Ariè fa parte della sessantina di soldati che hanno accettato di testimoniare per l’Ong Breaking the Silence
sul soggetto dell’operazione “Margine di protezione”, condotta
nell’estate del 2014 nella striscia di Gaza. Ariè ha confidato al mondo
la sua esperienza come tiratore a bordo di un carro armato. La sua
testimonianza è confermata in numerosi punti dalla stessa Ong
«Sono tiratore a bordo di un carro
armato. Ho seguito una formazione classica di quattro mesi, poi altri
quattro di formazione specialistica. C’è molto balistica, calcolo delle
distanze, esercizi pratici. Sei tu che controlli l’arma, occorre essere
calmi e precisi. C’è un pulsante che permette di accendere il cannone.
Quando si accende, significa che si è vicini al bersaglio. La regola
elementare è: non si scherza, si spinge quel tasto solo se si deve
sparare. Per farlo, serve l’ordine del comandante. Diventa istintivo. Ho
anche appreso che tutto va messo a rapporto. Ho appreso a scannerizzare
un paesaggio, da sinistra verso destra, e fare rapporto. La decisione
di sparare è successivamente presa da un superiore.
Quando sono stato chiamato nel luglio
del 2014, siamo stati riuniti nel Golan (nord di Israele). Abbiamo
atteso che i camion arrivassero, poi siamo partiti verso sud, in
prossimità della striscia di Gaza. Abbiamo cominciato a preparare i
carri. Nessuno ci ha parlato della missione. Tutto è sfogato, discutiamo
tra soldati, parliamo delle nostre paure, condividiamo i nostri
pensieri. Un generale si avvicina e ci dice: “Domani sera, entriamo
nella striscia di Gaza. Dobbiamo, pensare alle nostre famiglie. È per
loro che lo facciamo, per la loro sicurezza”. Ci ha parlato delle
regole. “C’è un cerchio immaginario di 200 metri intorno alle nostre
forze. Se vediamo qualcosa all’interno dobbiamo ucciderlo”.
Esplosione nel cuore di Gaza – Foto: Iranreview
Ero l’unico a trovare tutto questo
bizzarro: “Se una persona vede un carro e non fugge, non è innocente
deve essere uccisa”. Ai suoi occhi, non c’erano civili. Se qualcuno era
in torto, doveva essere ucciso. Il margine di manovra era ampio.
Dipendeva da me e dal mio comandante. Non indagavamo sul bersaglio come
mi era stato insegnato durante la formazione. Era più tipo: vedo
qualcosa di strano dalla finestra, quella casa è troppo vicina, ho
voglia di sparare. “Ok!”, diceva il comandante. Era questa la catena di
decisione nella nostra unità.
Avevamo mitragliatrici calibro 50 e i
7-62, per le zone aperte. Non abbiamo mai visto umani vicini a noi,
tranne nel caso in cui tornavano a casa in sicurezza. Ci vedevano,
continuavano ad avanzare. Avevamo paura di possibili attentati kamikaze.
Ho preso la mitragliatrice sparando vicino a loro per intimidirli,
perché avevamo paura anche noi. Anche se i soldati politicamente di
destra erano dispiaciuti per i civili, eravamo in mezzo a loro e ai
combattenti di Hamas. Che i combattenti vadano a farsi fottere! Abbiamo
sempre paragonato Hamas con lo Hezbollah libanese, che è visto come
l’élite. Hamas, ci fa paura lo stesso.
Vittime del conflitto a Gaza – Foto: rasicafiles
Non ho mai visto un combattente di
Hamas. Si spostano nei tunnel. Entri in una zona aperta, e di colpo, ti
sparano sopra. Ti giri, e non c’è più nessuno. E poi ci sono i cecchini
sui tetti. Ne ho ucciso uno. Il cecchino è un semi-combattente. Spesso,
vediamo persone sui tetti, che parlano al telefono. Verifichiamo se
siano uno dei nostri e poi sparavamo. È successo molto spesso nella mia
zona. Non potevamo prendere rischi.
Sparavamo sui palazzi ma non era
permesso sparare su quello delle Nazioni Unite. Nemmeno puntare il
cannone nella loro direzione, poteva partire un colpo per sbaglio.
Stessa cosa per l’ospedale o la centrale elettrica e i palazzi
internazionali. Ci serviva l’autorizzazione per rispondere.
Siamo entrati nella Striscia di Gaza il
19 luglio. Cercavamo dei tunnel di Hamas costruiti tra Gaza e Israele.
Dovevamo distruggere le infrastrutture di Hamas e causare danni
importanti al paesaggio, all’economia e alle infrastrutture per far
pagare il prezzo più alto ad Hamas. Ufficialmente, ci dicevamo di dover
evitare vittime civili ma nello stesso tempo dovevamo fare più danni
possibili. Ero l’unico nel mio battaglione che era turbato dalla cosa.
Tutti gli altri dicevano: “Dobbiamo farlo, o loro o noi, finiremo per
essere uccisi altrimenti”. Era veramente triste. Tentavo di capire
perché. Forse sono più maturo di loro, o è semplicemente la mia
educazione. Molti cercavano solo di sopravvivere, giorno per giorno.
Siamo entrati nella notte a Gaza, era
molto caotico. C’erano molte discussioni in radio. Avevamo paura. Dopo
qualche ora nelle quali sparavamo senza mai essere stati sparati, la mia
vigilanza era meno stretta. Un giorno abbiamo tentato di uscire dal
carro armato perché avevamo un problema al motore. In quell’istante
diversi proiettili hanno sfiorato il mio orecchio e mi sono gettato a
terra. La prima settimana uscivamo solo per pisciare e una volta ci
siamo fatti un caffè. Dormivamo nel carro armato. Faceva un caldo
terribile, non avevamo aria condizionata.
Gruppo di soldati riuniti di fronte a un carro armato a Gaza – Foto: timesofisrael
Siamo entrati all’interno della striscia
di Gaza. Ci dividevamo e partivamo per missioni di qualche ora, verso
il sud e verso Al-Bourej. Ho visto un tunnel di attacco di Hamas. Era
talmente largo che praticamente poteva entrarci un carro. Ho anche visto
piccoli tunnel a Juhor ad-Dik, sotto un palazzo che ospitava una
farmacia della CroceRossa. Siamo rimasti in quella zona due settimane e
mezza. La maggior parte del tempo, i carri pattugliavano la zona.
Avevamo molta paura delle incursioni di Hamas.
Per tutta l’operazione, i tiratori nei
carri armati erano felici di poter sparare dato che non potevano farlo
normalmente poiché costa troppo. Io l’ho fatto solo a sei riprese
durante la ma formazione. Era una buona occasione per verificare le
nostre competenze. Durante l’operazione ho sparato 20-25 volte dal
carro.
Nella terza settimana, ci eravamo
appostati in un luogo in cui vedevamo la strada per Salaheddine, la
grande arteria che attraversa la striscia di Gaza da nord a sud. La
gente circolava perché era in una zona fuori dal conflitto. Eravamo in
tre nel carro. Ci siamo detti: “Ok vediamo chi colpisce un veicolo o una
bicicletta”. Il comandante ha detto: “Ok, rendetemi fieri!”. Il mio
carro armato era datato 1980, non poteva raggiungere i bersagli
spostandosi velocemente. Dovevo calcolare tutto nella mia testa in
cinque secondi per anticipare la traiettoria. E non vedevo una parte
della strada. C’era un ciclista. Lo abbiamo puntato con la
mitragliatrice calibro 50. Ho sparato davanti e dietro, senza colpirlo.
Ha iniziato a pedalare più veloce di Armstrong. È l’episodio del quale
mi vergogno di più.
Quando ho lasciato Gaza, ero triste di
quello che era successo. Ma ero sollevato di tornare alla vita civile.
La maggior parte dei componenti della mia compagnia sono di destra.
Considerano Breaking the Silence come un’organizzazione antisionista.
“Crimini di guerra?” Sono grandi parole. Ma ho la percezione di aver
fatto cose orribili sul piano internazionale. Ho colpito civili, solo
per il gusto di farlo.
Ho provato a parlarne. Ma nel mio
ambiente, nessuno vuole sentire queste cose. “Sei un eroe, hai fatto
quello che dovevi…”. Anche i miei mi hanno detto la stessa cosa. Lì,
tutto il sistema dei valori era capovolto. La gente per strada mi diceva
che ero un eroe. Io, ero seduto all’interno di un carro armato tutto il
giorno. Mi sono abituato a sparare. Non avevo una finestra. Il mio
mondo a Gaza, era una scatola di 20 centimetri. Vedevo tutto attraverso
un mirino, con una croce. Avevo la consapevolezza di fare qualcosa di
male. Non c’era legge. Certo non è che stupravamo donne o uccidevamo
bambini. Ma potevamo sparare su palazzi vuoti o sparare su una strada.
Se uccidevamo qualcuno, potevamo avere qualche complicazione. Ma niente
di più.
(Twitter@ManuManuelg85)
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Manuel Giannantonio nasce a
Foligno (PG) il 31 dicembre del 1985, si trasferisce con la famiglia in
Francia poco dopo la nascita per tornare nel 1998 in Italia. Consegue il
diploma in informatica industriale nel 2005 e si iscrive alla facoltà
di scienze politiche relazioni internazionali dell’Università degli
studi di Perugia. Collabora con alcune riviste della sua città e con
l’ufficio stampa della Red Bull International. Nel 2011 inizia la sua
collaborazione con il quotidiano online 2duerighe.com del quale è ora
responsabile degli Esteri occupandosi anche di attualità. Ha curato le
elezioni repubblicane e presidenziali americane e ha pubblicato il libro
inchiesta “Anonymous - Luce sulla guerra nell’ombra” (Gruppo Editoriale
L’espresso S.p.A, 2013). Grande appassionato di sport, musica e di
viaggi.
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