Airbnb e le case israeliane affittate nei Territori occupati in Palestina
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Talvolta
basta una domanda a carattere geografico per scatenare una crisi
politica. Il quesito in questione è «Dove vuoi andare?», frase che
campeggia all'apertura del sito di house sharing Airbnb. Basta
rispondere Gerusalemme per trovarsi in una disputa internazionale sulle
colonie israeliane in Palestina. La startup infatti considera gli
insediamenti come facenti parte di Israele e non, come risulta da
accordi internazionali, all'interno dei territori palestinesi occupati.
Airbnb insomma cancella le lotte mediorientali con un colpo di spugna
netto e cede tutta la Cisgiordania a Israele in un colpo solo.
Le accuse palestinesi
La
cosa non è stata presa bene dalle alte sfere palestinesi. Il
responsabile degli Affari esteri nel partito Fatah, Husam Zomlot, sul sito The National
ha accusato la startup di attività «illegali e criminali». Airbnb,
questa la tesi, sta «lucrando» su «terre e proprietà rubate» ma «verrà
un tempo in cui imprese come queste che lucrano sull'occupazione saranno
portate di fronte alla giustizia». Per avere una prova delle parole di
Husam Zomlot basta cercare casa a Efrat, colonia a una mezz'ora da
Gerusalemme che risulta regolarmente registrata in Israele oppure a
Kedar o Tekoa, insediamento della West Bank in cui troviamo questo appartamento che nella descrizione è già tutto un programma. «Eleganza mozzafiato. Politica», dice l'annuncio.
Le indagini
In
una dichiarazione scritta Airbnb ha fatto sapere che è pronta a
indagare «le preoccupazioni sollevate circa inserzioni specifiche» e di
seguire «le leggi e i regolamenti circa i luoghi in cui possiamo fare
affari». La questione così ricorda quella internazionale, irrisolta e
impossibile da risolvere. Almeno per ora.
«Ambiente familiare in mezzo alla natura»: turismo nelle colonie
Protesta palestinese.
Airbnb che mette in collegamento i viaggiatori con quanti mettono a
disposizione appartamenti e camere da letto, propone alloggi a poche
decine di minuti da Tel Aviv o da Gerusalemme negli insediamenti ebraici
costruiti illegalmente nella Cisgiordania occupata
Tra le sue offerte Airbnb ha inserito anche una abitazione mobile nell'avamposto colonico di Ma’ale Rehavam
Sorrideva l’altro giorno Avital Kotzer Adari, dell’Ufficio
Nazionale Israeliano del Turismo, mentre snocciolava i dati
dell’affluenza dei turisti stranieri nel suo paese. «Il 2015 si è chiuso
con 3,1 milioni di visitatori da tutto il mondo, di cui 2,8 milioni
turisti. Per quanto riguarda quelli provenienti dall’Italia, che è il
sesto Paese al mondo per utenza, abbiamo avuto un +91 mila visitatori,
di cui 84 mila turisti», ha riferito presentando le iniziative rivolte
ai pellegrini nell’Anno del Giubileo della Misericordia. Un
interrogativo è sorto spontaneo ascoltando quelle cifre: quanti di quei
turisti, anche italiani, hanno trovato alloggio nelle colonie israeliane
in Cisgiordania? Già perchè comincia a dare i suoi frutti la campagna
per la normalizzazione degli insediamenti colonici che i governi
israeliani, non solo gli ultimi tre presieduti da Benyamin Netanhyahu,
portano avanti da anni. Le agenzie locali promuovono sempre più spesso
pacchetti turistici nelle colonie dove «apprezzare la natura e bere buon
vino, vivere in un’atmosfera pastorale e in un ambiente familiare». Una
delle più gettonate è Psagot, tra Gerusalemme e Ramallah, ma sono
sempre di più gli insediamenti israeliani in Cisgiordania che si rendono
disponibili per i fine settimana. I tour operator locali, rivolgendosi
ai cittadini stranieri, sorvolano sul fatto che quelle «comunità» in
realtà sono colonie costruite in violazione del diritto internazionale
in un territorio che è stato occupato militarmente e dove gli abitanti
palestinesi intendono proclamare il loro Stato indipendente. In scia si
sono inserite alcune agenzie internazionali, non interessate alla
politica e al diritto e desiderose solo di realizzare buoni profitti.
Si è scoperto qualche giorno fa che il ben noto sito internazionale
Airbnb che mette in collegamento turisti e viaggiatori con quanti
vogliano mettere a loro disposizione appartamenti e camere da letto – la
sua app per smartphone viene scaricata in ogni parte del mondo –
propone case immerse nella natura, a poche decine di minuti da Tel Aviv
o da Gerusalemme, a prezzi molto convenienti, anche nelle colonie
ebraiche. Lo stesso vale per le Alture del Golan, un territorio siriano
sempre occupato da Israele. Un responsabile di Airbnb non ha confermato
ma neppure smentito: «Seguiamo le leggi e le disposizioni relative
a dove noi possiamo fare affari e ci preoccupiano di indagare quando
qualcuno manifesta preoccupazioni riguardo determinate inserzioni», ha
dichiarato a un quotidiano locale.
Un sito d’informazione della sinistra israeliana, Siha Mekomit,
spiega in una sua inchiesta che a turisti stranieri ignari è proposto di
pernottare in colonie ebraiche senza chiarire che quelle località non
sono in Israele bensì nei Territori palestinesi occupati. Un po’ come
avviene con le etichette “Made in Israel” visibili sulle merci prodotte
negli insediamenti colonici, in violazione delle norme che regolano il
commercio internazionale. Siha Mekomit ha anche riferito la vicenda di
alcuni coloni che hanno respinto la prenotazione di un statunitense di
origine palestinese, promettendo che «In un futuro più tranquillo saremo
felici di ospitarla».
È difficile immaginare che le proteste possano indurre Airbnb
a spiegare in modo accurato che certe offerte arrivano da un territorio
occupato militarmente. Tutto ciò mentre le città e località turistiche
palestinesi, a cominciare da Betlemme, soffrono le conseguenze
dell’occupazione, della costruzione del Muro di separazione
e dell’espansione delle colonie. In questo contesto emerge una inchiesta
pubblicata di recente dai ricercatori del centro Shabaka — Nur Arafeh
Samia al Botmeh e Leila Farsakh – che vuole dimostrare l’impatto che la
colonizzazione ha avuto sull’economia palestinese sottraendo alla
popolazione importanti risorse naturali, a cominciare dall’acqua
(599.901 coloni utilizzano sei volte più acqua che tutta la popolazione
palestinese della Cisgiordania, composta da 2.86 milioni di abitanti)
e creando una massiccia disoccupazione. I ricercatori di Shabaka
sottolineano anche la condizione di quei lavoratori palestinesi che sono
stati obbligati a guadagnarsi da vivere proprio nelle colonie
e l’appropriazione da parte di Israele di luoghi turistici
e archeologici assieme allo sfruttamento di cave, miniere e risorse del
Mar Morto.
Sorrideva
l’altro giorno Avital Kotzer Adari, dell’Ufficio Nazionale Israeliano
del Turismo, mentre snocciolava i dati dell’affluenza dei turisti
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