lunedì 14 marzo 2016

Alessandro Treves : Le 3 Alef del regime



Le 3 Alef del regime
di Alessandro Treves

 
Chi si ricorda più delle “Tre A del Regime”? Mario Appelius, Rino Alessi, Giovanni Ansaldo, i “commentatori ai fatti del giorno” dell’EIAR che, nei primi anni del secondo conflitto mondiale, duellavano con l’informazione libera di Radio Londra per riallineare al fascismo il sentire ormai incerto e confuso della maggioranza degli italiani. Mi sono tornati in mente leggendo l’editoriale di Ha’aretz del 12 febbraio, che racconta del nuovo tentativo di addomesticamento di Galei Zahal, la radio militare israeliana finora nota per la sua libertà d’espressione. Dopo che il popolare commentatore Razi Barkai ha avuto l’infelice idea di tentare un raffronto improprio fra il dolore dei genitori dei soldati morti a Gaza che non hanno potuto seppellire i loro cari, e quello dei genitori dei ragazzi palestinesi il cui cadavere non viene loro restituito per la sepoltura, la trasmissione di Barkai è stata dimezzata per ordini dall’alto, e gli è stato imposto un controcanto del commentatore di destra Erel Segal. Riuscirà la ‘normalizzazione’ della cara vecchia Galatz, cui sono affezionati innumerevoli ascoltatori?
Se anche non dovesse avere pieno successo, ci sono numerosi altri “commentatori ai fatti del giorno”: il governo dispone di una nutrita schiera di grintosi portavoce, da quelli istituzionali ai volontari autonominatisi guardiani dell’ebraicità d’Israele. Chi volesse tentare un raffronto improprio con quelli di 75 anni fa non ha che l’imbarazzo della scelta.
Im Tirtzù (si scrive con l’alef) ha dimostrato l’efficacia delle sue azioni di squadrismo mediatico contro gli “infiltrati” del nemico (le associazioni per i diritti umani) e chi li appoggia (Amos Oz, Gila Almagor, Haim Topol, eccetera). Tanto che Eran Wolkowski, nella sua vignetta su Ha’aretz del 12 febbraio, ritrae Bibi che rassicura sua moglie Sara (riconosciuta mercoledì 10 colpevole di maltrattamenti al proprio maggiordomo Meni Naftali): “di quello là, lascia che se ne occupi Im Tirtzù”. Per essendo un gruppo e non un singolo, Im Tirtzù potrebbe essere forse paragonato, per la cieca fiducia e gli slogan lapidari, a Mario Appelius, quello dell’invettiva “Dio stramaledica gli Inglesi!”, che promosse il Manifesto della Razza, rimase fascista convinto, evitò il carcere grazie all’amnistia di Togliatti e morì nel 1946 prima che ci si chiedesse cosa fare di lui dopo la Liberazione. Di Im Tirtzù ci si augura, beninteso, solo la scomparsa come gruppo organizzato.
Ayelet Shaked, che lunedì 8 febbraio è riuscita a far approvare in prima lettura dalla Knesset il disegno di legge che mira a spingere nell’angolo le organizzazioni per i diritti umani, sulla questione razziale ha dimostrato indubbie abilità. Come nota Asher Schechter il 10 febbraio su Ha’aretz, lei che è ministro della Giustizia ha fatto una bellissima figura agli occhi dei propri sostenitori andando a trovare le famiglie dei giovani terroristi ebrei. Invece i tre deputati arabi che sono andati a trovare le famiglie dei giovani attentatori palestinesi sono stati sospesi per alcuni mesi dalla Knesset. Tranne che per la sua femminilità, la scaltra Ayelet potrebbe forse essere assimilata a Rino Alessi. Il quale, direttore del quotidiano di Trieste Il Piccolo di proprietà dell’ebreo Teodoro Mayer, se ne impossessò dopo le leggi razziali (cui, beninteso, Alessi si vantò di esser stato contrario) e ne rimase poi tranquillamente proprietario (con solo qualche piccolo fastidio nei primi anni del dopoguerra) fino a lasciarlo in eredità al figlio Chino. Dopo un alquanto ipotetico ribaltone politico in Israele, Ayelet Shaked potrebbe vantare, oltre al bell’aspetto, di essere stata la prima deputata non religiosa del partito nazionale religioso, un merito spendibile sia con l’elettorato laico che religioso che femminista (di orientamento nazionalista); il suo futuro appare garantito.
Infine Gilad Erdan (si scrive sempre con l’alef), ministro della Pubblica Sicurezza, ha dimostrato, col suo articolo su Ha’aretz del 10 febbraio, di saper argomentare, con garbo e chiarezza, come la propria decisione di non restituire i cadaveri dei morti palestinesi sia stata dettata unicamente da un pacato buon senso. Buon senso e capacità di scrittura che lo potrebbero forse accostare ad un Giovanni Ansaldo in versione più scialba. Ansaldo, conscio delle proprie abilità e del proprio lignaggio, fu antifascista militante prima di convertirsi ad un convinto appoggio a Mussolini a metà degli anni Trenta, sostenerlo con veemenza, per poi vedere dove andava a finire, riuscire a farsi prendere prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre, far decantare gli anni del dopoguerra come prolifico scrittore, e tornare alla grande sulla scena nel 1950, come direttore del Mattino di Napoli, fino al 1965. Gilad Erdan non ha un curriculum straordinario, ma è già riuscito ad inserirvi vari screzi con Netanyahu, di cui peraltro alle ultime elezioni è stato il numero due e implicitamente il possibile successore. Screzi che potrebbero risultare preziosi se e quando si manifesti l’opportunità di una spallata all’ex-mentore. Martedì 9 febbraio è stato addirittura il New York Times a identificare nel suo volto pulito e fotogenico l’astro nascente del Likud. Sembra ancora meglio della direzione del Mattino di Napoli.
E chi invece volesse un commento libero ai fatti del giorno, deve rassegnarsi? Non ancora. Può vedere Gav Ha’Umah, per esempio, la trasmissione satirica del sabato sera ora su Arutz 10 (dopo che è stata per anni su Arutz 2 come Matzav Ha’Umah, lo Stato della Nazione). Sabato 20 febbraio ospitava, oltre ad un cameo di Meni Naftali, che ha avuto modo di fare uno sberleffo alla sua ex-padrona Sara Netanyahu, anche il povero Isaac Herzog, impegnato nella difficile sfida di far passare un messaggio politico serio fra i lazzi e le risate della pseudo-redazione. Non credo che molti elettori dei partiti di governo guardino Gav Ha’Umah; e quelli del partito laburista saranno rimasti perplessi per l’assoluta mancanza di rispetto verso il loro leader; ma per chi nutra il timore, o la speranza, che ai media israeliani stiano ormai mettendo la museruola, Gav Ha’Umah è una doccia fresca, a volte gelida. Le tre Alef del regime
Alessandro Treves
Alessandro Treves
Trieste e Tel Aviv

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