Ugo Tramballi : Ue-Israele, scontro sulle etichette
Dopo tre anni di discussioni e avvertimenti a Israele, l’Unione Europea ha approvato le “Linee guida” da applicare a ciò che Israele produce nei
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Dopo tre anni di discussioni e avvertimenti a Israele, l’Unione Europea ha approvato le “Linee guida” da applicare a ciò che Israele produce nei territori occupati ed esporta. Per il governo israeliano è un boicottaggio ingiustificato, una decisione presa «per ragioni politiche, d’intraprendere un passo inusuale e discriminatorio». Un’iniziativa in odore di «antisemitismo».
Ma è un boicottaggio? L’interscambio fra Israele e la Ue vale 40 miliardi di dollari ed è un terzo delle esportazioni dello Stato ebraico. I prodotti dei territori occupati – Cisgiordania, alture del Golan e Gerusalemme Est araba – sono l’1% del totale. E non sempre sono facilmente identificabili perché in quelle zone si producono più componenti che prodotti.
Dalle “Linee guida” sono esclusi i cibi confezionati e i prodotti industriali a eccezione dei cosmetici. Il resto – frutta, verdura, vino, olive, miele e altro – non verrà escluso dal mercato europeo. Sarà solo etichettato in maniera diversa rispetto al solito: all’indicazione “Prodotti del Golan”, per esempio, sarà aggiunto (“insediamento israeliano”). Il commerciante sarà libero di far applicare o no la nuova etichetta e l’acquirente libero di comprare comunque, con o senza l’etichetta. È per questo che le linee guida non hanno nulla a che vedere con il movimento internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni) sempre più diffuso e, questo sì, potenzialmente costoso per Israele: 47 miliardi di dollari, secondo Rand Corporation.
In nessuna parte del documento europeo viene usata la definizione di boicottaggio. Al contrario, indicando i territori occupati, è un ulteriore riconoscimento dei legittimi confini d’Israele, per quanto sia una precisazione superflua: da che esiste la Comunità e poi l’Unione, nessun Paese membro li ha mai messi in discussione.
Come dice ancora il comunicato del ministero degli Esteri di Gerusalemme, diffuso da tutte le ambasciate israeliane, l’Europa sta usando «un doppio standard contro Israele, mentre ignora 200 dispute territoriali nel mondo, Ue compresa». Posto che sia difficile trovare insediamenti castigliani in Catalogna, in base alla Common Foreign Security Policy, la Ue al contrario fa un uso piuttosto ampio dell’arma del boicottaggio economico: al giugno 2014 erano 30 gli Stati sottoposti a qualche forma di sanzione. È il 16% dei membri delle Nazioni Unite. La Russia che ha annesso la Crimea, è sotto un pesante regime di sanzioni; è ancora in vigore l’embargo sulle armi alla Cina, dal 1989, dopo il massacro di piazza Tienanmen.
Ma le sanzioni economiche, ben più pesanti delle “Linee guida” approvate ieri, sono soprattutto applicate nelle regioni del mondo più vicine e dove la Ue ha interessi economici e politici più diretti: i Paesi dell’Africa sub-sahariana (10 sotto sanzione), dell’Europa orientale e dei Balcani (7) e mondo arabo (6).
Tuttavia il governo israeliano ha ragione. L’elemento economico delle Linee guida europee è irrilevante: l’1% delle esportazioni israeliane. Lo è molto di più l’aspetto politico: un gesto di dissenso verso un governo che continua ad allargare i suoi insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. In questi tre anni un crescente numero di imprese ha già trasferito gli impianti all’interno delle frontiere d’Israele. E l’Europa non è sola. Amos Oz, il grande scrittore israeliano che meriterebbe il Nobel se a Stoccolma non fossero ciechi, ha deciso di non partecipare più a iniziative culturali organizzate dal governo nazional-religioso di Netanyahu.
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