Giorgio Gomel : Errori e orrori
Dopo una sequela di aggressioni a
colpi di coltello da parte di palestinesi contro soldati, agenti
di polizia e civili israeliani, un sentimento di angoscia e
insicurezza permea Gerusalemme e impedisce la normalità del
vivere quotidiano. Quasi un ritorno al clima dei primi anni 2000
quando le fazioni palestinesi più oltranziste intrapresero la
strada nichilista e impotente del terrorismo suicida. Ne
seguirono anni di violenza con un numero immane di vittime
dell’una e dell’altra delle due parti in lotta, attanagliate in
un’orgia di reciproca brutalità.
Oggi i manovali del terrore sono
giovani, residenti in larga parte nei quartieri arabi e
degradati della città, senza precedenti criminali e non
affiliati a movimenti organizzati. Giovani che subiscono con le
loro famiglie le vessazioni della confisca di terreni, della
demolizione di case, della spoliazione di diritti - in quella
città che la retorica del governo di Israele proclama “unita e
indivisibile” ma che resta divisa sul piano dell’istruzione, dei
servizi sociali, della sanità - e che non intravvedono un futuro
normale : la speranza di un lavoro decente, un orizzonte
politico che contempli la nascita di uno stato palestinese degno
di questo nome, i benefici tangibili di un accordo di pace. La
loro è una pulsione omicida, sospinta dall’odio ossessivo degli
ebrei e da un’ideologia integralista che glorifica gli omicidi
come atti di martirio, e al tempo stesso suicida, perché sono
ben consci di come sia difficile evitare la morte in quelle
circostanze.
Gli eventi scatenanti dell’ondata di
violenza sono stati soprattutto la reazione esasperata
all’assassinio di una famiglia nel villaggio di Duma,
Cisgiordania, da parte di sospetti estremisti ebrei che a tre
mesi dal fatto non sono ancora stati arrestati, e dal ripetersi
di provocazioni di israeliani, inclusi ministri del governo in
carica, sulla Spianata delle Moschee - o Monte del Tempio. Nella
percezione dei palestinesi tali provocazioni minacciano di porre
in forse lo status quo vigente dalla guerra del 1967 quando
Israele, estesa la sovranità sulla parte araba della città,
riconobbe la giurisdizione su quei luoghi sacri del Waqf -
l’autorità religiosa giordana - consentendo in misura limitata
ad israeliani di visitare l’area. Il dettame rabbinico proibiva
agli ebrei osservanti di visitare o pregare nell’area nel timore
di poter profanare la sacralità del Santuario, quella parte del
Secondo Tempio, distrutto dai Romani nel primo secolo e.v., che
era riservata ai sacerdoti. In anni recenti alcune correnti
ebraiche fondamentaliste, convinte di avere individuato il luogo
delle rovine del Tempio, insistono nel visitare altre parti
della Spianata e nel cambiare le norme e prassi di visita e di
preghiera in vigore. Alcuni, nel loro parossismo fanatico,
minacciano di distruggere le moschee e di riedificare il Tempio
(cfr. su questi temi, Ir Amim, Dangerous liaison: the
dynamics of the rise of the Temple Mount movements and their
implications, a report).
D’altra parte Hamas e il “movimento
islamico del Nord” - un movimento di arabi israeliani di
ispirazione islamista - istigano da tempo strumentalmente i
musulmani alla difesa dei luoghi santi dell’Islam per il
“pericolo” che incombe sulle moschee. Anche nel mondo politico
palestinese si è teso da sempre a negare il legame storico e
affettivo fra ebrei e il Monte del Tempio; così fu nelle
trattative di Oslo, di Camp David e in quelle fra Olmert e Abu
Mazen nel 2008, in cui l’Autorità palestinese rifiutò di
affrontare la questione dei diritti di preghiera di fedeli ebrei
nell’area.
Come contenere gli episodi di
violenza ?
È difficile prevenirli proprio per
il loro carattere non organizzato. Non vi è interesse né di
Israele né dell’Autorità Palestinese e neppure di Hamas in una
ulteriore escalation. Ma la situazione già esplosiva può
degenerare qualora si inneschi un ciclo di azioni e reazioni, di
atti di ritorsione da parte di estremisti ebrei ansiosi di
“farsi giustizia da soli”, come purtroppo già accaduto in
episodi passati. Anche il ricorso massiccio alla forza
repressiva, la demolizione delle case delle famiglie degli
attentatori, la revoca dei loro diritti in quanto residenti di
Gerusalemme, le barriere e i posti di blocco imposti ai
quartieri arabi, non bastano a debellare la violenza. Al
contrario l’esperienza dei primi anni 2000 dimostra che queste
misure sono spesso detonatori di ulteriore violenza.
La cosa importante è che da un lato
i servizi di sicurezza israeliani e dell’ANP preservino la loro
cooperazione a fini di intelligence e prevenzione, per
scongiurare l’estensione ulteriore delle violenze alle altre
città e aree della Cisgiordania, e dall’altro le due parti
riprendano negoziati seri per giungere alla fine
dell’occupazione e alla nascita di uno stato palestinese. Era
questa la filosofia degli accordi di Oslo del 1993, il
riconoscimento reciproco, cioè, di diritti di pari dignità : il
diritto degli israeliani alla pace e alla sicurezza come
specchio di quello dei palestinesi all’indipendenza. Occorre
tornare a quella presa di coscienza pena la devastazione di
violenze e sofferenze ulteriori.
È ovvio dalla storia recente di
negoziati abortiti che le due parti sono incapaci di un passo
siffatto: gli Stati Uniti, i paesi della UE e alcuni stati
firmatari dell’offerta di pace della Lega araba dovrebbero agire
di concerto in tal senso, premendo con forza sulle parti anche
attraverso una risoluzione al Consiglio di sicurezza, come la
Francia da tempo propugna.
Infine, sul fronte dei luoghi santi
e al fine di prevenire la degenerazione del conflitto
israelo-palestinese in “guerra di religione”, occorre che il
governo di Israele si opponga in modo netto ai tentativi di
modificare norme e prassi della preghiera sul Monte del Tempio,
non solo per proteggere i luoghi santi musulmani ma anche per
scongiurare la reazione del mondo arabo-islamico a eventuali
violazioni dei diritti e sentimenti religiosi dell’Islam. È
forse necessaria una confluenza di volontà ragionevoli e
pacificatrici di governi, uomini di fede e istituzioni religiose
di più paesi del mondo che, al di là di buoni intenti
declamatori circa il rifiuto dell’intolleranza, concordino
precise regole del gioco di visite, riti e liturgie di
musulmani, cristiani ed ebrei in quell’area contesa e nella
città vecchia di Gerusalemme. In questo senso l’accordo firmato
nei giorni passati fra i governi israeliano e giordano tramite
la mediazione americana, che riafferma l’impegno fra le parti a
che solo i musulmani possano pregare sul Monte mentre agli altri
fedeli è concesso di visitare l’area, è un primo, utile passo.
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