domenica 21 febbraio 2016

Ora o mai più: perché Erdoğan vuole invadere la Siria


 
 
 
 
 
 
L’intervento militare della Russia in Siria ha avverato i principali incubi della Turchia. A cinque mesi dall’inizio delle operazioni aeree, il presidente Vladimir…
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[carta di Laura Canali tratta da Limes 9/15 Le guerre islamiche]
Il presidente della Turchia è pronto a un intervento militare diretto per fermare la triplice avanzata di al-Asad, curdi e profughi. L’Arabia Saudita è interessata ma vorrebbe il beneplacito degli Usa. Forze armate di Ankara contro Forze armate di Mosca nella battaglia per Damasco: può essere il preludio della terza guerra mondiale.
L’intervento militare della Russia in Siria ha avverato i principali incubi della Turchia.

A cinque mesi dall’inizio delle operazioni aeree, il presidente Vladimir Putin è infatti riuscito a porre Mosca al centro del grande gioco siriano, allestendo una vasta coalizione che nell’ultimo mese ha imposto un nuovo corso alla guerra civile.

Dopo mesi di sconfitte, il presidente siriano Bashar al-Asad è tornato a guadagnare terreno nei confronti dei ribelli, soprattutto ad Aleppo. Grazie al sostegno di Iran (da terra) e Russia (dall’aria), Asad e le milizie curde hanno inoltre reciso il corridoio che legava la Turchia alle aree di Aleppo controllate dall’opposizione.

Sempre grazie al sostegno aereo di Mosca, il Pkk siriano scorrazza ormai liberamente a Ovest dell’Eufrate. Viste da Ankara, queste dinamiche delineano uno scenario catastrofico: ribelli in ritirata, Asad nuovamente sovrano ad Aleppo e nelle aree sunnite, curdi detentori di una regione autonoma che si estende dall’Iraq al Mediterraneo.

Tutto ciò ha riportato all’ordine del giorno l’eventualità che la Turchia entri direttamente nella guerra siriana con un intervento di terra. Non è la prima volta che se ne parla. Stavolta, però, la prospettiva sembra essere diversa. Così come diverse sono le condizioni sul terreno.

Ankara sembra aver trovato un alleato disposto a condividere obiettivi, rischi e sacrifici di un intervento di terra in Siria. L’11 febbraio il sottosegretario alla Difesa saudita Ahmed Asiri ha annunciato che Riyad potrebbe realizzare operazioni di terra nel paese tra marzo e aprile.

Il giorno dopo, il ministro degli Esteri del Regno Adel al-Jubeir ha messo in chiaro che Assad deve essere rimosso. Se necessario, con la forza. Il 13 febbraio, il suo omologo turco Mevlüt Çavuşoğlu ha dichiarato che Ankara e Riyad hanno raggiunto un accordo per il dispiegamento di aerei da guerra sauditi nella base di İncirlik. Insomma, i sauditi sembrano ancora più determinati dei turchi.

L’intervento turco-saudita in Siria, come ha detto chiaramente al-Jubeir e ammettono anche i dirigenti turchi, è però legato a una condizione: il beneplacito Usa. Che è tutt’altro che scontato.

Per gli Stati Uniti la situazione in Siria non potrebbe essere migliore. Mentre alleati, cosiddetti alleati, rivali e presunti rivali si scannano in un teatro secondario sprecando risorse economiche, militari e geopolitiche, Washington è infatti libera di far slittare il suo asse geopolitico verso l’Asia che conta senza correre il rischio che nella palude mediorientale emerga una potenza regionale in grado di sfidare la sua egemonia. Le probabilità che gli Stati Uniti appoggino l’eventuale intervento turco-saudita in Siria sono dunque pari a zero. O quasi. “Che dovremmo fare? Entrare in guerra con la Russia?”, ha commentato laconicamente il segretario di Stato John Kerry qualche giorno fa.

L’incognita, dunque, non è se Washington appoggerà l’intervento di terra turco-saudita, ma se Ankara e Riyad entreranno nella guerra siriana anche senza la copertura americana. Difficile prevederlo.

Per Ankara, tuttavia, intervenire in Siria è diventata una questione di sopravvivenza. Per almeno tre ragioni.

La prima è che da quando la Russia e l’esercito siriano hanno intensificato le operazioni militari nell’area di Aleppo, le ondate di profughi verso il confine turco si sono moltiplicate. Decine di migliaia di siriani si accalcano ai posti di frontiera. Altre centinaia di migliaia potrebbero arrivare nel prossimo futuro. La Turchia, che già ospita tre milioni di rifugiati, ha da tempo raggiunto il livello di saturazione.

Erdoğan ha spesso utilizzato i rifugiati siriani come armi. Putin però sa farlo meglio di lui. Probabilmente, le notizie relative alle stragi compiute dalle bombe russe nei mercati e negli ospedali non sono interamente vere. La copertura dell’offensiva russa nel Nord della Siria da parte di giornalisti come Julian Röpcke della Bild, tuttavia, dimostra che il terrore della popolazione civile è cresciuto esponenzialmente. Le ondate di profughi al confine turco-siriano, d’altra parte, sono un dato di fatto. Con questa mossa, Putin non intende colpire solo la Turchia ma soprattutto l’asse nascente tra Ankara e Berlino, palesato dall’appoggio di Angela Merkel alla zona di sicurezza richiesta del governo turco.

La seconda ragione riguarda i curdi siriani. Grazie al sostegno aereo della Russia e all’alleanza stretta con il regime di Asad, le Ypg si muovono ormai liberamente a Ovest dell’Eufrate e a Est di Afrin. Negli ultimi giorni le milizie curde hanno preso la città di Tel Rıfat e stretto d’assedio Azez, provocando una furiosa reazione del primo ministro turco Davutoğlu. I curdi siriani, ormai, pensano in grande. Assad, già lo scorso anno, gli ha promesso l’autonomia in caso di riconquista della Siria. Un salto di qualità notevole per chi fino al 2011 non gli garantiva neanche la cittadinanza. Queste manovre militari stanno inoltre cambiando la struttura demografica del Nord della Siria.

Carta di Laura Canali in esclusiva per Limesonline

Quanto accaduto a Tel Abyad a giugno esemplifica chiaramente questa dinamica. In occasione degli scontri tra le Ypg e lo Stato Islamico nella città al confine turco-siriano, 24 mila civili sono fuggiti in Turchia: 4 mila curdi e 20 mila arabi. I 4 mila curdi sono tornati a Tel Abyad dopo la sua “liberazione”. I 20 mila arabi hanno preferito rimanere nei campi profughi oltreconfine piuttosto che tornare nella città ormai governata dal Pyd. Il Kurdistan si fa anche così. In questo contesto, è necessario precisare che nessun governo turco, di qualsiasi orientamento politico, in qualsiasi circostanza spazio-temporale potrebbe mai accettare che al Pkk venga garantito il crisma della statualità.

Perché il Pkk non vuole uno Stato curdo. Vuole un proprio “stan” da governare con metodi che non riflettono esattamente l’ideale di libertà per il quale secondo i media occidentali combattono i rivoluzionari curdi. L’obiettivo di Erdoğan, peraltro, non è solo prevenire la nascita di un “Pkkstan” nel Nord della Siria, ma creare le condizioni per la ripresa del processo di pace, congelato dal presidente in primavera per due ragioni: l’ascesa elettorale dell’Hdp e il rafforzamento regionale del Pkk. Il primo problema è stato risolto. Dopo le elezioni del 7 giugno il bluff di Demirtaş è stato smascherato e il co-segretario dell’Hdp è tornato a fare ciò che più gli si addice: il faccendiere del Pkk. Per superare il secondo ostacolo alla ripresa dei negoziati, Erdoğan deve sconfiggere il Pkk in Siria, ormai il fronte principale della guerra all’organizzazione curda. Attaccare il Pkk in Siria, come la Turchia sta facendo dal 13 febbraio, senza prima chiudere il fronte interno è tuttavia molto rischioso. Nonostante le dichiarazioni ottimistiche del ministro dell’Interno Efkan Ala, le operazioni militari nel sud-est della Turchia non hanno ancora prodotto i risultati sperati. Anzi. In primavera il Pkk potrebbe lanciare un’offensiva in grande stile che coinvolgerebbe anche la Turchia occidentale.

Su questo fronte, inoltre, aspettarsi l’appoggio degli Usa è quantomeno illusorio. Washington ha ribadito ad nauseam che non considera il Pyd un’organizzazione terroristica. Un cortocircuito logico piuttosto curioso, considerando che i curdi siriani sono eterodiretti da Kandil, quartier generale del Pkk in Iraq. Per dimostrarlo basta considerare che le armi fornite alle Ypg (anche dagli americani) vengono trasferite in Turchia attraverso tunnel scavati tra la città siriana di Qamishli e la città turca di Nusaybin.

La terza ragione, infine, è legata a quanto sta accadendo ad Aleppo, vero centro di gravità della Siria e reale posta in gioco della guerra mondiale in corso nel paese. L’avanzata della coalizione russo-sciita ha reciso il corridoio che connetteva la Turchia alle aree di Aleppo controllate dai ribelli sostenuti da Ankara, indebolendo enormemente la possibilità di questi ultimi di fronteggiare l’offensiva di Putin e al-Asad. Dalla prospettiva turca, la caduta di Aleppo si tradurrebbe in un collasso della sua influenza nella regione delimitata dalla linea Mosul-Homs, il cuore della profondità strategica neo-ottomana. Alla luce della situazione sul terreno, è del tutto evidente che Erdoğan può difficilmente prevenire questa catastrofe geopolitica attraverso gli attori di prossimità che a lui fanno riferimento. Il mood prevalente nei circoli governativi è: ora o mai più.

Se dipendesse esclusivamente dal “sultano”, i Mehmetçik sarebbero in Siria già da un pezzo. Con o senza gli americani. Se i soldati turchi non hanno ancora varcato il confine, è perché fino ad oggi i generali sono stati in grado di frenare gli ardori bellici del presidente. Alla luce dei rapporti di forza interni, però, il potere di interdizione dei paşa potrebbe esaurirsi presto.

Inoltre, è bene tenere a mente che i parametri razionali (assenza di una risoluzione Onu e dell’appoggio americano, rischio di un confronto diretto con Russia e Iran) non possono costituire la base per prevedere le azioni di Erdoğan. Se il 24 novembre mattina qualcuno avesse affermato che la Turchia avrebbe abbattuto un Su-24 russo sarebbe stato come minimo internato. Forse è anche alla luce della fortissima componente antropologica dell’attuale geopolitica turca che un giornalista navigato e generalmente molto misurato come Murat Yetkin si sia sentito di affermare a chiare lettere che “la Turchia è sulla soglia della guerra”.

L’attentato del 17 febbraio ad Ankara aumenta le possibilità che questa soglia venga superata. L’attentatore è infatti un rifugiato siriano membro delle Ypg, come ha confermato Davutoğlu. Uno dei leader del Pkk, Cemil Bayık, ha parlato di “possibile ritorsione” contro la politica dell’Akp nella regione curda, non rivendicando l’attentato ma tradendo una certa soddisfazione per l’accaduto. Questo evento avrà l’effetto di rafforzare la determinazione con la quale la Turchia continuerà a colpire le posizioni dei terroristi curdi nel Nord della Siria. Non solo. L’attentato di Ankara potrebbe far crollare le residue resistenze dei militari, obiettivi dell’attacco, e convincerli del fatto che il fronte della guerra al terrore va allargato alla Siria. Mettendo gli stivali sul terreno. Inoltre, la strage di Ankara rende sempre più insostenibile la posizione degli americani. A meno di non voler allargare ulteriormente la crepa nelle relazioni con la Turchia, Washington non potrà continuare a sostenere un’organizzazione terroristica che realizza attentati nella capitale di un suo alleato. Se la soglia di cui parla Yetkin venisse oltrepassata, le conseguenze geopolitiche sarebbero a dir poco clamorose.

L’intervento militare turco in Siria rischierebbe di produrre il maggior conflitto turco-iraniano dal 1639. Ankara e Teheran sembrano due pugili che si studiano in attesa di affondare il colpo. Nel 2015, l’interscambio tra i due paesi è crollato. Una dinamica che non può essere spiegata unicamente con il crescere della rivalità regionale. Il commercio bilaterale turco-israeliano, ad esempio, è aumentato costantemente dopo la crisi della Mavi Marmara. Il presidente del Comitato Affari esteri della Duma Konstantin Kosachev ha affermato senza mezzi termini che “se la Turchia entra in Siria, dovrà vedersela con l’Iran. E, peggio ancora, con la Russia”.

La paura di un confronto militare turco-russo, che metterebbe la Nato in una posizione delicatissima, è uno spettro che attanaglia il mondo forse ancor più di quanto a suo tempo faceva quello evocato da Marx nell’incipit del Manifesto. Come dimostra la crisi turco-irachena seguita all’incidente di Bashika, infatti, tale confronto non sarebbe limitato alla Siria.

Mosca potrebbe dare vita a una vera e propria guerra asimmetrica contro Ankara. C’è ad esempio chi ritiene che la Russia potrebbe indurre l’Armenia ad attaccare l’Azerbaigian per trascinare la Turchia, alleata di Baku, in un conflitto caldo nel Caucaso. D’altra parte, c’è chi ipotizza che per indebolire la posizione russa in Siria i turchi potrebbero creare un diversivo in Ucraina, paese dal quale Davutoğlu ha recentemente attaccato Mosca con toni che non hanno precedenti.

L’intervento militare turco in Siria potrebbe dunque essere il preludio dell’Armageddon. Di quella terza guerra mondiale evocata ultimamente dal primo ministro russo Medvedev.

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