giovedì 25 febbraio 2016

"Israele e Palestina cercano narratori" iniziative di dialogo degli artisti


L'associazione israeliana Breaking the silence ha già fatto discutere. Nata nel corso della Seconda Intifada, è formata da veterani dell'IDF che desiderano fare luce sui punti oscuri del conflitto israelo-palestinese. Per loro la parola chiave è "occupazione", come per gran parte della sinistra israeliana.
Questo termine può non essere ben accolto da tutti. Per molti si tratta di una "gestione" di terre conquistate dopo una guerra in cui Israele era stato aggredito, dall'Egitto e altri Stati arabi, e aveva rischiato di scomparire (era il 1967). Un'incombenza sgradita e costosa: in termini di vite umane, di tenuta della democrazia - Avraham Burg ha dovuto invocare la costituzione di un "Ministero della Sicurezza Democratica" per poter continuare a dibattere vivacemente come si è fatto fino alle recenti recrudescenze del conflitto - e soldi, si stima più del 50% del PIL.
Tuttavia, la visione critica della "occupazione" sta generando almeno un aspetto positivo: l'interesse crescente del mondo dell'arte per un conflitto che scrittori, registi e altri intellettuali sentono come una ferita, alla quale cercare di dare risposta con lo storytelling, la narrazione poetica. Invece di una babele o di uno scontro di "narrazioni", che sembra l'esito più probabile di negoziati perennemente in stallo, Breaking the silence sta promuovendo un progetto, che sfocerà nella pubblicazione di un libro in contemporanea negli USA e in Israele, a giugno 2017, nella quale scrittori come il Nobel Mario Vargas Llosa, Michael Chabon e altri cercano una "narrazione letteraria" del conflitto israelo-palestinese.
Gli autori, provenienti da Inghilterra, Irlanda e numerosi altri Paesi e in alcuni casi dalle culture ebraica e palestinese, visiteranno diverse volte Israele e i Territori e trarranno dalla loro esperienza un racconto ciascuno per quest'opera collettiva.
Inoltre, proprio in questi giorni un'altra Nobel della letteratura, la bielorussa Svetlana Aleksievic, si è recata a un'iniziativa di pace in Israele. Autrice di La guerra non ha un volto di donna, sul contributo delle donne alla guerra sovietica di difesa dall'aggressione nazista, la Alexievic ha molte idee da confrontare con le donne, e anche gli uomini, di Israele e Palestina.
"Nel mio villaggio natale in URSS", racconta la scrittrice, "ricordo che quando gli uomini erano assenti per combattere, la società era più flessibile e più umana". E aggiunge: "Questa è la piccola storia, che spesso si contrappone alla grande storia. Io ho scelto di narrare la prima". Come ha riportato Haaretz nell'articolo Nobel Laureate Tells Dark Story in Tel Aviv del 22 febbraio 2016, sono fluiti nel suo discorso "paragoni spontanei" con Breaking the silence e con la "piccola storia" del libro Borderlife di Dorit Rabinyan, il testo scandalo sulla storia d'amore tra una donna israeliana e un uomo palestinese, che il governo Netanyahu ha proibito di leggere a scuola.
Haaretz aveva anche scritto mesi fa  che, nel paniere che spetta ai vincitori degli Academy Awards (gli Oscar) per il cinema, sarebbe compreso un viaggio di dieci giorni del valore di 55.000 dollari in Israele, in modo tale che il mondo di celluloide e le sue celebri star non possano dire di ignorare l'ospitalità della democrazia israeliana. In realtà questa pare sia un'iniziativa autonoma di un'azienda che collabora con l'organizzazione del premio, ma avrebbe agito senza alcuna autorizzazione da parte della Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Tuttavia i giornali israeliani sono prodighi di consigli per i vincitori della statuetta che si vogliano recare in Israele.
Un artista del calibro di Daniel Barenboim ha sfidato il clima di guerra presente in Israele e nei Territori fondando un'orchestra mista israelo-palestinese. È un grande testimonial di Israele nel mondo, ma rivendica da sempre il diritto a criticarne la politica. Barenboim è arrivato a sfidare le leggi in Israele, per esempio per poter eseguire la musica di Wagner, vietata nel Paese a causa del fatto che è considerata da molti "la colonna sonora del nazismo", e qualcuno sostiene che le SS facessero risuonare le sue note durante le uccisioni di massa nelle camere a gas. Per la musica pop, abbiamo la cantante israeliana Noa, che chiede di poter onorare la scena artistica israeliana, ma criticare anche l'establishment di Israele. "Che tacciano le armi in Medioriente" era un vecchio slogan pacifista. Ora si può dire: "Che parlino la musica e le lettere".
Carolina Figini, Redazione Gariwo

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