalla vetrina politico-militare-diplomatica della questione siriana. Il 62enne diplomatico cinese Xie Xiaoyan, già ambasciatore in Iran, Etiopia e presso l’Unione Africana, ha ricevuto l’incarico di seguire i negoziati in corso a Ginevra per sostenere il processo che conduce a una “soluzione politica… l’unica soluzione secondo la Cina”, stando alle parole del portavoce del ministero degli Esteri di Pechino.
La Cina, che in seno al Consiglio di sicurezza dell’Onu ha sempre seguito la politica russa di sostegno incondizionato a Damasco e che ha usato quattro volte il diritto di veto a favore del regime degli Assad (l’ultima volta per bloccare una risoluzione per avviare inchiesta sui crimini di guerra commessi nel paese), dal 2014 ha iniziato a prendere contatti con le opposizioni in esilio sostenute dai paesi occidentali e da quelli arabi del Golfo.
Damasco e Pechino hanno una storia di vicinanza politico-economia decennale. All’inizio del XXI secolo, il presidente Bashar al-Asad aveva proposto una “via cinese” per riformare l’economia, riferendosi alla necessità di aprire il paese agli investimenti senza tradire la vocazione socialisteggiante del regime baatista. Delegazioni di oppositori in esilio sono state invitate al ministero degli Esteri cinese più volte – l’ultima volta a gennaio, pochi giorni dopo la visita a Pechino del ministro degli Esteri siriano Walid al-Muallim.
In Siria come altrove la potenza economica cinese intravede opportunità interessanti per l’auspicata fase di ricostruzione delle aree del paese “stabilizzate” dall’imposizione della pax assadiana assicurata dall’alleato russo.

Il Libano, senza una vera aviazione, riceverà dagli Usa sei nuovi aerei militari. Per la “lotta al terrorismo”
Beirut (The Daily Star). Per un accordo non scritto tra le potenze regionali e internazionali, il Libano non deve avere una vera e propria aviazione militare. Ma entro l’anno prossimo potrà usare sei nuovi velivoli militari che gli Stati Uniti consegneranno in nome della “guerra al terrorismo”.
Secondo quanto affermato dall’ambasciatore americano ad interim in Libano, Richard H. Jones, l’accordo per la consegna dei sei velivoli, annunciato nel 2014 e raggiunto nel 2015, sarà rispettato. Nonostante l’Arabia Saudita, che doveva coprire parte delle spese per conto del Libano, si sia tirata indietro negli ultimi mesi.
“Gli aerei saranno consegnati nel 2017”, afferma Jones al The Daily Star di Beirut. L’ambasciatore si riferisce a sei A-29 Super Tucano della brasiliana Embraer. Sono aerei usati per lo più per missioni di sorveglianza e anti-guerriglia, ma possono condurre solo attacchi leggeri diurni. L’aviazione libanese è composta attualmente da 52 elicotteri da ricognizione e combattimento, da tre Cessna AC-208 e da 12 droni, aerei senza pilota. I Super Tucano, prodotti a partire dal 1996 per controllare le foreste amazzoniche, sono usati per lo più in America Latina e in Africa, oltre che in Afghanistan; nessuna aviazione occidentale ne fa uso.
Originariamente Riyad doveva pagare per conto del Libano un miliardo di dollari agli Stati Uniti. Ma con la crisi tra Iran e Arabia Saudita, la petromonarchia ha sospeso ogni sostegno alle Forze armate libanesi affermando che queste sono di fatto usate in difesa dei miliziani sciiti filo-iraniani Hezbollah, che dal 2012 nella guerra in Siria contrastano gli interessi sauditi nell’area.
Al di là della fornitura dei sei velivoli, gli Stati Uniti continuano il loro sostegno all’Esercito di Beirut. Forze speciali americane – ha detto l’ambasciatore – addestrano i loro colleghi del paese dei Cedri. “Negli ultimi dieci anni abbiamo investito un miliardo e 400 milioni di dollari nell’esercito libanese”, ha detto Jones. E Washington continua a partecipare al potenziamento degli organi di polizia.

I clan sunniti sono la chiave per evitare un massacro a Falluja
Falluja (al-Sharq al-Awsat). Circa 105 mila civili restano intrappolati nella roccaforte dello Stato Islamico (Is) situata 70 km a ovest della capitale irachena, ma un gruppo di clan arabi sunniti locali è riuscito a infiltrarsi e trarre in salvo numerose famiglie. Le tribù sunnite rimangono fondamentali perché sono tra i pochi attori a godere della fiducia della popolazione locale, schiacciata tra i miliziani dell’organizzazione tafkirita e le forze governative sostenute dalle milizie sciite filo-iraniane. I leader tribali affermano di essere riusciti a trarre in salvo 250 famiglie, a compimento di una missione che potrebbe preludere a un ruolo più significativo dei clan sunniti nell’evacuazione dei civili.
Falluja si trova in una posizione strategica per l’Is, poiché permette all’organizzazione di infiltrarsi a Baghdad e compiere i suoi attentati suicidi; d’altra parte, le forze governative da tempo provano a riprendere la città, ma le loro operazioni hanno subito una battuta d’arresto anche per via della presenza dei civili asserragliati al suo interno.
In questo scenario, gli Usa vorrebbero sostenere i clan sunniti per evitare rappresaglie sulla popolazione da parte delle milizie sciite, ma attualmente il panorama delle tribù è diviso tra sostenitori dell’Is, collaboratori del governo iracheno e milizie che preferiscono rimanere neutrali.

I sauditi si volgono contro al-Qaida alla vigilia dei negoziati di pace yemeniti
Sanaa (al-Akhbar, al-Bayan). Mentre lo Yemen attende l’entrata in vigore del cessate il fuoco prevista per il 10 aprile, si sono intensificati i raid della coalizione filo-saudita sulle postazioni di al-Qaida a Zinjibar, nella regione meridionale di Abyan. La città era caduta a febbraio in mano ai qaidisti, che fino a poco tempo fa hanno combattuto a fianco della coalizione e mantengono il controllo di svariati centri urbani anche nello Yemen occidentale.
Nel frattempo, gli alleati di Riyad hanno proseguito la loro offensiva contro gli huthi zaiditi sciiti filo-iraniani nella regione meridionale di Taiz e in quella sud-occidentale di Shabhwa, oltre che lungo il confine nel nord-ovest del paese.
La tempistica di tali operazioni non è casuale: da una parte la coalizione filo-saudita punta a ridurre il peso militare di al-Qaida agli occhi della comunità internazionale – che monitorerà gli svolgimenti dei negoziati diretti in Kuwait a partire dal 18 aprile; dall’altra prosegue il suo conflitto con gli huthi per strappare loro il maggior numero possibile di territori prima dei colloqui di pace.

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