giovedì 10 marzo 2016

«Cento giorni di solitudine»: le foto dell'artista di Gaza auto-reclusa in casa - Io Donna

Una ragazza imbronciata tra pareti color acquamarina, con poca luce, che gioca con ceste di frutta, una chitarra, una macchina da scrivere e una per cucire, un gallo impertinente, una scala. Gesti che avrebbero un significato soltanto dentro una prigione, dove i sensi sono obbligati a dilatarsi per cercare vita dietro ogni angolo. La prigione della giovane artista Nidaa Badwan è la Striscia di Gaza, sigillata da Israele e soffocata dall’integralismo del partito islamico di Hamas, che proibisce l’arte, la musica, ha chiuso i luoghi di ritrovo per i giovani e impone il velo alle donne.
Un giorno di novembre del 2013, Nidaa cammina nel campo profughi di Deir al-Balah, nel sud della Striscia, dove vive con la famiglia. È a capo scoperto e in compagnia di alcuni ragazzi: motivi sufficienti per essere arrestata, malmenata e tenuta in cella per tre giorni. Per rilasciarla, i miliziani di Hamas le impongono di firmare l’impegno a mettersi il velo ogni volta che uscirà di casa, “e allora ho deciso” racconta lei: “Piuttosto che sentirmi in galera, non uscirò più dalla mia camera. E la trasformerò nel mio unico e autentico spazio di libertà”.
Nidaa Badwan si auto-incarcera per mesi, affidando alla macchina fotografica i ritratti di un isolamento che ha il sapore della ribellione ma anche dell’ascolto intimo di se stessa, lontano dalla morte e dalla distruzione di Gaza. La sua serie di foto Cento giorni di solitudine arriva nelle mani di un giornalista del New York Times, e da allora dei chiaroscuri della ragazza palestinese si comincia a parlare in tutto il mondo, come istantanee della disperazione di tutti gli abitanti di Gaza. Una denuncia della mancanza di libertà che affligge due milioni di persone, in gran parte giovani, in un territorio militarizzato che impone privazioni, povertà e impossibilità di movimento.
Ora Cento giorni di solitudine è in mostra in Italia, al museo MO.C.A. di Montecatini Terme, fino a domenica 13 marzo, e nella giornata di chiusura l’artista sarà presente per una visita guidata. Il suo silenzio creativo rivive non solo nelle foto, ma anche in una ricostruzione a grandezza naturale, tre metri per tre, della camera in cui Nidaa ha tentato di estraniarsi dalla frustrazione che impregna la sua terra. “Sono rimasta là dentro anche durante i bombardamenti israeliani dell’estate 2014” ci dice. “Paradossalmente il nostro problema più grave non è la guerra, ma l’insieme di restrizioni imposte da Hamas: non esiste più un cinema, un luogo dove ritrovarsi. I giovani si suicidano, quando non riescono ad andarsene”. Lei, che oggi ha 29 anni, invece ce l’ha fatta a vincere la segregazione: invitata a presenziare alla mostra di Montecatini dall’associazione romagnola Arte di Essere, ha ottenuto da Israele e da Hamas il permesso di evadere dalla prigione Gaza. “Lo devo soprattutto a padre Ibrahim Faltas, il francescano parroco di Gerusalemme: senza di lui le autorità non mi avrebbero considerata”. E grazie al segretario alla cultura della Repubblica di San Marino, l’artista potrà fermarsi in Italia per qualche mese collaborando con l’università.
I suoi Cento giorni di solitudine sono già esposti in Danimarca al museo Trapholt, in una collettiva che proseguirà fino a settembre, e presto arriveranno anche a Berlino. Mentre l’anno prossimo Nidaa Badwan tornerà in Italia, a Milano, per presentare il suo nuovo progetto artistico sull’autismo, dedicato al fratello Abood affetto da questa patologia. “Il mio sogno? Aprire una galleria per dare spazio agli artisti che, come me, devono lottare per potersi esprimere”.
Domenica 13 marzo, ore 17, visita guidata gratuita della mostra Cento giorni di solitudine al Mo.C.A. (Montecatini Contemporary Art), Montecatini Terme, viale Verdi 46. Tel. 366/7529702, email: mocamct@gmail.com

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