mercoledì 3 febbraio 2016

Rimmon Lavi : Due stati - una Patria:






Due stati - una Patria:
utopia durante un'ondata di terrore?
 
di Rimmon Lavi


Ci troviamo sia in Europa, sia in Israele di fronte al  dilagare di un terrore che pare senza spiegazione e senza soluzione razionale. In Israele l’attuale periodica ondata è iniziata ad agosto con il rogo doloso di una famiglia palestinese vicino a Nablus (ancora latitanti gli assassini ebrei) ed il successivo eccidio-vendetta di una coppia di coloni ebrei: l’ondata sembra incontenibile proprio perché virale e non organizzata. Nessuno sa cosa proporre a breve termine per ridurre l’infatuazione suicida di giovani palestinesi dopo 48 anni d’occupazione.
In tale atmosfera di disperazione pare forse assurdo presentare ai lettori di Ha Keillah una nuova iniziativa di pace, che sembra ancora più utopica ora di quanto lo fosse già quando è nata più di un anno fa con il lavoro comune di Meron Rappaport (noto traduttore dall’italiano in ebraico) e Awni-El-Mashni. Ma forse proprio adesso c’è bisogno di pensare “fuori dalla scatola” per aprire una nuova speranza di eguaglianza e cooperazione per un futuro migliore, in luogo della presente convivenza forzata ed iniqua, che produce violenza ed inevitabile progressivo “apartheid”.
L'idea - presentata sul sito http://www.2states1homeland.org - propone la formula “assieme e separati” , cioè due stati indipendenti in un territorio nazionale comune, aperto a tutti i loro cittadini, profondamente legati alla patria comune tra il mare e il Giordano , unitaria per storia, geografia, cultura ed economia. I due popoli potranno così realizzare in piena eguaglianza e in mutuo rispetto il loro reciproco diritto all’auto-determinazione e alla sicurezza, inclusa l’attribuzione di cittadinanza a nuovi eventuali immigranti ebrei in Israele e a rifugiati palestinesi che volessero tornare in Palestina. Organi comuni assicureranno la collaborazione in campi di sicurezza, ecologia, acqua, economia, per assicurare i diritti umani dei residenti nei due stati e per coordinare la lotta contro ogni forma di terrore.
  L’apertura graduale della frontiera (basata sulla linea verde del 1967) per turismo, visite, lavoro e commercio in tutto il territorio comune sarà reciproca, progressiva e concordata tra i due governi, come sarà concordato il numero di cittadini di ognuno dei due stati che potranno risiedere nell'altro stato, senza esserne cittadini, ma con tutti i diritti di pacifica residenza, soggetta alla legge locale, mentre il diritto di voto sarà espresso negli organi politici del rispettivo stato di cittadinanza.
 Gerusalemme resterà unita e aperta come capitale dei due stati, entro limiti concordati, governata con organi comuni, speciali e paritetici. I residenti palestinesi saranno cittadini della Palestina e quelli israeliani d'Israele. I luoghi santi saranno diretti in collaborazione da rappresentanti delle diverse religioni e della comunità internazionale, per assicurare libertà di culto a tutti.
Saranno assicurati pieni diritti civili personali e di gruppo ai cittadini arabi nello Stato d’Israele, con rappresentanza proporzionale negli organi di governo, in parallelo alla possibilità di uno status simile in Palestina per ebrei che preferissero averne la cittadinanza invece della residenza permanente.
Le riparazioni dei torti reciproci durante il prolungato conflitto e dei diritti dei profughi non creeranno nuovi torti, e i due stati risolveranno eventuali conflitti solo con mezzi pacifici.
Durante il 2015 l’iniziativa è stata presentata e discussa, sia in pubblico in Israele sia informalmente in Palestina, sulla base di un manifesto in ebraico, arabo e inglese, con la partecipazione di varie centinaia di israeliani e palestinesi: coloni ebrei assieme ad arabi residenti e rifugiati dal 1948 nei territori occupati, cittadini israeliani ebrei e arabi, ortodossi, musulmani, cristiani e laici. Gruppi di studio misti o paralleli di esperti provenienti anche da varie università israeliane e palestinesi hanno collaborato ad analizzare come promuovere l’iniziativa nei suoi vari aspetti: coordinamento governativo; cittadinanza, residenza e libertà di movimento; Gerusalemme, verso un'autorità metropolitana in comune; rifugiati; rimpatrio (ritorno-aliyà) e immigrazione; accordi di sicurezza. I risultati di questi lavori sono stati pubblicati in tre lingue col titolo “Two states in One Space” dall’IPCRI (Iniziative Regionali Creative Israelo-Palestinesi). Tra gli altri, ha collaborato anche l'italiana Benedetta Berti, docente di scienza politica all'INSS (Istituto di Studi di Sicurezza Nazionale) presso l'Università di Tel - Aviv.
Questi lavori dimostrano comprensione delle visioni storiche e degli interessi esistenziali delle due parti, ebraica e palestinese, e sincera ricerca di soluzioni "giuste" ed equilibrate per i due popoli, sia dal punto di vista pratico che simbolico. I lavori dimostrano inoltre sensibilità verso le tragedie sofferte dai due popoli: i problemi di base del conflitto quasi centenario si sono aggravati durante gli ultimi 48 anni a causa sia della colonizzazione ebraica nei territori occupati nel 1967, sia dell'identificazione della resistenza palestinese con le forme di terrore islamico globale che minacciano uno "scontro di civiltà e di religione" insolubile.
L'incredulità caratterizza l'assenza quasi totale di reazione dalla parte di soggetti istituzionali palestinesi, dei media, e del centro-sinistra israeliano: nessuno valuta che l’iniziativa possa essere accettata dal pubblico sia israeliano sia palestinese, e quindi viene ritenuta priva di valore politico o mediatico da sfruttare a breve termine o da presentare come meta e programma alternativi per tornare al potere.
La destra israeliana, che non s’interessa a iniziative di pace e la maggioranza dei coloni nazional-religiosi sono naturalmente furibonde, sia per la collaborazione all'iniziativa di coloni religiosi, allievi del deceduto rabbino di Tekoa Menahem Froman, sia per la legittimità accordata tanto a uno stato palestinese su parte della Eretz Israel "intera", quanto, peggio, alla prevista possibilità di "ritorno" dei profughi palestinesi del 1948 in Palestina come cittadini, e persino in Israele come residenti, se lo volessero. L’attuale maggioranza al potere non può immaginare che i coloni ebrei restino in Palestina non da padroni ma come "residenti" (invece dell’espulsione per lo meno parziale inclusa in tutte le altre proposte), e non riconosce l’assenza di speranza per i Palestinesi, i quali, a suo parere, dovrebbero ringraziare Dio e Israele per la loro migliore sorte rispetto a quanto succede a popolazioni arabe in vicine zone di conflitto.
Le formazioni della sinistra radicale in Israele, tanto più piccole quanto più divise, esitano a prendere posizione, malgrado il coraggioso tentativo di rendere legittimo e realizzabile il "diritto al ritorno" di profughi palestinesi, rifiutato assolutamente da tutto il consesso sionista (come a suo tempo anche le idee di due stati e di Gerusalemme non solo ebraica). È difficile, per chi si definisce anticolonialista, accettare che colonie ebraiche in Cisgiordania, fondate durante l'occupazione militare infrangendo la legge internazionale, appunto per impedire la possibilità di autodeterminazione palestinese, possano restare in loco. Molti (dei pochi) predicano o sognano la creazione (miracolosa?) di uno stato unitario, pluralista, democratico, laico e postcoloniale, che sembra oggi ancora più utopico, dato il terrore locale e quello fondamentalista in Europa, Africa e Medio Oriente.
Più problematica è la reazione dei gruppi palestinesi d'opposizione popolare di sinistra, che hanno impedito la presentazione stessa dell'iniziativa in una cittadina palestinese, perché considerata come un passo tipico di "normalizzazione" dello stato d'occupazione (che dura da 48 anni). Questi gruppi ritengono che le iniziative paritetiche rinforzino, anche se non nelle intenzioni oneste dei loro promotori, l’illusione che la attuale “coesistenza” forzata ed iniqua possa continuare con soli piccoli miglioramenti di forma (coesistenza oggi sconvolta dai pugnali di adolescenti).
Anche senza tenere il macabro calcolo di chi ha sofferto o ha fatto soffrire di più, l'impressione di equilibrio paritetico - che ci sembra dare speranza per un futuro di maggiore giustizia, come condizione di pace durevole  - non è comune a chi esperimenta giorno per giorno l’occupazione. Perciò lo stato di profonda ingiustizia e ineguaglianza odierna tra le due parti deve essere riconosciuto fin dall’inizio e non solo riparato nel futuro: si deve iniziare subito il "Tikkun", tanto per usare termine ebraico.
Peraltro, sia la nuova iniziativa, tanto positiva, che vi presento, sia le critiche della sinistra radicale israeliana e dell'opposizione palestinese non affrontano il cambiamento delle forze in gioco nel Medio Oriente attuale, sempre più instabile e imprevedibile. L'analisi anti-colonialista può forse spiegare parzialmente in quali condizioni economiche, sociali e politiche alcuni di questi fenomeni possono essersi sviluppati, ma non dà nessuna indicazione su quale strategia potrebbe contenere questi fenomeni una volta maturati, o indirizzarne positivamente le energie già scatenate. Per promuovere la ricerca di una soluzione, si devono ridurre i timori che ogni passo o concessione di una parte all'altra possa aggravare la situazione per la propria popolazione. In questa zona e in questo periodo d'instabilità, la gente, e non solo in Israele, trova lo status quo conosciuto (anche se cova chiaramente i semi di continua, periodica e sempre peggiore sventura) meno pericoloso di un cambiamento senza garanzie per un futuro ignoto.
 Vorrei concludere questa presentazione di una iniziativa piena di buone intenzioni, di proposte molto interessanti e di serie analisi sperando che si riesca a proporre atti sia formali sia anche pratici che rendano possibile la sua divulgazione in circoli più vasti.
Quanto al fatto che sembri un’utopia, basta pensare che anche lo stesso progetto sionista, nato sullo sfondo del processo Dreyfus e dei pogrom in Ucraina e Moldova, non sembrava certo meno utopico e irrealizzabile, e che esso non si sarebbe potuto attuare, anche se certo in modo molto diverso dalle intenzioni originarie, senza la forza della visione iniziale.                                                                                           
Rimmon Lavi,
Gerusalemme

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