Chi vince e chi perde con il prezzo del petrolio ai minimi




Attorno al crollo del prezzo del petrolio (che questa settimana è sceso ai minimi dal 2009) si gioca un'accesa competizione geopolitica. Gli interessi legati alla risorsa…
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La partita geopolitica sul ribasso dell’oro nero in una carta esclusiva per Limesonline.
Attorno al crollo del prezzo del petrolio (che questa settimana è sceso ai minimi dal 2009) si gioca un’accesa competizione geopolitica. Gli interessi legati alla risorsa che più rappresenta l’èra in cui viviamo sono soprattutto commerciali, ma le poste in gioco investono il prestigio, la potenza, persino la stabilità di alcuni Stati.

La prima vittima del barile sui 40 dollari è il cartello dei paesi produttori, l’Opec. Da più di un anno, l’organizzazione non riesce a trovare coesione al suo interno, spaccato fra i membri intenzionati a mantenere elevati i livelli di estrazione che causano l’eccesso di domanda (Arabia Saudita in testa) e quelli che invocano un taglio per innalzare i prezzi e alleviare il peso sui propri bilanci.

Per individuare i maggiori perdenti – che sono Russia, Algeria, Nigeria, Venezuela – occorre infatti osservare la combinazione tra la dipendenza delle casse statali dall’oro nero e il peso geopolitico del paese.

I principali fattori sono la rendita petrolifera (la percentuale sul pil della differenza tra il valore del greggio prodotto a prezzi di mercato e i costi di produzione), il peso dell’oro nero sulle esportazioni e il punto di break even, ossia il prezzo al quale deve essere venduto il barile affinché ciascuno Stato possa rispettare gli impegni di spesa.

Per ognuno degli sconfitti individuati alcune considerazioni geopolitiche aggravano lo stress da assottigliamento delle rendite.

Venezuela, Algeria e in misura minore Nigeria rischiano di vedere aumentare proteste e instabilità politica a causa dell’incapacità di finanziare le spese correnti e degli squilibri causati dalla diseguale distribuzione delle rendite. A Caracas domenica 6 dicembre il blocco chavista ha perso le elezioni parlamentari per la prima volta dal 1999.

La Russia è nella morsa fra la picchiata del barile e le sanzioni occidentali. Il calo della rendita dalle risorse minerarie genera dissesti nelle casse di Stato Anche in questa chiave va letto l’intervento in Siria, che dovrebbe dichiaratamente essere di breve periodo (3-4 mesi) per evitare di pesare ulteriormente sul bilancio pubblico.

L’Iran non è incluso nella lista dei perdenti, nonostante l’elevata dipendenza dal greggio, perché i suoi giacimenti potrebbero profittare della diminuzione degli investimenti internazionali in siti in cui il costo dell’estrazione è più alto (idrocarburi non convenzionali americani o nell’Artico).

Gli Stati Uniti sono l’anello di congiunzione tra vincitori e sconfitti. L’estrazione di gas e petrolio non convenzionali – simbolo delle velleità di autosufficienza energetica – è costosa e non sostenibile a questi prezzi. Tuttavia, la Casa Bianca vede come sacrificabili gli interessi della classe energetica legata allo shale sull’altare dei vantaggi strategici tratti dalle difficoltà arrecate dall’attuale congiuntura a molti dei propri rivali, Russia in testa.

Anche l’Arabia Saudita vanta un bilancio misto in questa partita. Nonostante figuri in vetta in quasi tutti gli indici di dipendenza dal petrolio, Riyad stima di avere abbastanza margine di manovra (soprattutto riserve in valuta estera e ricorso ai mercati finanziari) per sopportare il deficit, giunto al 20% del pil.

Tacciata di complotto antirusso e antiraniano, con la decisione di non tagliare la produzione di greggio la casa reale saudita punterebbe in realtà a mettere fuori mercato diversi competitori, guadagnando decisive quote commerciali. Per Riyad è però cruciale che la partita non si prolunghi più di tanto.

A profittare del crollo dei prezzi sono sicuramente i principali consumatori: l’Eurozona, ma soprattutto l’Asia orientale, con India, Cina, Giappone e Corea del Sud che ultimamente hanno incrementato il flusso di petrolio dal Golfo.

La reazione di queste potenze qualora la loro principale regione di approvvigionamento precipiti nel caos anche a causa dei dissesti energetici è tutta un’altra storia.

Testo di Federico Petroni
Carta inedita di Laura Canali in esclusiva per gli abbonati a Limesonline

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