martedì 23 febbraio 2016

Iraq. A Mosul, dove le donne dicono "no" a Daesh


 
 
 
 
 
Il viaggio del web magazine iracheno "Yalla" a Mosul, grazie alle testimonianze raccolte dalla città controllata da Daesh.
osservatorioiraq.it



Il viaggio del web magazine iracheno "Yalla" a Mosul, grazie alle testimonianze raccolte dalla città controllata da Daesh. Dove la resistenza civile delle donne può essere rispondere a un questionario. 


L’insegnante spinge le mani a fondo nelle tasche del cappotto, cercando di ripararsi dal freddo pungente mentre cammina tra i modelli del sistema digestivo umano e lo scheletro appoggiato all’angolo.
Le pareti completamente bianche della classe sono tristi, l’unica luce entra da una finestra oscurata, così che le poche studentesse donne – meno del previsto viste le tante sedie vuote – possano togliersi il velo mentre studiano.
Fuori, i membri armati della Hisba - la polizia “morale” di Daesh - stanno controllando i corridoi delle facoltà e le classi.
E’ così che Shadia (nome di fantasia), insegnante alla facoltà di Medicina di Mosul, descrive la situazione nella sua classe. Yalla, il nostro giornale, ha passato le ultime due settimane a parlare con le donne che lavorano nel settore dell’istruzione a Mosul (la città irachena, seconda per importanza dopo Baghdad, conquistata da Daesh nell’estate 2014 e tuttora sotto il suo pieno controllo, ndt) per provare a raccontare quale sia la situazione in città.
Shadia ha coraggiosamente accettato di parlare con noi via Skype, che nonostante l’instabilità della connessione Internet resta il modo più affidabile per contattare i residenti di Mosul.
“Ogni mattina alle 9 devo essere in classe. Daesh mi costringe a lavorare anche se non percepisco lo stipendio dallo scorso anno, spiega.
Nella sua classe ci sono 20 studentesse, alcune delle quali hanno scelto di continuare a frequentare l’università per sfuggire alla noia e alla monotonia delle proprie case, assediate da fame ed estrema povertà, e con la paura costante di morire – per i missili della Coalizione internazionale o per mano dei miliziani di Daesh. 
Sono altri gli studenti a pensare che la vita proceda bene, e che alle donne non sia affatto impedito di studiare: sono i figli dei membri di Daesh che, usciti da case confortevoli, arrivano al mattino con lo stomaco pieno. Per la maggioranza delle persone la realtà è che persino il carburante per preparare da mangiare scarseggia, nonostante l’inverno sia arrivato, e faccia freddo.
“Le differenze ideologiche tra gli studenti finiscono in conflitti quotidiani che richiedono il nostro intervento”, spiega Shadia. “Un giorno uno studente ha esclamato che ci avrebbe ‘aiutato Allah’.  E’ stato picchiato e bollato come infedele, perché la sua preghiera lasciava intendere la speranza di liberarsi dal Califfato”.

Siriani e giordani insegnano l’“aqidah” nelle classi
“Muovermi tra casa e la facoltà è la mia più grande sfida quotidiana”, prosegue Shadia. “Oltre a quella di riuscire ad entrare all’università senza che la polizia morale di Daesh abbia niente da ridire sul mio modo di vestire. Tra di noi, in segreto, chiamiamo l’ingresso della facoltà ‘il valico di Rafah’ (nome del punto di accesso tra l’Egitto e la Striscia di Gaza, unica via di uscita per i palestinesi, ndt)", racconta.
“Le guardie una volta mi hanno impedito di entrare perché la mia borsa era troppo colorata. Un’altra volta perché le mie scarpe facevano rumore. E mi hanno quasi arrestata quando ho alzato la voce per protestare. Mi hanno buttata fuori. Sono tornata a casa piangendo”. 
Il centro propagandistico di Daesh ha affisso centinaia di manifesti per le strade della città e dentro le università. Alcuni poster mostrano donne che vestono il niqab nero (il velo che copre completamente volto e corpo, lasciando scoperti solo gli occhi, ndt), con la scritta ‘Il tuo paradiso è il tuo abbigliamento rispettoso’.
Altri cartelli intimano agli uomini di non indossare i jeans, ma di optare per gli ampi pantaloni tradizionali. Di fare attenzione a lasciarsi crescere la barba, e di evitare di fissare (le donne, ndt).
La facoltà di Medicina è l’unica istituzione universitaria aperta alle donne da quando Daesh ha assunto il controllo della città. Come risposta al gran numero di assenti, Daesh ha chiuso molti altri dipartimenti dell’Università di Mosul, proibendo l’accesso alle ragazze nelle facoltà scientifiche, come ad esempio quella di Ingegneria. Il gruppo ha ridotto il corso di studi di Farmacia e Odontoiatria a tre anni, e a quattro per Medicina generale.
Il Dipartimento per l’Educazione (di Daesh, ndt) non ha cambiato il curriculum di studi per Medicina, a parte l’aggiunta dell’insegnamento della Aqidah (la dottrina religiosa, ndt), di cui abbiamo ottenuto una copia.
Il soggetto principale del volume è l’opposizione ai concetti di “democrazia, patriottismo, parità tra uomini e donne, e laicità”.
Inoltre, il partito Ba’ath (il partito di Saddam Hussein, al potere per anni, ndt) viene classificato come “composto da infedeli”, perché avrebbe “smesso di insegnare i principi della religione islamica”.
“Le studentesse ricevono lezioni di Aqidah una volta a settimana per due ore”, spiega Shadia. “Le lezioni sono tenute da insegnanti di nazionalità siriana e giordana”. 
Di recente i bombardamenti della Coalizione internazionale hanno gravemente danneggiato la facoltà di Medicina odontoiatrica, i magazzini dell’Istituto Tecnico e della facoltà di Agraria. Gli stessi raid hanno causato la morte di 10 studenti, tre dei quali erano ragazze.

Le insegnanti di Mosul dicono “no” a Daesh
La situazione nelle scuole primarie e secondarie non è molto diversa. Le insegnanti continuano a lavorare nonostante il governo iracheno trattenga i loro stipendi come forma di “risparmio obbligatorio”. Il Centro per l’Educazione di Daesh effettua visite mensili nelle scuole, intimorendo studenti ed insegnanti.
Riya è capo insegnante in una scuola per bambine. E’ sposata e ha 4 figlie che non hanno più frequentato la lezioni dopo che Daesh ha preso il controllo della città, nel giugno 2014.
“Ho protestato contro il curriculum scolastico presentato agli studenti, e come risultato sono stata pesantemente minacciata dal padre di una delle bambine il giorno dopo”, racconta.
Daesh il mese scorso ha ucciso Ashwaq al-Naimi, un’insegnante della scuola propedeutica al-Zohor, per aver “incitato” gli studenti a protestare contro il programma presentato dallo Stato Islamico. 
Per attirare le famiglie che hanno scelto di ritirare i propri figli dalle scuole, il gruppo ha abolito le tasse all’inizio dello scorso settembre. “Nonostante Daesh ci obblighi a tenere aperta la scuola, abbiamo solo 40 studenti per una capienza di 300”, spiega Riya. Daesh, inoltre, ha di recente distribuito un questionario chiedendo allo staff se desiderasse continuare a lavorare.
Quando l’80% delle persone ha risposto “no”, il sondaggio è stato annullato.“Le insegnanti non hanno avuto paura di dire la verità perché il questionario era anonimo. Questa, a mio parere, è comunque una forma di resistenza, per quanto possa apparire debole”, sostiene Riya.  

Il “Fiqh al-Shariah” e l’immagine della donna
Il “Fiqh al-Shariah” è un libro pubblicato da Daesh per le ragazze delle scuole superiori. Nelle scuole per ragazzi, di contro, l’enfasi è posta sull’educazione fisica, e questo testo non compare.
Si focalizza su alcuni versi del Corano e Hadith relativi alla purezza femminile e al ciclo mestruale, e promuove l’infibulazione.
“L’idea esposta in questo libro – ci spiega la direttrice scolastica di Riya – è in linea con i materiali islamisti del ministero dell’Educazione iracheno, perché entrambi descrivono la riproduzione come l’obiettivo principale nell’esistenza di una donna”.
Purtroppo, l’immagine che viene data della donna è questa nei materiali diffusi per ogni livello scolastico da Daesh.
Se si sfoglia “al-Qira’a”, un libro per i bambini che frequentano le prime classi delle elementari, si vedrà che le donne sono raffigurate con il niqab, dentro casa, circondate da bambini e un passo indietro rispetto all’uomo, il “mujahid” (combattente, ndt) con la sua barba lunga, che imbraccia un’arma.

*Questo articolo è stato originariamente pubblicato su “Yalla”, web magazine iracheno dedicato a tutte le comunità di minoranza, ed è disponibile quiLa traduzione dall’inglese è a cura di Cecilia Dalla Negra. La foto pubblicata è di Hassan Maash per Metrography , tutti i diritti riservati. 

15 Febbraio 2016
di: 
Suha Hoda per Yalla
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