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Un
nome. Che cosa importa poi un nome? Che sia l'intifada dei coltelli. La
terza o addirittura la quarta intifada, se si aggiunge al conto la
grande rivolta araba del 1936-39. Una guerra civile. La resistenza
all'occupazione israeliana che dura dal 1967.
La guerra strategica dei coloni israeliani per sovvertire lo status quo
dei luoghi santi e, dunque, di Gerusalemme. Un nome alle cose e agli
eventi significa - quando va bene - interpretazione, capacità di
lettura, e di conseguenza proposte di soluzione dei conflitti. La
difficoltà, con questa ultima guerra per Gerusalemme, è qui. È nel nome
da darle.
Guerra preparata
Perché il nodo di Gerusalemme è stato considerato troppo complesso da
sciogliere per affrontarlo nelle cancellerie e sul tavolo del processo
di Oslo, ed è stato dunque lasciato nel cassetto dai decisori. Per dirla
meglio, Gerusalemme è stata riposta nei tanti cassetti, in Europa,
negli Stati Uniti, nelle capitali che contano nella regione araba e nel
Grande Medio Oriente.
La ragione per rinviare sine die la si vede con nettezza ora, in questi
giorni in cui la violenza e la repressione brutale hanno raggiunto (e
pure con fatica) una minima copertura mediatica. I codici di lettura, i
vocabolari per comprendere gli equilibri di Gerusalemme sono rari e in
pochi li sanno usare.
Perché ora, la fiammata di violenza? Perché proprio lì, vicino alla
Porta di Damasco? Perché sono i liceali e gli universitari palestinesi a
scendere per le strade delle cittadine ad autonomia limitata in
Cisgiordania? Perché sono i bambini e i ragazzini di Gerusalemme est a
sfidare i soldati israeliani che usano una violenza sproporzionata al
lancio delle pietre e persino ai coltelli? Perché la visita blindata dei
coloni israeliani sulla Spianata delle Moschee è divenuta così
frequente, dopo l'ultima vittoria elettorale di Benjamin Netanyahu?
Gerusalemme è sempre stata, da migliaia di anni, una città-laboratorio,
iconica, religiosa, e nello stesso tempo così terrena e politica. Lo è
anche ora, lo è stata anche in questi dieci anni in cui la seconda
intifada si è spenta per consunzione. E l'attuale Guerra per Gerusalemme
è stata preparata. Mattone dopo mattone, muro dopo muro.
Bilancia demografica
Dieci anni, oltre un decennio di accelerazioni, di fatti sul terreno
costruiti con costanza, senza interruzione, da parte dei governi
israeliani che hanno sostenuto la strategia della destra dei coloni per
Gerusalemme.
Una strategia profondamente diversa da quella del sindaco più incisivo
di Gerusalemme, Teddy Kollek, che pure era stato il primo a pensare alla
costruzione dei quartieri israeliani dentro la Gerusalemme est
occupata.
Per Kollek, però, il cambiamento della bilancia demografica a favore
degli israeliani andava di pari passo con l'integrazione a debita
distanza tra le due comunità. Per i coloni israeliani che sono entrati
ad acquistare e occupare case nel cuore dei quartieri palestinesi più
prossimi alla Città Vecchia, l'obiettivo chiaro è l'espulsione. Dai
quartieri e dai luoghi santi.
La rottura dello status quo sancito dalla guerra dei Sei Giorni del
1967, e in sostanza confermato dal processo di Oslo. Una Gerusalemme
senza una delle due comunità legate alla città per appartenenza,
identità, cittadinanza.
Gerusalemme nel congelatore
Gerusalemme, per i decisori, è stata messa nel congelatore, sin dal
primo minuto. Gerusalemme non si tocca, perché altrimenti gli equilibri
saltano. Come se Gerusalemme fosse un oggetto inanimato, un vaso di
cristallo da rimirare e non toccare.
Gerusalemme, invece, è una città. È sempre e comunque l'archetipo della
città. È il laboratorio in cui in questi anni si è sperimentata, per
esempio, la convivenza asimmetrica tra le due comunità, tra occupante e
occupato. È la trama urbana in cui si è sperimentata quotidianamente la
cittadinanza diversificata tra israeliani e palestinesi, i diritti a
corrente alternata.
È la città dei dettagli quotidiani, della cronaca invisibile in cui è
cresciuta una generazione: di ragazzi e tante ragazze palestinesi con i
coltelli e le pietre, di fronte ai ragazzi-soldati israeliani armati di
tutto punto.
Qualcuno, i codici e i vocabolari, li conosce. Li conoscono
perfettamente i consoli europei che si sono succeduti in questi anni a
Gerusalemme. Ogni anno, con puntualità, hanno redatto un rapporto
dettagliatissimo che preannunciava la Guerra per Gerusalemme. Un
rapporto sempre più allarmato. Una richiesta di politica e di strategia
sempre più chiara ai decisori.
Nei corridoi, nei pourparler, i diplomatici hanno mostrato gli
occhi, talvolta smarriti, di chi sa che il vaso si sta per rompere,
crinato nei punti più critici.
Fuori da Gerusalemme, dalle sue strade piene di dettagli determinanti,
nessuno ha ascoltato. Soprattutto, nessuno ha letto.E se pure ha letto,
non ha preso le decisioni conseguenti.
Paola Caridi è analista e scrittrice, autrice di “Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele” (Feltrinelli 2013).
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