Questa è la prima parte di una
pubblicazione divisa in otto segmenti sull’attuale assenza di
un’autentica dirigenza nazionale palestinese e sulla rivolta dei giovani
contro la prolungata occupazione militare da parte di Israele e la
negazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO)
foto dal sito http://news360.com
di Jamal Juma’ – Maannews
Roma, 30 novembre 2015, Nena News - Per circa due mesi, i
palestinesi hanno atteso che i partiti politici si facessero carico del
loro ruolo di direzione e guida della rivolta. Evidentemente, costoro
non sono in grado né vogliono farlo. Ci sono una serie di ragioni per
la loro inazione. Da un lato,
i leader dei partiti sono
riluttanti a pagare il prezzo di dirigere e strutturare la resistenza
popolare, se questo prezzo è fatto pagare da Israele in forma di
arresti, persecuzioni e prendendo di mira le organizzazioni, soprattutto
perché i partiti agiscono alla luce del sole e le loro strutture
organizzative sono deboli. Dall’altro,
non vogliono
perdere i privilegi di cui godono in quanto membri dell’OLP, sia in
termini di vantaggi economici che di status politico.
Inoltre i vari partiti non possono agire senza il consenso
dell’apparato di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e
di quello della sua fazione maggioritaria,
Fatah: sono al momento troppo deboli per cambiare lo
status quo.
Il
presidente Mahmoud Abbas, che detiene tutto il potere, crede che la
rivolta abbia il compito di attirare l’attenzione sulla causa
palestinese e di risvegliare la comunità internazionale, e sta
scommettendo su nuove iniziative per riprendere i negoziati con Israele.
Di conseguenza Abbas ha dichiarato in termini inequivocabili che non
vuole una rivolta.
A causa della debolezza della loro attuale composizione e delle loro
strutture organizzative, i partiti politici non possono fornire una
cornice politica, organizzativa ed economica in grado di dirigere una
rivolta a lungo termine che sia in grado di prosciugare le risorse e le
energie dell’occupazione israeliana.
Una ribellione vittoriosa
richiederebbe una visione complessiva per raggiungere obiettivi chiari e
perseguibili mobilitando opportunità e relazioni locali, regionali e
internazionali.
Riguardo alle forze islamiche,
Hamas e Jihad Islamica,
hanno preso anche loro la stessa posizione di inattività. Neanche loro
vogliono pagare il prezzo e fornire a Israele un’opportunità di lanciare
un’offensiva contro la Striscia di Gaza.
Essi temono anche che
la ribellione possa essere sfruttata per migliorare i termini dei
negoziati per l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e
l’ANP.
Ci sono una serie di fattori a favore della creazione di uno spazio per una nuova dirigenza nazionale o locale.
Anche
se si dovesse placare, l’attuale rivolta ha sollevato la questione
dell’idoneità dell’attuale leadership e ha legittimato la ricerca di
alternative. Ha inoltre unito il popolo palestinese all’interno della
Linea Verde [in Israele. Ndtr.], in Cisgiordania, a Gerusalemme e a
Gaza.
Ironicamente, sono le forze politiche a rimanere divise. Pur se in
modo limitato, anche i palestinesi della diaspora si sono mossi e hanno
aiutato a organizzare manifestazioni. Le azioni sul terreno stanno
gettando i semi di una dirigenza emergente che può essere coltivata,
anche se è dispersa e circoscritta in ambito locale.
Dal punto di vista negativo, tuttavia,
è chiaro che l’ANP non
permetterà che emerga una nuova leadership e non risparmierà gli sforzi
per contrastarla, anche se ciò dovesse richiedere il coordinamento con
l’occupazione israeliana, con cui in ogni caso collabora.
Oltretutto gli attuali movimenti di base sono deboli, in quanto gli
intellettuali giocano uno scarso ruolo nella vita politica palestinese e
sono incapaci di appoggiare le forze popolari. Come per la Diaspora
palestinese, hanno una ridotta influenza nei processi decisionali.
La sfida consiste nel costruire sui fattori positivi e minimizzare quelli negativi: da notare che
per creare una dirigenza alternativa qualunque serio movimento dovrebbe lavorare in certa misura clandestinamente.
Per cominciare, è importante crearsi uno spazio protetto dalla
dominazione politica, nel quale sia possibile appoggiare quelle forze
popolari che hanno una visione politica e una capacità di mobilitazione,
come i sindacati, le organizzazioni degli agricoltori, le federazioni
delle donne e naturalmente i gruppi giovanili, in modo che possano agire
a fianco della rivolta.
E’ anche importante
sfruttare il potenziale della diaspora
palestinese, soprattutto tra i giovani, e organizzare gruppi di lavoro
che possano comunicare e coordinarsi con figure nazionali di rilievo
che credano nel ruolo importante che la diaspora deve giocare sia nel
processo decisionale che nell’appoggio alla resistenza del popolo
palestinese.
Quindi è vitale investire nell’importante coordinamento tra
la madre patria e la diaspora. Dobbiamo ricostruire la fiducia tra noi e
rinnovare la sicurezza in noi stessi e nella nostra capacità di
provocare dei cambiamenti. In ultima analisi, dobbiamo avere
una fede assoluta nel nostro popolo e nella sua capacità di sacrificio e
di sviluppo [della lotta] e credere, al di là di ogni dubbio, che
vinceremo. Nena News
Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola rotonda di
Al-Shabaka. La versione completa è stata originariamente pubblicata sul
sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015. Jamal Juma’ è un membro
fondatore dei Comitati di Soccorso Agricolo Palestinese,
dell’Associazione Palestinese per gli Scambi Culturali e della Rete
delle ONG Ambientaliste Palestinesi.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e
non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia
Ma’an News.
(Traduzione di Amedeo Rossi)
Questa
è la seconda parte di una pubblicazione divisa in otto segmenti
sull’attuale assenza di un’autentica dirigenza nazionale palestinese e
sulla rivolta dei giovani contro la prolungata occupazione militare da
parte di Israele e la negazione dei diritti umani nei Territori
Palestinesi Occupati (TPO)
di Jamil Hilal* - Ma’an News (ma tratto da Al-Shabaka*)
Roma, 1 dicembre 2015, Nena News – I partiti politici
democratici e progressisti hanno storicamente fornito i dirigenti nella
lotta per la libertà dall’oppressione, soprattutto dal saccheggio e dal
terrore provocato dall’ insediamento di coloni. Purtroppo qui ciò non è
avvenuto fin dalla prima Intifada alla fine degli anni ’80.
Non
solo i partiti politici e i movimenti non si sono fatti carico delle
loro responsabilità, ma hanno anche agito in un modo che ha frammentato
il movimento di liberazione nazionale palestinese. Invece i
partiti avrebbero dovuto rivedere in modo critico i progressi ed i
fallimenti del passato in modo da ricostruire un movimento più consono
alle nuove condizioni nazionali, regionali e internazionali. In breve, i
partiti politici non sono nelle condizioni di fornire una dirigenza
unificata e una strategia coerente con l’attuale lotta dei giovani
contro l’oppressione dei coloniale e il cupo futuro che attende i
giovani.
Quanto alla riconciliazione tra Fatah e Hamas, tutto indica
che non verrà raggiunta presto. Gli altri partiti politici hanno giocato
il ruolo di mediatori invece di formare una leadership alternativa con
un programma che affronti la frammentazione, colonizzazione e
sottomissione sempre più pesanti imposte ai palestinesi. Non è
stato formato un blocco storico per spingere i due maggiori movimenti in
conflitto (Fatah e Hamas) a rinsavire o, in mancanza di ciò, che si
prendesse la responsabilità di offrire una nuova prospettiva e una nuova
dirigenza.
La maggioranza del popolo palestinese è disillusa e frustrata dai
continui litigi e dai risultati di Fatah e Hamas, mentre sempre più
terra viene occupata dai coloni e le case distrutte, i palestinesi
vengono arrestati arbitrariamente, Gerusalemme viene “israelizzata”, i
gazawi sottoposti a un lento genocidio, i palestinesi del 1948 [cioè con
cittadinanza israeliana. Ndtr.] soffrono discriminazione e segregazione
e i rifugiati sono condannati all’esilio. Ora giovani disarmati vengono
assassinati a sangue freddo dall’esercito israeliano e dai coloni
mentre la cooperazione sulla sicurezza vergognosamente continua.
La risposta dovrebbe essere che ogni comunità palestinese decida
democraticamente la propria dirigenza alternativa e pensi
collettivamente a come costruire un nuovo movimento nazionale,
conservando al contempo i risultati positivi che la lotta palestinese ha
raggiunto nei decenni scorsi.
Ciò non sarà facile, ma i
palestinesi del 1948 sembrano essere sulla via giusta [l’autore si
riferisce alla costituzione alle ultime elezioni israeliane di una lista
unitaria degli arabo-israeliani. Ndtr.], il loro esempio dovrebbe
essere studiato e, dove possibile, seguito.
Ovviamente, ciò non sarà facile da mettere in pratica. Sembra che ci
sia ancora bisogno, data la situazione estremamente vulnerabile della
maggior parte delle comunità palestinesi, di costituire comitati locali
nei villaggi, nei campi di rifugiati e nei quartieri urbani in modo da
articolare i loro bisogni in base alle specificità della loro
situazione, e poi formare aggregazioni più ampie.
Per esempio,
in Cisgiordania, per un gran numero di comunità il problema è come
difendere se stessi, la propria terra e proprietà contro i mortali
attacchi dei coloni; nella Striscia di Gaza, come affrontare i pressanti
problemi causati dall’assedio israeliano e le continue guerre letali; e
in Libano, come dare più potere ai comitati popolari nei campi di
rifugiati in modo che formino un “quadro unificato” per affrontare i
maggiori problemi comuni ai vari campi.
Il ruolo di simili comitati locali potrebbe estendersi in base alle
circostanze, dai municipi,dai consigli di villaggio, dalle sezioni
locali di partiti politici, dalla società civile e dallele istituzioni
locali. Gli esempi delle continue lotte dell’Alto Comitato di
Monitoraggio tra i palestinesi del 1948 [comitato che riunisce tutte
organizzazioni dei palestinesi con cittadinanza israeliana. Ndtr.] e
delle lotte del Movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le
Sanzioni (BDS) sono un esempio per tutti noi.
Ma nella vita reale, la gente riflette e trova le soluzioni concrete
ai problemi che deve affrontare in una specifica situazione.
Fortunatamente non stanno ad aspettare gente come me che gli dica cosa
fare.
(Traduzione di Amedeo Rossi)
*
Jamil Hilal è un sociologo e scrittore
palestinese che ha pubblicato molti libri e articoli sulla società
palestinese, il conflitto arabo-israeliano e i problemi del Medio
Oriente.
*Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no
profit che ha come obiettivo informare e stimolare il dibattito pubblico
sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel
contesto delle leggi internazionali.
Per la prima parte
clicca qui
Questa
è la terza parte di una pubblicazione divisa in otto segmenti
sull’attuale assenza di un’autentica dirigenza nazionale palestinese e
sulla rivolta dei giovani contro la prolungata occupazione militare da
parte di Israele e la negazione dei diritti umani nei Territori
Palestinesi Occupati (TPO)
di Nijmeh Ali – Ma’an News (tratto da Al-Shabaka)
Roma, 2 dicembre 2015, Nena News – La gioventù palestinese
che è scesa nelle strade sta dando inizio ad un’importante fase nella
risposta all’occupazione israeliana e all’ingiustizia, indicando il
ruolo significativo che la generazione dei più giovani potrebbe
svolgere, sostituendo l’attuale leadership.
Tuttavia rimane un problema:
la nuova generazione è in grado di spostare la rivolta o l’ondata di rabbia dalle strade agli ambiti politici o diplomatici?
Il problema sta nel fallimento della rivolta contro le tradizionali
leadership palestinesi di Fatah, di Hamas e della sinistra: è questo ciò
che occorre per trasformare lo spirito della rivoluzione in risultati
diplomatici e politici.
I partiti politici palestinesi si comportano normalmente come
i partiti di tutto il mondo: valutano i vantaggi politici che possono
ricavare da questa ondata di rabbia, in termini di ripresa dei negoziati
con Israele. Non agiscono come partiti rivoluzionari che
combattono una lotta di liberazione, e non sono in linea con sentire
popolare. Così, i partiti erigono ostacoli piuttosto che appoggiare la
rivolta dei giovani o qualunque altra azione al di fuori della cornice
istituzionale prestabilita, come i gruppi armati delle fazioni. Le
azioni incontrollate non avvantaggiano i partiti politici, perché (i
partiti) non possono dirigerle.
La questione non è creare un nuovo spazio all’interno o all’esterno
dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Sta anche
nel cambiare il comportamento politico dei palestinesi come popolo
subordinato agli attuali apparati politici.
E’ indispensabile
superare le strette affiliazioni di parte che hanno rafforzato la
divisione interna tra palestinesi ed indebolito l’OLP. L’ondata di
rabbia popolare è un’aperta ribellione contro tali strette affiliazioni ed è un’espressione della necessità di rafforzare il livello nazionale in quanto opposto alle affiliazioni di parte.
Tuttavia, data la realtà esistente e la crescente divisione tra
fazioni, sarebbe stato più opportuno che i giovani si fossero ribellati
contro l’attuale leadership politica e l’avessero rimpiazzata con leader
più giovani che avessero energia politica, credibilità e vigore.
I leader locali non sono mai stati isolati dalla loro leadership centrale:
Fatah
e Hamas, per esempio, sono movimenti politici di massa piuttosto che
partiti politici in senso tradizionale. Perciò non ci si deve
prospettare uno scenario in cui potrebbe emergere un movimento popolare
indipendente, anche se possono essere istituiti dei comitati popolari,
come successe nella prima intifada. Vale la pena di notare che
la leadership nazionale unificata di quell’intifada era stata formata da
attori politici che perseguivano obbiettivi politici comuni ed una
visione incentrata sulla fine dell’occupazione come tappa fondamentale
verso la liberazione.
In breve,
abbiamo bisogno di una primavera palestinese all’interno dei partiti,
piuttosto che di strutture politiche alternative che rafforzerebbero la
divisione e la miope partigianeria. In assenza di una ribellione dei
giovani all’interno dei partiti politici palestinesi, nessuna rivolta
otterrà un reale cambiamento politico. I sacrifici del popolo
palestinese andranno sprecati, aumentando la frustrazione ed il senso di
impotenza. Sarebbe davvero preoccupante se questa frustrazione
sopprimesse lentamente la fiducia dei palestinesi nella loro capacità di
liberarsi.
…
Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola rotonda di
Al-Shabaka. L’intera versione è stata originariamente pubblicata sul
sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015. Le opinioni espresse in questo
articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la
politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)
*Nijmeh Ali, palestinese di Haifa, attualmente
lavora al suo PhD presso il Centro Nazionale per la Pace e gli Studi sui
Conflitti all’Università di Otago, Nuova Zelanda. Si incentra sui
cittadini palestinesi di Israele in quanto popolo autoctono.
*Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no
profit che ha come obiettivo informare e stimolare la discussione
pubblica sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel
contesto delle leggi internazionali.
Per la seconda parte
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Questa
è la quarta parte di una pubblicazione divisa in otto segmenti
sull’attuale assenza di un’autentica dirigenza nazionale palestinese e
sulla rivolta dei giovani contro la prolungata occupazione militare da
parte di Israele e la negazione dei diritti umani nei Territori
Palestinesi Occupati (TPO).
di Khalil Shaheen – Maannews (tratto da Al-Shabaka)
Roma, 3 dicembre 2015, Nena News – Il sistema politico
palestinese è vicino al collasso dopo che ha abbandonato la propria
identità di movimento di liberazione nazionale con il riconoscimento,
negli Accordi di Oslo, della legittimità di un sistema razzista di
insediamenti coloniali. L’attuale ondata di collera è una ribellione
contro questa relazione e l’ideologia su cui si basa. Quest’ondata è
anche una prosecuzione in forma più ampia di forme di espressione e di
azione politica che sono andate oltre il tradizionale sistema politico e
organizzativo stabilito negli anni 1960, che ha subito a sua volta un
lento e inesorabile declino.
Tuttavia
bisogna prendere atto della “coesistenza” tra la
tradizionale politica dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della
Palestina), dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) e delle fazioni
palestinesi da un lato, e le nuove forme di azione politica dall’altro,
dovuta al carattere di transizione dell’attuale fase. In
particolare, il movimento nazionale tradizionale continua ad avere un
ruolo politico nonostante la sua incapacità di raggiungere il suo
storico obbiettivo di ottenere i diritti nazionali del popolo
palestinese.
La realizzazione di questo obiettivo dovrebbe spingere i palestinesi a
porsi domande strategiche riguardo alle ripercussioni di un’ideologia e
di una serie di prassi fallimentari e a cosa sia necessario per
rinnovare il progetto nazionale palestinese ed un’istituzione nazionale
in grado di raggiungere i propri obiettivi.
Negli ultimi anni, alcuni hanno sostenuto che non ci sia bisogno di
ricostruire il movimento nazionale come prerequisito per adottare una
strategia d’azione. Ritengono semmai che il reclutamento di un gran
numero di soggetti in programmi di azione partecipativi sia la via
giusta per ricostruire il movimento nazionale. Questo approccio è
incentrato sulla creazione di un nuovo percorso basato sull’unificazione
dei palestinesi in patria e nella diaspora.
Il movimento
globale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), il movimento per
il diritto al ritorno e i comitati di resistenza popolare contro il
muro di separazione sono tutte espressioni di nuove forme d’azione al di
fuori dello schema tradizionale dell’azione politica di partito.
Analogamente, l’attuale ondata di rabbia è una nuova forma di
azione popolare condotta dai giovani. Il tradizionale sistema dei
partiti politici non ha previsto le conseguenze di questa azione in un
periodo di forti divisioni e conflitti interni su potere ed influenza.
Questa ondata può indebolirsi o intensificarsi, ma sembra essere parte
di una serie di ondate che continueranno a verificarsi fino a quando
diventeranno uno tsunami che esprimerà il riconoscimento unanime della
causa palestinese come liberazione nazionale e la necessità di
ricostruire le strutture nazionali ed istituzionali in grado di creare
un nuovo percorso di lotta.
L’attuale ondata di collera dimostra che c’è una nuova generazione
che ridefinisce il rapporto del popolo con l’occupazione israeliana come
basato sul conflitto e non sulla “comprensione”. Lo fa sfidando il
monopolio della politica condotta all’interno dei bantustan dall’ANP,
che l’occupazione israeliana sta trasformando in un agente
amministrativo, economico e di sicurezza interno di un sistema di
dominazione coloniale.
Tuttavia
questo non significa la fine del ruolo politico
delle fazioni, nonostante la loro condizione di divisione interna e di
mancanza di legittimazione popolare. Le fazioni dirigono ancora le
prassi politiche e le forme di resistenza armata, soprattutto nella
Striscia di Gaza. Dominano l’OLP, l’ANP, i sindacati, le associazioni
professionali e le organizzazioni studentesche.
Gli attuali segnali di nascita di nuove forme di azione
politica e di lotta possono sembrare simili a quelli degli ultimi anni
’50 e primi anni ’60, quando una giovane generazione ha sfruttato le
favorevoli condizioni nei paesi arabi e a livello internazionale per
impostare un nuovo percorso di lotta che ha rovesciato in breve
tempo la leadership precedente e successiva alla Nakba (l’espulsione
dei palestinesi dai territori del neonato Stato di Israele nel 1948,
ndt.). Quella generazione ha sviluppato strutture politiche e gruppi
armati che derivavano la propria legittimazione dal popolo, che proclamò
la propria fedeltà alla nuova leadership senza una legittimazione
elettorale.
Tuttavia oggi le condizioni sono diverse ed ancora mancano gli
elementi chiave di questo processo. C’è ancora spazio per i soggetti
tradizionali per giocare un ruolo. Non sarà possibile reimpostare una
politica e un’attività organizzata con un ampio coinvolgimento popolare
se non cambieranno gli obbiettivi, i metodi e le regole. Ad un certo
punto, i partiti tradizionali devono confrontarsi con le nuove forme di
attivismo politico che va ridisegnando il rapporto con il colonizzatore.
Questo comporterà lavorare con la generazione più giovane per
stabilire gli obbiettivi e le richieste dell’attuale rivolta, invece di
cercare di monopolizzarla o frenarla. Ciò aiuterebbe a trasformare le
forme di azione politica dei partiti tradizionali in una lotta attiva
guidata dalla generazione dei giovani e ad accelerare lo sviluppo di
una vasta rivolta, capace di creare un percorso nuovo nella lotta di
liberazione.
….
Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola rotonda di
Al-Shabaka. L’intera versione è stata originariamente pubblicata sul
sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e
non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia
Ma’an News.
(Traduzione di Cristiana Cavagna)
*Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no
profit che ha come obiettivo informare e stimolare la discussione
pubblica sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel
contesto delle leggi internazionali.
*Khalil Shaheen, giornalista palestinese,
esperto di media, ricercatore e noto analista politico e dei media. È
attualmente direttore di ricerca e politiche e membro del consiglio di
amministrazione di Masarat – The Palestine Center for Policy Research
and Strategic studies (Il centro palestinese per la ricerca di
politiche e studi strategici, un istituto indipendente specializzato
nell’individuazione di politiche strategiche. Ndtr.) a Ramallah.
Per la terza parte,
clicca qui
Questa
è la quinta parte di una pubblicazione divisa in otto segmenti
sull'attuale assenza di un'autentica dirigenza nazionale palestinese e
sulla rivolta dei…
Jabel Suleiman – Maannews (tratto da al-Shabaka)
Roma, 8 dicembre 2015, Nena News - Il movimento dei giovani
in atto in Palestina solleva una serie di domande relative ai suoi
motivi, alle sue cause ed alla sua natura. Si tratta dell’espressione di
disperazione e frustrazione o di un rinnovato spirito nazionale? E’
stato scatenato dalla divisione tra i palestinesi, la penosa condizione
dell’ANP, il fallimento del processo di Oslo e della soluzione dei due
Stati, l’espansione aggressiva delle colonie israeliane, la profanazione
dei luoghi santi o dal declino dell’interesse dei Paesi arabi e
dall’indifferenza della comunità internazionale per la causa
palestinese?
Si trasformerà in una rivolta popolare come la prima Intifada o rimarrà un’espressione di collera che presto svanirà?
Quali condizioni si devono verificare perché questo movimento si
trasformi in una ribellione guidata da una dirigenza nazionale unificata
e da un programma complessivo? Quale ruolo dovrebbero giocare le
fazioni dell’OLP e la più vasta leadership palestinese per consolidare e
proteggere la rivolta e sviluppare una leadership nazionale unificata,
data l’istituzionalizzazione delle divisioni palestinesi? E come?
Questo movimento di giovani senza precedenti, che è portato avanti da
palestinesi nati nel periodo della firma degli accordi di Oslo, è
diretto contro l’occupazione. Ma include anche la collera e la
protesta
contro l’ANP e i suoi risultati politici, responsabile dell’attuale
situazione della causa palestinese in generale e in particolare delle
condizioni nei TPO [Territori Palestinesi Occupati]. Questo è il paradosso a cui ci troviamo davanti:
come
possono le fazioni palestinesi, dentro e fuori dall’OLP, che hanno
contribuito a creare l’attuale stato di cose, aiutare a sviluppare un
movimento e formare una dirigenza unificata? Di fatto, le
fazioni non possono essere escluse né esentate dalle responsabilità,
soprattutto a causa della mancanza di un movimento nazionale alternativo
o di un blocco popolare e non di fazione (un blocco storico in senso
gramsciano) in grado di elaborare una struttura nazionale complessiva
che comprenda tutti i palestinesi.
L’importanza del coordinamento quotidiano tra i dirigenti politici e i
giovani che stanno affrontando l’occupazione non può essere
sopravvalutata. Ciò non significa che le fazioni siano libere di sviare e
sfruttare il movimento per ottenere risultati diversi, non in linea con
la lotta contro l’occupazione, ponendo fine alle divisioni e trovando
un’uscita dall’attuale situazione palestinese di stallo, specialmente
mentre il popolo palestinese continua a pagare il prezzo del modo in cui
la prima Intifada è stata sfruttata per firmare gli accordi di Oslo.
Ci sono urgenti compiti nazionali da svolgere per tutti.
Le
fazioni non dovrebbero pesare sul movimento dei giovani o spingerlo alla
militarizzazione o all’ottenimento di risultati in breve tempo come un’
immediata fine dell’occupazione, che nessuna di loro è stata in grado
di ottenere. Di conseguenza, è necessario un accordo su
obiettivi modesti e tattici. Le fazioni dovrebbero trattare questa
ondata di proteste come un passo sul lungo e spinoso cammino della
lotta, e devono contribuirvi e appoggiarlo su quelle basi. Le fazioni
dovrebbero ascoltare le giovani generazioni e includerle nella
leadership della lotta e nei comitati locali che dovrebbero essere
creati.
I partiti dovrebbero concentrarsi nel formare una dirigenza
politica unificata che rappresenti tutte le fazioni, anche prima di
porre fine alle divisioni, in modo da appoggiare la tenacia del popolo
palestinese e prepararsi per una lunga battaglia contro l’occupazione.
Ciò è indispensabile per l’evoluzione dell’attuale movimento dei
giovani in una rivolta popolare e in un’ampia disobbedienza civile sul
modello dello sciopero del 1936 [contro il Mandato inglese e i sionisti.
Ndtr.],
insieme a una battaglia diplomatica e legale sul fronte internazionale contro l’occupazione israeliana.
Per ottenere risultati da questi sforzi il coordinamento sulla
sicurezza con Israele deve cessare immediatamente, come passo
fondamentale verso lo smantellamento della struttura amministrativa e
legale di Oslo. Le funzioni dell’ANP devono essere riconsiderate e la
divisione tra Hamas e Fatah dovrebbe essere superata in modo che l’OLP
possa essere ricostruita su fondamenta nazionali inclusive.
Le forze contro l’occupazione, che includono le istituzioni della
società civile, organizzazioni di base, sindacati, associazioni
professionali, università e la campagna BDS, si devono impegnare in modo
più attivo nel movimento dei giovani. Devono utilizzare i loro legami
internazionali con i gruppi di solidarietà, contrari alla
discriminazione e all’occupazione in tutto il mondo per appoggiare i
giovani e la loro spinta volta a porre fine all’occupazione. Nena News
Questo pezzo è parte della pubblicazione di una
tavola rotonda di Al-Shabaka. La versione completa è stata
originariamente pubblicata sul sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.
Le opinioni espresse in questo articolo
appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica
editoriale dell’Agenzia Ma’an News.
Traduzione a cura di Amedeo Rossi
*
Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no
profit che ha come obiettivo informare e stimolare il dibattito pubblico
sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel
contesto delle leggi internazionali.
*Jabel Suleiman è un ricercatore ed esperto
palestinese indipendente, attualmente consulente del programma
palestinese dell’UNICEF nei campi di rifugiati palestinesi in Libano
Per la quarta parte,
clicca qui
10 dic 2015
by Redazione
.
Per
affrontare il problema fondamentale sul perché i partiti politici
storici non sono riusciti a catalizzare la frustrazione dei giovani
nena-news.it/la-rivolta-dei…
Per
affrontare il problema fondamentale sul perché i partiti politici
storici non sono riusciti finora a catalizzare l’attuale frustrazione
dei giovani bisogna considerare il modo in cui i politici palestinesi
sono stati trasformati, e in primo luogo lo spostamento del discorso
politico e la strategia dell’OLP dalla lotta per la liberazione alla
costruzione di uno Stato.
di Mjiriam Abu Samra*
(traduzione di Carlo Tagliacozzo)
Per affrontare il problema fondamentale sul perché i partiti politici
storici non sono riusciti finora a catalizzare l’attuale frustrazione
dei giovani
bisogna considerare il modo in cui i politici
palestinesi sono stati trasformati, e in primo luogo lo spostamento del
discorso politico e la strategia dell’OLP [Organizzazione per
Liberazione della Palestina, di cui fanno parte quasi tutti i gruppi
politici palestines. Ndtr.] dalla lotta per la liberazione alla
costruzione di uno Stato. Ciò ha privato la lotta dei suoi principi fondamentali e ha lentamente indebolito la sua strategia:
una
normalizzazione neocolonialista con l’occupante ha preso il posto
dell’originale quadro anticoloniale che aveva modellato la lotta. In conseguenza di ciò, il movimento nazionale è rimasto paralizzato nella sua capacità di mobilitazione della base.
La relazione neocoloniale tra i colonizzatori e i colonizzati
ha isolato la dirigenza palestinese dalla sua base popolare e la lotta
si è bloccata. La crisi tra Hamas e Fatah è una dimostrazione
della complessa condizione coloniale imposta ai palestinesi e
dell’incapacità dei partiti politici palestinesi di dare la priorità
alla volontà del loro popolo rispetto agli interessi neoliberali.
Benché la sua manifestazione più acuta sia la crisi tra Fatah ed Hamas,
il progetto neoliberale inaugurato da [gli accordi di] Oslo ha colpito
tutti i partiti palestinesi a vario livello e li ha resi incapaci di
rappresentare la volontà popolare.
Prendendo in considerazione questo quadro complessivo, è improbabile
vedere un ruolo significativo per i partiti politici tradizionali
nell’attuale rivolta – a meno che essi riprendano la visione politica e
il discorso anticolonialista del movimento palestinese.
D’altra
parte, un tale cambiamento radicale potrebbe rappresentare la completa
estinzione della classe dirigente e lo smantellamento del complesso di
interessi economici e politici nei territori palestinesi occupati. E’ un
rischio che la leadership palestinese per il momento non sembra
intenzionata a prendersi.
Di conseguenza, qualunque altro sforzo per dare una dirigenza solida e
duratura ai movimenti spontanei sul terreno ha la necessità di
rimettere al centro della lotta la liberazione e la giustizia. E’ più
probabile che i giovani palestinesi possano eventualmente giocare un
ruolo nella ridefinizione radicale delle politiche palestinesi piuttosto
che questi partiti politici tradizionali possano realmente contribuire
all’attuale ribellione.
A questo proposito, dobbiamo prestare
attenzione ai nuovi sforzi da parte dei giovani palestinesi della
diaspora (shatat) e nella Palestina storica, che stanno offrendo un
solido quadro politico all’attuale rivolta e, in generale, al
malcontento palestinese. E’ troppo presto per valutare il
potenziale strategico di queste iniziative, comunque è importante
mettere in luce il discorso radicale che stanno sostenendo.
E’ anche importante riconoscere, soprattutto, gli strenui sforzi di
riunificare -quanto meno simbolicamente, per il momento – il messaggio
politico di tutte le componenti della società palestinese: sotto
occupazione in Cisgiordania e a Gaza, nella “Palestina del ’48 [cioè in
Israele. Ndtr.]” e nella diaspora.
Si veda, ad esempio, la
mobilitazione transnazionale invocata dai giovani palestinesi da ogni
parte del mondo il 29 novembre, che le Nazioni Unite hanno designato
come il giorno internazionale di solidarietà con il popolo palestinese.
Simili sforzi rappresentano un nuovo cammino per i politici
palestinesi che intendano unificare la società palestinese attorno a una
visione condivisa di giustizia, liberazione e ritorno [dei profughi].
Queste incipienti iniziative possono fornire un nuovo spazio per
l’emergere di una dirigenza nazionale in grado di elaborare – e
sostenere – una strategia innovativa di resistenza per la lotta
palestinese.
Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola
rotonda di Al-Shabaka. La versione completa è stata originariamente
pubblicata sul sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.
*Mjiriam Abu Samra,
è una ricercatrice a livello di dottorato in relazioni internazionali
ed esperto palestinese indipendente, attualmente consulente del
programma palestinese dell’UNICEF nei campi di rifugiati palestinesi in
Libano.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli
autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale della
Near East News Agency (Nena News)
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L'attuale
movimento popolare rende ancora più urgente che i partiti politici
abbandonino i propri interessi e contribuiscano alla crescita della
partecipazione…
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l
’attuale movimento popolare rende
ancora più urgente che i partiti politici abbandonino i propri
interessi e contribuiscano alla crescita della partecipazione della
società civile. Tutte le fazioni dovrebbero unirsi nel proporre un
programma nazionale che faccia a meno di Oslo e delle strutture
istituzionali che rendono inefficace la lotta dei palestinesi
(Photo: Ahmad Gharabli/AFP/Getty Images)
di Belal Shobaki – Al-Shabaka
(traduzione di Carlo Tagliacozzo)
Questo pezzo è stato scritto da Belal Shobaki, assistente
e professore nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di
Hebron, Palestina e membro dell’Associazione americana di studi
politici.
L’attuale movimento popolare rende ancora più urgente che i partiti
politici abbandonino i propri interessi e contribuiscano alla crescita
della partecipazione della società civile. Fatah e Hamas hanno
un’occasione d’oro per attivarsi al di là delle loro preoccupazioni
riguardo alle questioni istituzionali della gestione dell’Autorità
nazionale palestinese e per agire in modo consono alla loro identità di
movimenti di liberazione sotto occupazione. Tutte le fazioni dovrebbero
unirsi nel proporre un programma nazionale che faccia a meno di Oslo e
delle strutture istituzionali che rendono inefficace la lotta dei
palestinesi. Possono usare la loro struttura mediatica per ricostruire
una cultura politica, economica e sociale che sostenga la sollevazione
piuttosto che per opporsi uno all’altro e mobilitarsi per la propria
fazione. Ciò comporterebbe un mutamento nelle tranquille abitudini
consumistiche dei palestinesi specie in Cisgiordania.
Fatah potrebbe trovarsi in difficoltà ad agire in tal modo, dato che
si identifica con le istituzioni dell’Autorità nazionale palestinese.
Tuttavia, Fatah avrebbe ancora di più da perdere se non riuscisse a
cambiare [atteggiamento]. L’umore complessivo dell’opinione pubblica
palestinese, compreso l’elettorato di Fatah, dissente completamente dal
pensiero della dirigenza politica secondo cui gli attuali avvenimenti
sono solamente “un’ondata di rabbia” che può essere controllata dalle
forze di sicurezza e sfruttata per riprendere i negoziati con Israele.
L’incapacità delle fazioni palestinesi a mobilitarsi per un aperto
scontro contro l’occupazione mentre la sollevazione dei giovani continua
produrrà senza dubbio dei dirigenti sul campo che saranno più capaci di
dirigere gli avvenimenti rispetto a quelli che siedono nei loro uffici.
Ciò porterà a una divaricazione ancora più ampia tra le forze che
stanno agendo senza condizionamenti, vincoli di appartenenza e burocrati
governativi.
Un simile movimento dovrebbe guardare al di là dell’alternativa tra
Fatah e Hamas. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e
la Jihad islamica potrebbero promuovere cortei e manifestazioni di
grande impatto contro l’occupazione. Entrambi godono del rispetto del
popolo palestinese e sono più liberi di Hamas, che in Cisgiordania è
stato oggetto di una campagna di repressione sia da parte di Israele che
dell’ANP. Queste due organizzazioni potrebbero lavorare con altre
fazioni per sostenere un confronto aperto con l’occupazione israeliana e
prendere l’iniziativa per la formazione di comitati di coordinamento
per gestire la sollevazione. Questi comitati dovrebbero evolvere in
seguito in una dirigenza condivisa che successivamente aderirebbe
all’OLP come parte del programma per riformare l’organizzazione.
Tuttavia, creare una nuova area [politica] è condizionata rispetto al
superamento della passata esperienza e in particolare della formula di
Oslo per una soluzione a due Stati. Coloro che attualmente hanno il
monopolio delle istituzioni politiche palestinesi sono gli stessi che
sostengono ancora questa ipotesi. Se l’opinione pubblica trasforma la
sollevazione in un rifiuto di Oslo, oltre alla lotta contro
l’occupazione, o emergeranno nuovi dirigenti che perseguiranno nuove
alternative oppure gli attuali dirigenti si sentiranno obbligati a
cambiare il loro comportamento a parole e nella prassi politica.
Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola
rotonda di Al-Shabaka. La versione completa è stata originariamente
pubblicata sul sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli
autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale della
Near East News Agency (Nena News)
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