Ugo Tramballi : Un'altra giornata di sangue a Gerusalemme e a Gaza»






Un'altra giornata di sangue a Gerusalemme ea Gaza

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La porta di Damasco della Città vecchia che guarda verso i quartieri arabi di Gerusalemme è un campo di battaglia dai tempi di Saladino. Grandi assedi e scaramucce come quelle ripetutesi ieri, in questa strana Intifada nella quale sono sguainate più le armi di una cavalleria rusticana che di una rivolta popolare. Lentamente ma metodicamente, il conto delle vittime comunque cresce.
Le prime vittime sono state una coppia di anziani israeliani ultraortodossi e un palestinese di 13 anni. I primi avevano preso la strada più breve ma più pericolosa per raggiungere il Muro del Pianto, dove adempiere i doveri religiosi del sabato. Davanti alla porta di Damasco il ragazzino palestinese ha estratto un coltello e li ha colpiti, ferendoli leggermente. Immediatamente dopo gli agenti di guardia lo hanno ucciso. Poche ore più tardi, nello stesso luogo, sapendo di compiere un gesto suicida un altro giovane palestinese ha aggredito tre poliziotti israeliani. Uno è stato ferito gravemente al collo, un secondo è stato colpito in modo leggero. È intervenuta un'altra pattuglia. Sparando all'aggressore, gli agenti hanno ferito anche il loro collega più grave e il terzo che non era stato accoltellato dal palestinese.

Terroristi di Hamas

Nel pomeriggio ci sono stati altri tre ragazzi palestinesi morti accanto al filo spinato che divide la Striscia da Israele. Scaramucce, giovani disarmati o con un coltello in pugno. Nella seconda Intifada, iniziata nel 2000, le armi degli attentati suicidi come questi erano cinture esplosive e tritolo. Ora c'è il muro costruito dagli israeliani, un filtro difficilmente valicabile. E la collaborazione fra i primi e le forze di sicurezza palestinesi per ora continua a funzionare perché, per il momento, la rivolta è giovanile e senza organizzazione. Se gli israeliani decidessero di rioccupare militarmente tutta la Cisgiordania, come propone il ministro della Difesa Moshe Ya'alon, un super-falco, commetterebbero un grave errore.
Dal punto di vista operativo la rivolta attuale non è quella che gli israeliani definiscono una «minaccia esistenziale». Ma proprio per questo è molto meno semplice fermarla. Venerdì il premier di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, aveva invitato alla mobilitazione generale per una nuova Intifada. Oltre gli slogan e le dichiarazioni, anche il movimento islamico della Striscia è cauto: ieri, dopo aver convocato una manifestazione di protesta, l'ha sciolta prima che potesse trasformarsi in un nuovo assalto verso la frontiera israeliana, come venerdì. Hamas ha un'ala militare radicale e una politica più pragmatica, e attorno alle due fazioni crescono le organizzazioni salafite ed islamiste. Esiste anche un nucleo che si richiama all'Isis. Ancora diroccata dalla guerra dell'estate 2014, Gaza non sarebbe in grado di affrontare l'inverno con una nuova escalation israeliana. E se scoppiasse una terza Intifada, difficilmente Hamas la saprebbe controllare.
Nel caos mediorientale le alleanze diventano più mobili che nel passato. L'Iran non è più l'alleato di prima. L'Egitto del generale al-Sisi detesta Hamas, costola dei Fratelli musulmani egiziani: quella verso il Sinai è una porta quasi sbarrata. Ma in nome del grande fronte regionale sunnita (non ci sono sciiti fra i palestinesi) Salman, il nuovo re saudita, ha avviato un riavvicinamento con la fratellanza. Chi paga per la sopravvivenza della Striscia e sostiene Hamas ora sono soprattutto i sauditi, la Turchia e il Qatar, interessati a dare denaro all'ala politica, non a quella militare. Un fronte israeliano nella Grande guerra mediorientale non lo desidera nessuno.

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