domenica 14 febbraio 2016

Il nazismo in un tubetto di crema: come ti banalizzo l’antisemitismo

Il nazismo in un tubetto di crema: come ti banalizzo l’antisemitismo

Isra settlements



 Sono molte le minacce alla sicurezza che di questi tempi preoccupano legittimamente Israele. Tuttavia il governo Netanyahu non perde occasione – a volte con una certa ossessione – di prendere d’assalto l’Unione europea e le sue “linee guida” contro i beni prodotti nei Territori occupati, in vigore da pochi mesi. Definirle un boicottaggio economico è palesemente eccessivo. Eppure gli israeliani volutamente le confondono con il movimento internazionale BDS (Boycotts, Disinvestment and Sanctions).

Come Lars Faaborg-Andersen, l’ambasciatore UE a Tel Aviv, ha tentato di spiegare ripetutamente ai suoi interlocutori, “I prodotti degli insediamenti continueranno a entrare nel mercato europeo. Semplicemente, non è permesso scrivere ‘Made in Israel’ sulle etichette”. Infatti cambiano solo quelle. E nonostante questo, commercianti e consumatori continueranno ad essere liberi di vendere e comprare quei prodotti. Nulla di questo poco sarà fatto verso ciò che è prodotto dentro i confini d’Israele, riconosciuti dalla comunità internazionale.
Ciononostante l’offensiva israeliana è continua, aggressiva, travisa i fatti e perfino la storia. Come l’accusa inaccettabile che le “linee guida” equivalgono al boicottaggio nazista dei negozi e dei beni degli ebrei, negli anni Trenta. Una “distorsione della storia e un modo per sminuire i crimini nazisti e la memoria delle loro vittime”, ha ricordato Faaborg-Andersen. Il problema non è solo la pretesa israeliana che il mondo non metta in discussione il loro presunto diritto a occupare i Territori palestinesi. C’è qualcosa di più preoccupante, di psicanaliticamente malato, nel vedere l’antisemitismo nell’etichetta di una crema per le mani, prodotta con i sali del Mar Morto.
L’uso a basso prezzo dell’accusa di antisemitismo è comune anche negli Stati Uniti: da tutti i repubblicani e da una consistente parte di democratici. “Leggi discriminatorie applicate solo agli ebrei sono ora scritte nelle leggi europee, per la prima volta in più di mezzo secolo”, ha gridato in campagna elettorale Marco Rubio, con la solita retorica. “Ci serve un presidente che non abbia paura di chiamare tutto questo col suo nome: antisemitismo. Io sarò quel presidente”. Non lo sarà, se gli americani avranno fortuna.
Per ignoranza o utilità politica, tutto questo trambusto non tiene conto di un precedente. Da molti anni gli Stati Uniti applicano una legislazione molto simile a quella europea, senza che israeliani né repubblicani facciano uso del solito insulto. La “guidance” era stata scritta dal dipartimento al Tesoro nel 1995, è stata aggiornata due anni dopo e continua a essere in vigore. L’avevano decisa nel periodo pieno di illusioni degli accordi di Oslo, per dare un aiuto economico all’Autorità palestinese appena nata”. Gli israeliani non obiettarono.
“I beni che sono prodotti nella West Bank e a Gaza…non devono contenere le parole ‘Israele’, ‘Made in Israel’, ‘Territori occupati-Israele’ o parole dal significato simile”. E ancora: “Il dipartimento di Stato è convinto che i beni etichettati come provenienti da ‘West Bank’ o ‘Gaza’, forniranno ai consumatori americani importanti informazioni indicanti la loro origine”. Come lo vogliamo chiamare, antisemitismo yankee?




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