giovedì 14 gennaio 2016

Sumaya Abdel Qader :Colonia, Islam e libertà delle donne





 
 
 
 
 
 
Nel breve spazio a disposizione per scrivere una riflessione sulle vicende di Colonia mi preme evidenziare alcuni aspetti che emergono nel dibattito ex post, in
lacittanuova.milano.corriere.it

Nel breve spazio a disposizione per scrivere una riflessione sulle vicende di Colonia mi preme evidenziare alcuni aspetti che emergono nel dibattito ex post, in particolare in quello italiano, in cui a più riprese è stato rievocato lo scontro di civiltà e il tema delle donne.
Il fatto: a capodanno, a Colonia, è guerriglia di molestatori di origini prevalentemente Mediorientali, si dice. Si scatena il mondo contro l’accaduto, giustamente, perché è successo qualcosa di inaccettabile.
Il dibattito: di fatto tutta l’attenzione si è posta, ça va sans dire, sulla pericolosità che immigrati e profughi rappresentano, con l’aggravante di essere tutti musulmani (si dice). In Italia abbiamo anche avuto autorevoli voci di politici e giornalisti che, in diversi modi, ci hanno fatto notare che ciò che è accaduto era in qualche modo prevedibile dato che la violenza contro le donne è strutturale nella religione islamica. Si parla così di importazione di tradizioni tribali dal Medioriente, di maschilismo islamico, di pericolo immigrazione, di islam che impone le sue leggi; qualcuno si è addirittura inventato che nel Corano c’è scritto che il buon musulmano deve violentare le donne, sic!
Eppure nelle nostre strade, nelle case di migliaia di italiani, nei nostri stadi e nelle nostre discoteche, queste violenze non sono proprio estranee. Ma questa è un’altra storia.
Punto a capo, ci troviamo a riparlare di islam, musulmani e libertà delle donne, dove quest’ultima “questione” si pone come pezzo forte della narrazione.
Non importa se non si hanno i titoli e la preparazione per parlare di questo argomento, non importa se non si hanno dati alla mano che dimostrino le tesi proposte, non importa se si fa propaganda e si strumentalizza l’argomento e non importa se si parla senza pensare all’effetto che si può innescare su chi ascolta.
L’importante è che se ne parli.
Cosa emerge: la narrazione di una donna musulmana sottomessa all’uomo vittima dell’incompatibile mondo islamico con l’evoluto mondo occidentale, idea che nell’immaginario dei più si è consolidata, orientando le riflessioni e le azioni. Non importa se questa idea viene generalizzata senza distinguo e viene viziata da una disinformazione di fondo, ad esempio confondendo l’Islam religione con le tradizioni patriarcali locali (ricordo che i musulmani sono un miliardo e mezzo di anime e non sono un blocco unico e monolitico).
“Premurosi”, ci chiediamo se è giusto permettere alle donne musulmane di coprire il loro capo e il loro corpo, ci chiediamo se è il caso di vietarlo, ci chiediamo come fare per aiutarle ad emanciparsi e a secolarizzare i loro percorsi di vita così come si è fatto in Europa. Non ci chiediamo ovviamente cosa vogliono loro.
Eppure, in una Europa dove ancora oggi in molti Paesi i diritti delle donne a tratti sembrano più una concessione benevola degli uomini per azzittirle (queste isteriche capricciose femmine che chiedono di essere considerate alla loro pari!!), forse ci sarebbe bisogno di un altro tipo di dibattito, magari arricchito di maggiore autocritica e più responsabilità.
Si manca ancora una volta l’occasione di tessere una coscienza transculturale, che dovrebbe riconoscere nella violenza dell’uomo-maschio contro la donna-femmina una questione di genere, anch’essa, transculturale.
Si sfocia, invece, nella ricerca di giustificazioni culturali che sembrano quasi assolvere le responsabilità dell’uomo occidentale, oggi paladino dei diritti e delle libertà delle donne occidentali, anzi delle “nostre donne”. Per dirla nei termini di una mia amica psichiatra (musulmana), usando categorie “grezze” per intenderci: “I maschi occidentali non musulmani, oggi, cercano l’alibi della violenza sulle donne nei maschi musulmani, quando i maschi occidentali non musulmani possono essere essi stessi uomini violenti, discriminatori/‘oggettificatori’ nei confronti delle femmine occidentali (che intendono ora difendere e vendicare). Eppure, questo, non fa altro che confermare grottescamente il maschilismo oggettivante, negato, da parte occidentale”.
Certamente, come accennato prima, non si può negare che nei Paesi a maggioranza di musulmani si possono riscontrare inaccettabili pratiche contro le donne, dettate da tradizioni patriarcali, maschiliste e misogine e che queste possono essere riproposte anche qui; ma un conto è dire questo e un conto è addossare le colpe di ciò a una religione che non si conosce se non attraverso alcuni individui che ne hanno infangato il messaggio originale attraverso atti violenti e strumentale lettura.
La questione di fondo che emerge da questa ennesima terribile storia e dallo sconsiderato dibattito che ne affiora è l’ennesima battaglia di valori che si fa usando il corpo delle donne. L’ennesima discussione su cosa devono o non devono fare le donne, l’ennesima desolazione di non aver ancora intaccato in profondità certi retaggi culturali.
(nella foto Epa, l’ingresso centrale della stazione di Colonia)


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