sabato 16 gennaio 2016

Giorgio Gomel : Errori e orrori





Dopo una sequela di aggressioni a colpi di coltello da parte di palestinesi contro soldati, agenti di polizia e civili israeliani, un sentimento di angoscia e insicurezza permea Gerusalemme e impedisce la normalità del vivere quotidiano. Quasi un ritorno al clima dei primi anni 2000 quando le fazioni palestinesi più oltranziste intrapresero la strada nichilista e impotente del terrorismo suicida. Ne seguirono anni di violenza con un numero immane di vittime dell’una e dell’altra delle due parti in lotta, attanagliate in un’orgia di reciproca brutalità.
Oggi i manovali del terrore sono giovani, residenti in larga parte nei quartieri arabi e degradati della città, senza precedenti criminali e non affiliati a movimenti organizzati. Giovani che subiscono con le loro famiglie le vessazioni della confisca di terreni, della demolizione di case, della spoliazione di diritti - in quella città che la retorica del governo di Israele proclama “unita e indivisibile” ma che resta divisa sul piano dell’istruzione, dei servizi sociali, della sanità - e che non intravvedono un futuro normale : la speranza di un lavoro decente, un orizzonte politico che contempli la nascita di uno stato palestinese degno di questo nome, i benefici tangibili di un accordo di pace. La loro è una pulsione omicida, sospinta dall’odio ossessivo degli ebrei e da un’ideologia integralista che glorifica gli omicidi come atti di martirio, e al tempo stesso suicida, perché sono ben consci di come sia difficile evitare la morte in quelle circostanze.
Gli eventi scatenanti dell’ondata di violenza sono stati soprattutto la reazione esasperata all’assassinio di una famiglia nel villaggio di Duma, Cisgiordania, da parte di sospetti estremisti ebrei che a tre mesi dal fatto non sono ancora stati arrestati, e dal ripetersi di provocazioni di israeliani, inclusi ministri del governo in carica, sulla Spianata delle Moschee - o Monte del Tempio. Nella percezione dei palestinesi tali provocazioni minacciano di porre in forse lo status quo vigente dalla guerra del 1967 quando Israele, estesa la sovranità sulla parte araba della città, riconobbe la giurisdizione su quei luoghi sacri del Waqf - l’autorità religiosa giordana - consentendo in misura limitata ad israeliani di visitare l’area. Il dettame rabbinico proibiva agli ebrei osservanti di visitare o pregare nell’area nel timore di poter profanare la sacralità del Santuario, quella parte del Secondo Tempio, distrutto dai Romani nel primo secolo e.v., che era riservata ai sacerdoti. In anni recenti alcune correnti ebraiche fondamentaliste, convinte di avere individuato il luogo delle rovine del Tempio, insistono nel visitare altre parti della Spianata e nel cambiare le norme e prassi di visita e di preghiera in vigore. Alcuni, nel loro parossismo fanatico, minacciano di distruggere le moschee e di riedificare il Tempio (cfr. su questi temi, Ir Amim, Dangerous liaison: the dynamics of the rise of the Temple Mount movements and their implications, a report).
 D’altra parte Hamas e il “movimento islamico del Nord” - un movimento di arabi israeliani di ispirazione islamista - istigano da tempo strumentalmente i musulmani alla difesa dei luoghi santi dell’Islam per il “pericolo” che incombe sulle moschee. Anche nel mondo politico palestinese si è teso da sempre a negare il legame storico e affettivo fra ebrei e il Monte del Tempio; così fu nelle trattative di Oslo, di Camp David e in quelle fra Olmert e Abu Mazen nel 2008, in cui l’Autorità palestinese rifiutò di affrontare la questione dei diritti di preghiera di fedeli ebrei nell’area.
Come contenere gli episodi di violenza ?
È difficile prevenirli proprio per il loro carattere non organizzato. Non vi è interesse né di Israele né dell’Autorità Palestinese e neppure di Hamas in una ulteriore escalation. Ma la situazione già esplosiva può degenerare qualora si inneschi un ciclo di azioni e reazioni, di atti di ritorsione da parte di estremisti ebrei ansiosi di “farsi giustizia da soli”, come purtroppo già accaduto in episodi passati. Anche il ricorso massiccio alla forza repressiva, la demolizione delle case delle famiglie degli attentatori, la revoca dei loro diritti in quanto residenti di Gerusalemme, le barriere e i posti di blocco imposti ai quartieri arabi, non bastano a debellare la violenza. Al contrario l’esperienza dei primi anni 2000 dimostra che queste misure sono spesso detonatori di ulteriore violenza.
La cosa importante è che da un lato i servizi di sicurezza israeliani e dell’ANP preservino la loro cooperazione a fini di intelligence e prevenzione, per scongiurare l’estensione ulteriore delle violenze alle altre città e aree della Cisgiordania, e dall’altro le due parti riprendano negoziati seri per giungere alla fine dell’occupazione e alla nascita di uno stato palestinese. Era questa la filosofia degli accordi di Oslo del 1993, il riconoscimento reciproco, cioè, di diritti di pari dignità : il diritto degli israeliani alla pace e alla sicurezza come specchio di quello dei palestinesi all’indipendenza. Occorre tornare a quella presa di coscienza pena la devastazione di violenze e sofferenze ulteriori.
È ovvio dalla storia recente di negoziati abortiti che le due parti sono incapaci di un passo siffatto: gli Stati Uniti, i paesi della UE e alcuni stati firmatari dell’offerta di pace della Lega araba dovrebbero agire di concerto in tal senso, premendo con forza sulle parti anche attraverso una risoluzione al Consiglio di sicurezza, come la Francia da tempo propugna.
Infine, sul fronte dei luoghi santi e al fine di prevenire la degenerazione del conflitto israelo-palestinese in “guerra di religione”, occorre che il governo di Israele si opponga in modo netto ai tentativi di modificare norme e prassi della preghiera sul Monte del Tempio, non solo per proteggere i luoghi santi musulmani ma anche per scongiurare la reazione del mondo arabo-islamico a eventuali violazioni dei diritti e sentimenti religiosi dell’Islam. È forse necessaria una confluenza di volontà ragionevoli e pacificatrici di governi, uomini di fede e istituzioni religiose di più paesi del mondo che, al di là di buoni intenti declamatori circa il rifiuto dell’intolleranza, concordino precise regole del gioco di visite, riti e liturgie di musulmani, cristiani ed ebrei in quell’area contesa e nella città vecchia di Gerusalemme. In questo senso l’accordo firmato nei giorni passati fra i governi israeliano e giordano tramite la mediazione americana, che riafferma l’impegno fra le parti a che solo i musulmani possano pregare sul Monte mentre agli altri fedeli è concesso di visitare l’area, è un primo, utile passo.

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