domenica 17 gennaio 2016

Giorgio Gomel : Haaretz, si parla di pace

 




Haaretz, si parla di pace

Pace, parola in disuso in Israele,
ma se ne discute a Tel Aviv mentre divampa la violenza

di Giorgio Gomel


Il giornale Haaretz ha organizzato in novembre un simposio di un’intera giornata, affollato e appassionato, sul tema della pace, a poco più di un anno dal primo che si svolse nei giorni della guerra di Gaza (su questo avevo riferito su Ha Keillah, nell’ottobre 2014); altri simili avranno luogo a New York in dicembre e a Londra all’inizio del 2016.
Fra gli intervenuti, oltre al Presidente Rivlin, Tony Blair, alcuni ministri del governo Netanyahu - Elkin e Levin - il sindaco di Gerusalemme Barkat, esponenti dell’opposizione - Peretz dell’Unione sionista, Galon del Meretz, Odeh della Lista araba unita - Daniel Kahneman - psicologo e premio Nobel per l’Economia -, Shlomo Ben Ami - ex ministro degli esteri nelle trattative di Camp David del 2000 - , Martin Indyk, ecc.
 Pur nella varietà dei temi discussi delle opinioni, il dibattito si è polarizzato intorno a due direttrici: a) rifiutare la rassegnazione fatalista e impotente allo status quo, alla retorica apocalittica di Netanyahu, che nella sessione inaugurale della Knesset aveva affermato che “gli israeliani sono destinati a vivere con la spada per l’eternità”, che la pace è un miraggio, che i palestinesi e l’ISIS sono la stessa cosa nel loro odio ossessivo per gli ebrei e l’Occidente; b) spingere per un‘azione diplomatica di Israele, in relazione all’iniziativa di pace araba del 2002 e al convergere di interessi fra Israele stesso e gli stati arabi moderati nel Medio Oriente in disgregazione, e per misure immediate sul terreno per contenere la violenza in atto.
Rivlin ha ripetuto un concetto già enfatizzato in altri suoi recenti interventi, la necessità, cioè, pragmatica e insopprimibile, della coesistenza fra arabi ed ebrei, destinati a vivere insieme. È fallito il paradigma della sinistra israeliana, basato sull’idea della “separazione” dei due popoli in due stati ed è parimenti fallito quello della destra che predica l’integrità della terra di Israele sotto la sovranità esclusiva di Israele. Ha ricordato come la condizione degli arabi di Gerusalemme (70% sotto la soglia di povertà, il campo profughi di Shuafat nel pieno della città) sia un naturale detonatore di violenza. È compito urgente di Israele, indipendentemente dallo status finale dei territori, offrire ai palestinesi la prospettiva di un futuro di istruzione e sviluppo economico e civile migliore, contrapposto al culto nichilista della morte.
 Secondo Blair, intervistato da Ari Shavit circa le lezioni da trarre dal suo lavoro di coordinatore del Quartetto fino al giugno scorso, la nascita di uno stato palestinese accanto a Israele, con confini basati sul ‘67 e scambi di territorio, è essenziale per il futuro stesso di Israele e il tentativo pervicace del governo di Netanyahu di mantenere lo status quo è destinato a fallire come la sequenza di atti violenti e il numero di vittime degli ultimi due mesi tristemente dimostrano. Nel frattempo tre dovrebbero essere gli ingredienti per una ripresa di negoziati: 1) un quadro regionale attivo in cui gli stati arabi, sulla base dell’offerta di pace della Lega araba che contempla rapporti normali con Israele, forniscano all’Autorità palestinese una forza politica legittimante per stipulare un accordo di pace e un sostegno economico adeguato (per es. integrando parte dei rifugiati del ’48 e ’67 nei paesi arabi); 2) un accordo fra Fatah e Hamas tale da assicurare un governo unitario, credibile partner di Israele; 3) misure sul terreno che consentano ai palestinesi di costruire abitazioni e sviluppare attività economiche nell’Area C della Cisgiordania sotto il pieno controllo di Israele e di ricostruire un minimo di ordine civile ed economico a Gaza alleviando il peso dell’embargo e consentendo il movimento di beni e persone da e verso la Striscia e lo sviluppo di piccola imprenditoria. Gli ostacoli che si frappongono sono molteplici: dalla legittimità dubbia degli stati arabi “moderati” - vedasi il caso dell’Egitto o della stessa Arabia Saudita, alla riluttanza di Hamas di abbandonare il settarismo ideologico del “rifiuto” di Israele, alle perplessità dell’opinione pubblica di Israele, paralizzata dalla paura e disillusa dai tentativi abortiti di trattativa.
La posizione di Blair ha trovato concorde anche la UE. Gentilini, il diplomatico italiano nominato mesi orsono inviato speciale in Israele e Palestina, oltre a difendere la decisione europea di “etichettare” i prodotti degli insediamenti, coerente con la posizione della UE circa l’illegalità degli stessi e la distinzione fra Israele e i territori, ha sostenuto che solo la ripresa di negoziati consentirà alla ANP di contenere la violenza. Anche secondo Indyk, l’ultimo mediatore americano fra le parti, a Israele conviene dare forza legittima all’ANP, dare modo ai palestinesi di costruire e sviluppare produzioni nell’area C e arrestare l’annessione strisciante in atto.
Due sono state le sessioni principali, l’una sullo stato binazionale, l’altra sulla questione di Gerusalemme e del Monte del Tempio. Dice Shlomo Ben Ami: il conflitto non è più solo territoriale, ma fatto di memorie storiche e passioni identitarie contrapposte. Lo stato binazionale sarebbe una catastrofe per Israele, porterebbe a uno stato perenne di guerra fra arabi ed ebrei. Non vi è soluzione alternativa possibile a quella di due stati lungo i confini del ’67. I coloni ebrei rappresentano il 14 per cento della popolazione in Cisgiordania e occupano il 4 per cento del territorio di quell’area. Uno scambio paritario di territori che comporti l’annessione ad Israele del 4-5% della Cisgiordania potrebbe consentire all’80 % dei coloni ebrei di restare entro i confini così definiti di Israele. Gli altri, circa 80.000, dovranno essere evacuati e reintegrati con adeguati indennizzi finanziari all’interno di Israele. Si noti che oggi ben il 60 per cento degli ebrei insediati in Cisgiordania lavora quotidianamente in Israele, soprattutto nel settore pubblico. Durissimo il linguaggio di Ahmed Tibi, deputato arabo e vice presidente della Knesset: la realtà di fatto oggi è quella di tre stati, la democrazia per gli ebrei, una “giudeocrazia” per gli arabi di Israele che rappresentano un quinto della popolazione del paese, un regime di occupazione e segregazione per gli arabi palestinesi. La distanza fra il massimo che Netanyahu intende offrire e il minimo accettabile da parte dei palestinesi resta molto grande: Netanyahu non offre più di uno stato palestinese demilitarizzato, privo di piena sovranità, limitato ad enclaves frammentate e con la valle del Giordano annessa a Israele; ciò non è accettabile per i palestinesi.
 Circa lo status di Gerusalemme lo spettro di opinioni espresse è stato molto ampio a riprova della complessità estrema della questione. Rachel Lior, dell’Università ebraica, ha deprecato l’uso politico della religione, la mitizzazione di luoghi sacri dei testi biblici e coranici e suggerito di separare rigidamente religione e stato e proibire totalmente le visite e preghiere di ebrei al Monte del Tempio, un tempo “stravaganza” di alcuni, rari zeloti, oggi divenute qualcosa di normale, parte del dibattito pubblico nella società. Secondo Raed Badir, capo del ramo Sud del Movimento islamico di Israele - il cosiddetto ramo Nord, integralista, è stato di recente dichiarato illegale dal governo di Israele -, l’intero mondo mussulmano guarda alla Palestina come luogo santo. Rabbi Melchior, del Foro tra ebrei e arabi in Israele, che fu impegnato nei negoziati di Oslo e Camp David, lamenta il fatto che le questioni di ordine religioso siano state allora rimosse dall’agenda; la pace non può essere separata dalla religione e uomini e donne di fede devono essere parte integrante del processo di riconciliazione fra arabi ed ebrei. Devono essere impedite le provocazioni di israeliani, inclusi ministri del governo in carica, sul Monte del Tempio. Per i palestinesi, tali provocazioni minacciano lo status quo vigente dalla guerra del ‘67 quando Israele, estesa la sovranità sulla parte araba della città, riconobbe la giurisdizione su quei luoghi sacri del Wakf - l’autorità religiosa giordana - consentendo in misura assai limitata ad israeliani di visitare l’area.

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