martedì 12 gennaio 2016

Da Yarmouk a Madaya ecco cosa accade ai bambini sotto assedio


 
 
 
 
 
Nessun rifornimento di medicine, niente acqua né cibo. I colpi sparati dalle…
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Nessun rifornimento di medicine, niente acqua né cibo. I colpi sparati dalle armi da fuoco o il boato delle esplosioni delle mine anti-uomo sono gli unici rumori che riecheggiano in una città desolante, smembrata. È così che Madaya e Taiz, città assediate rispettivamente in Siria e in Yemen, sono diventate una prigione e al tempo stesso una tomba per migliaia di bambini. Ma il mondo, come al solito, se ne è accorto troppo tardi. Considerate città strategiche (proprio come Aleppo, Homs, Yarmouk e Ramadi) la vita di centinaia di persone che vivono qui è diventata merce di scambio tra i governi per ottenere accordi. Praticamente una piccola parte della popolazione siriana e yemenita è stata rinchiusa dentro i confini della propria città, costretta a morire lentamente perché i pochi generi alimentari che riescono ad entrare sono troppo costosi per riuscire a sfamare una sola persona per più di qualche giorno. Manca il latte, il riso, la farina. Da mesi la popolazione si arrangia con quello che trova per strada: le mamme preparano per i propri figli delle "zuppe" con foglie e fiori, cotti in acqua bollente insieme alle spezie, mentre gli adulti mangiano i cani o i gatti rimasti in città. Su 40mila abitanti intere famiglie devono sopravvivere spartendosi un solo pasto al giorno, se si tratta di un giorno fortunato. I corridoi umanitari non sono permessi e qui patire il freddo, ammalarsi e avere fame non è concesso né a grandi né a piccini.
unicef bambini
Sulla pelle di questi bambini, i potenti dall'alto "giocano" a Risiko e in basso si muore di stenti. Madaya, incastrata tra le montagne siriane al confine con il Libano, da qualche giorno è sommersa da una coperta di neve e, oltre agli alimenti di base, manca il combustibile per riscaldare le case. Camminare per strada è estremamente pericoloso, ma bisogna uscire lo stesso per andare alla ricerca di legna da ardere ed evitare di morire congelati oppure nei campi per trovare un po' di erba e fiori da mangiare. Molti bambini hanno perso un braccio o una gamba per aiutare i propri genitori in questi lavori. Anche allontanarsi dalla città è rischioso, se non praticamente impossibile: uscire da Madaya significa morire per mano dei cecchini o saltare sulle mine anti-uomo posizionate tutte intorno al perimetro della cittadina. Eppure sono in molti a tentare la fuga perché a Madaya, tanto, si muore lo stesso.
Non è la prima volta che si verifica un isolamento di questo tipo. Questo genere di "armi politiche" sono tristemente frequenti in alcune aree del mondo, usate fin troppo da alcuni leader politici. Lo scorso anno ad esempio anche il campo profughi di Yarmouk, a sud di Damasco, era stato assediato. I rifugiati (di cui circa 3mila bambini) erano stati abbandonati a sé stessi, rinchiusi nel campo senza cibo, né acqua né medicinali, esposti a qualsiasi genere di violenza perpetrata dai gruppi armati. La paura è che questa stessa emergenza si verifichi, quest'anno, nella città di Taiz nello Yemen. Gli aiuti umanitari non riescono a raggiungere questa regione, tagliando fuori dalla protezione internazionale centinaia di minori. Solo quest'anno sono morti 747 bambini e bambine e il numero di uccisioni purtroppo aumenta ogni mese.
Nessuno però, fino ad oggi, si era accorto di quel che stava accadendo a Taiz o a Madaya. Come tutte le guerre dimenticate queste due città sono rimaste in quella zona d'ombra che i riflettori dei media non illuminano mai, se non per parlare di guerra allo Stato Islamico. Le foto e i video di bambini e anziani ridotti letteralmente a pelle e ossa, scarniti, divorati dalla fame sono rimbalzate sui social network rompendo il silenzio, come se questa tragedia fosse cominciata soltanto pochi giorni fa. Rendiamoci contro che non è così. I bambini che vedete in quelle immagini sono gli stessi che nascono mentre le bombe cadono (ogni 2 secondi un neonato viene alla luce in una zona di conflitto), oppure morivano di sete o uccisi dai gruppi armati, gli stessi bambini che venivano rapiti o subivano violenze inaudite classificate come crimini contro l'umanità, quelle che abbiamo denunciato anche ieri, l'altro ieri e così via, tornando indietro fino a 5 anni fa con l'inizio del conflitto siriano.
Il mondo intero si è indignato nel vedere il video di un bambino di Madaya che mostra le ossa sporgenti del torace ed assomiglia tanto ad un piccolo scheletro. Quel ragazzo probabilmente sta morendo, lentamente, per colpa di una decisione politica che non comprende, che non può contrastare ma che, inevitabilmente, ricade su di lui così come sul resto della popolazione siriana. Queste immagini devono smuovere qualche coscienza e portare ad una risoluzione concreta. Non basta indignarsi per un giorno, non basta una fotografia. L'immagine del piccolo Aylan morto su una spiaggia della Turchia è diventata la pietrificante foto-simbolo della quotidiana strage di migranti lungo le coste europee, ma quello scatto purtroppo non ha impedito che altrettanti corpicini venissero deposti su quella stessa spiaggia nei giorni a venire (succede praticamente ogni giorno). Gli aiuti umanitari inviati oggi, sull'onda dell'emotività, non saranno necessari per far cessare la malnutrizione, specialmente se ci ricordiamo del conflitto in Siria e in Yemen soltanto qualche giorno l'anno. Bisogna indignarsi ogni giorno e agire di più.
post redatto in collaborazione con Flavia Testorio
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