giovedì 25 febbraio 2016

Palestina. Mohammed Al-Qiq, prigioniero della Parola Libera


 
 
 
 
 
Mohammed Al-Qiq è un giornalista palestinese, arrestato dalle forze di Occupazione israeliana. Che sta morendo di fame e di lotta in un carcere, nel silenzio…
osservatorioiraq.it





Mohammed Al-Qiq è un giornalista palestinese, reporter per il canale TV SaudiNews Agency Almajd. Nato nel 1982, sposato e padre di due bambini, uno di 1 anno e uno di 4, viveva insieme alla famiglia nel villaggio Abu Qash, nel distretto di Ramallah, in Palestina.
Arrestato il 21 novembre alle 2 di mattina, per incitamento a mezzo stampa - con il suo lavoro denunciava la repressione del popolo palestinese per mano israeliana - è stato portato nel carcere di Al-Jalame, nel nord della Cisgiordania, uno dei peggiori centri di detenzione dove per 25 giorni è stato interrogato, legato ad una sedia con gli occhi bendati e torturato. 
Oggi è in gravissime condizioni di salute, causate, oltre che dal trattamento disumano ricevuto nel carcere, dallo sciopero della fame iniziato più di 90 giorni fa, contro le torture che ha subito e contro la  detenzione amministrativa per mano israeliana.
Mohammed ha perso gran parte della vista e dell’udito e riesce a malapena a parlare, si rifiuta di prendere qualsiasi medicinale.
Nonostante questo l’Alta Corte di Giustizia Israeliana ha rifiutato la sua richiesta di essere trasferito in un ospedale palestinese, costringendolo a rimanere in quello israeliano di Afula. La Corte ha accettato comunque la richiesta di “congelamento” della detenzione amministrativa per il giornalista ormai in fin di vita, anche se questa "sospensione" per adesso non sta avendo alcun effetto reale. Il “congelamento” implica la sua liberazione, che non sta avvenendo, e dovrebbe permettere alla famiglia di prendersi cura di lui, anziché tenerlo imprigionato in ospedale, circondato dalla sicurezza israeliana.
La polizia palestinese non ha il permesso di recarsi ad Afula, così come l’intera famiglia di Mohammed, che vive nella paura di ricevere la telefonata che annuncia la sua morte. Lo stanno uccidendo piano piano, ed insieme a lui la sua intera famiglia.
La moglie, anche lei giornalista, ancora non ha avuto la possibilità di vederlo, e le uniche notizie le ricevono attraverso i canali d’informazione e grazie agli attivisti arabi israeliani che hanno la possibilità di fargli visita.
Ci sono manifestazioni per la sua liberazione in tutta la Palestina, dalla Cisgiordania a Gaza, da Gerusalemme ad Afula, ma nessuna risposta da parte del governo israeliano. La comunità palestinese sta sostenendo la sua liberazione, lottando contro questa misura detentiva illegale da ogni punto di vista.
Ma chi si prenderà cura della famiglia una volta che Mohammed non ci sarà più?
“Israele sta mandando un messaggio a tutti i giornalisti palestinesi. Se fai sentire la tua voce, noi sappiamo come fermarti. Non dobbiamo accusarti. C’è la detenzione amministrativa”. A parlare è Yousef Aljamal, un ricercatore del Gaza-based Center for Political and Development Studies.
La detenzione amministrativa è una procedura che consente ai militari israeliani di tenere indefinitamente reclusi prigionieri basandosi su prove segrete, senza incriminarli o processarli. Sebbene sia usata quasi esclusivamente per i palestinesi dei Territori Occupati, comprendenti Gerusalemme Est, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, anche cittadini israeliani o stranieri possono essere detenuti in via amministrativa da Israele.
La frequenza dell’uso di questa misura ha subito variazioni durante l’occupazione israeliana, ed è costantemente aumentata dall’inizio della seconda Intifada nel settembre 2000.
 A dicembre 2015 erano oltre 600 i detenuti palestinesi senza accusa né processo. Di questi, 19 sono giornalisti. 
Sebbene la legge internazionale permetta un uso limitato della detenzione amministrativa in situazioni di emergenza, alle autorità è richiesto di seguire alcune regole base nella detenzione, comprendenti un’udienza onesta nella quale il detenuto possa contestare le ragioni della sua detenzione. Oltre a ciò, per ammetterla, vi deve essere un’emergenza pubblica che minacci la vita della Nazione, e la detenzione può essere decisa solo singolarmente, caso per caso, senza alcuna discriminazione.
La detenzione amministrativa è la misura più estrema che le leggi umanitarie internazionali permettono ad un a potenza occupante contro gli abitanti di un territorio occupato. Pertanto, agli Stati non è consentito usarla in modo generalizzato.
Al contrario, la detenzione amministrativa può essere usata contro persone protette dei territori occupati solo per “ragioni imperative di sicurezza”. In pratica, Israele usa correntemente la detenzione amministrativa in violazione dei parametri stretti della legge internazionale.
Non a caso Israele dichiara di essere in permanente stato di emergenza, tale da giustificare l’uso dell’internamento, fin dalla sua nascita nel 1948. 
Inoltre, la detenzione amministrativa è spesso usata – in violazione diretta della legge internazionale – per punizioni criminali collettive, piuttosto che per prevenire minacce future. Ad esempio, è spesso irrogata nei confronti di persone sospettate di reato dopo un’indagine fallita o una mancata confessione.
Nella Cisgiordania occupata, l’Esercito israeliano è autorizzato a infliggere ordini di detenzione amministrativa contro civili palestinesi sulla base dell’art. 285 del Codice militare 1651. Questo articolo dà facoltà ai comandanti militari di detenere una persona fino a 6 mesi, rinnovabili se vi sono “ ragioni sufficienti per presumere che la sicurezza della zona o pubblica“ lo richiedano. La sicurezza “pubblica” o “della zona” non sono definite.
Alla data di scadenza o appena prima, l’ordine viene spesso rinnovato, e non vi è alcun riferimento esplicito alla durata massima possibile, legalizzando di fatto una detenzione indefinita.
La vicenda di Mohammed Al-Qiq è l’ennesima prova di come il governo israeliano stia violando i diritti umani dei cittadini palestinesi, di come stia ignorando il diritto internazionale sotto lo sguardo ignavo dell’intera comunità internazionale. Il sentimento d’impotenza sta portando questo popolo a una frustrazione generale, e noi ne siamo testimoni.
Qui la video-storia di Mohammed Al-Qiq. 
Qui la video-intervista a Fahya Shalash, moglie di Mohammed Al-Qiq. 

*I video sono stati realizzati in collaborazione con Elia Association for Youth, Palestina. Per ulteriori informazioni e rimanere aggiornati, visitate: www.storiesfrompalestineblog.wordpress.com

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